Ragusa un po’ meno grande? Breve trattato sulla decrescita serena di Serge Latouche

Un freddo giorno di dicembre l’usuale torpore ragusano viene scosso da una conferenza di Serge Latouche. Sì, il teorico della decrescita s’è spinto fin sugli Iblei; la cosa che ha fatto più sensazione, però, non è stata la sua presenza, quanto l’organizzazione dell’evento a cura di una sedicente “associazione culturale” che ha nel simbolo quelle “ciùse” che a Ragusa ormai non ci sono più. (A beneficio dei lettori non ragusani: tale associazione, vero e proprio movimento politico ben insediato all’Ars, è diretta emanazione del sindaco che più d’ogni altro ha contribuito alla cementificazione della città e alla totale sparizione di campi verdi dal panorama cittadino).

Latouche

Turandoci il naso per bene, abbiamo deciso di andare ugualmente a sentire Latouche. Effettivamente, dietro un tripudio di giacche eleganti e colletti ben inamidati nelle prime file, la chiesa (sì, a Ragusa gli auditorium si allestiscono sugli altari…) era gremita soprattutto di gente a vario titolo di sinistra. Da bravi anarchici prendiamo posto a terra, purtroppo ai piedi di personaggi poco raccomandabili dalla scarpa ben lustra. Nella conferenza Latouche ha ripercorso esattamente quel che si può trovare nel Breve trattato sulla decrescita serena (Bollati Boringhieri 2008) con l’ovvia sintesi dovuta all’oralità. Concetti che i nostri lettori conoscono bene (ne abbiamo già parlato nel numero di maggio 2011, pochi giorni prima delle ultime fatali elezioni comunali): partendo dalla limitatezza del pianeta e delle sue risorse, e constatando che il capitalismo mira a una crescita sfrenata e “infinita”, Latouche sostiene che dobbiamo invertire la rotta riducendo i nostri consumi e sgravando l’impatto sulla Terra – in una parola: “decrescita”.

Latouche

«La parola d’ordine della decrescita ha soprattutto lo scopo di sottolineare con forza la necessità dell’abbandono dell’obiettivo della crescita illimitata, obiettivo il cui motore è essenzialmente la ricerca del profitto da parte dei detentori del capitale, con conseguenze disastrose per l’ambiente e dunque per l’umanità». Vediamo bene come Latouche, pur non essendo esattamente anarchico, sia fermamente anticapitalista oltre che ambientalista. La decrescita prevede l’abbandono della fede nella crescita, trasversale ai vari movimenti politici (compresi quelli autodefinentisi “comunisti” che tanto tengono alle fabbriche inquinanti…). «Il suo obiettivo è una società nella quale si vivrà meglio lavorando e consumando di meno».

Una delle fabbriche simbolo di "progresso"

Latouche denuncia con forza le tre “molle” della società della crescita: «la pubblicità, che crea il desiderio di consumare, il credito, che ne fornisce i mezzi, e l’obsolescenza accelerata e programmata dei prodotti, che ne rinnova la necessità». Inutile dire che nella società ideale prospettata dalla decrescita queste tre «istigazioni a delinquere» andrebbero estirpate e abolite. Altro punto cruciale su cui si sofferma Latouche è l’esternalizzazione dei costi della crescita, che vengono fatti ricadere sui dipendenti, sui paesi del Sud, sui servizi pubblici, sulle generazioni future e soprattutto sulla natura, «diventata al tempo stesso fornitrice di risorse e secchio della spazzatura». La modesta proposta di Latouche è quella dell’istituzione di una “ecotassa” che faccia pagare ai produttori il prezzo subito dall’ambiente a causa di inquinamento, trasporti, imballaggi e così via.

inquinamento

Affinché la decrescita possa essere una “utopia concreta”, Latouche individua «un circolo virtuoso di otto “R”: rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare». «Questi otto obiettivi interdipendenti possono innescare un processo di decrescita serena, conviviale e sostenibile». Le otto R si spiegano da sé; rinviamo il lettore all’opera di Latouche per ulteriori dettagli. Mettiamo in evidenza solo il fatto che le prime R implicano un cambio di mentalità – per dirla con Ivan Illich, pensatore al quale Latouche si rifà esplicitamente, una “decolonizzazione dell’immaginario” – senza la quale la riduzione dei consumi, il riutilizzo e il riciclo rimarrebbero impensabili. Bisogna inoltre ridurre l’orario di lavoro e «ritrovare le dimensioni della vita che sono state rimosse: il tempo per fare il proprio dovere di cittadino, il piacere della produzione libera, artistica o artigianale, la sensazione del tempo ritrovato per il gioco, la contemplazione, la meditazione, la conversazione, o semplicemente la gioia di vivere».

chiocciola

Il resto del libro si sofferma sulla decrescita come progetto politico, giungendo a proporre un vero e proprio programma elettorale in cui il primo punto è «recuperare un’impronta ecologica uguale o inferiore a un pianeta» e il resto è tutto un corollario a codesta premessa (introdurre ecotasse, rilocalizzare le attività, restaurare l’agricoltura contadina, ridurre il tempo di lavoro e lo spreco di energia, penalizzare la pubblicità). Latouche inoltre, forse deluso dall’esperienza con le sinistre parlamentari, tiene a puntualizzare come il suo movimento non sia né di destra né di sinistra (per quanto naturalmente più vicino a quest’ultima) proprio perché la crescita è purtroppo un’ideologia ampiamente condivisa lungo tutto l’arco costituzionale. Il suo obiettivo, pertanto, non è quello di fondare un partito o un “movimento”, ma «far sentire un peso nel dibattito, influenzare le posizioni dei diversi attori politici, far prendere in considerazione alcuni argomenti, contribuire a far evolvere la mentalità».

ciusa

Forse è proprio in base alle suddette ragioni se Latouche è intervenuto in quel covo di cementificatori (comunque, come detto, in minoranza nell’auditorium); più probabilmente non sapeva nulla dello scellerato andazzo della politica locale. Le tensioni in sala erano palpabili; alla fine della conferenza c’è stato un dibattito in cui nessuno, con la parziale eccezione del presidente di Legambiente, ha avuto il coraggio di ricordare gli stupri paesaggistici compiuti allo slogan di “Ragusa ancora più grande” (alla faccia della decrescita!). Bastava poco, è vero; alla fine forse ha prevalso il rispetto verso l’ospite. Chissà se gli alfieri del territorio, dopo la conferenza, hanno avuto la “faccia” di portare Latouche a visitare il porto di Marina piuttosto che Ibla.

(Recensione anarchica pubblicata nel numero 324 di Sicilia Libertaria).

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