Come alla fine d’una guerra Napoli ’44 di Norman Lewis

Rileggere oggi Napoli ’44 di Norman Lewis (Adelphi 1993) è un’esperienza che apre gli occhi non solo sulla Napoli di allora, ma anche e soprattutto sull’Italia di ora. Tre quarti di secolo sembrano essere trascorsi invano, tanto è l’impatto che la distruzione della guerra e il conseguente dominio (che qualcuno chiama ancora “liberazione”!) straniero esercitano tuttora sul paese in cui abbiamo la sventura di vivere.

L’autore, inglese, partecipò allo sbarco degli Alleati a Salerno nel 1943 e rimase in Campania per oltre un anno. Nella sua opera gli orrori della guerra appaiono solo di sfuggita – del resto, per un militare con mansioni d’ufficio i rischi erano ben pochi: Lewis è relativamente libero di esplorare Napoli e dintorni e di fissare quasi quotidianamente su carta le proprie impressioni. Tralasciamo le pagine più folcloristiche e le più drammatiche (quelle sui “miracoli” dei santi contro quelle sulla prostituzione di madri di famiglia in cambio di scatolette di carne) e soffermiamoci su quelle politiche, che sono le più sorprendenti per la loro attualità. Lewis, per via dei suoi incarichi, ha un contatto diretto con il popolo da un lato – soprattutto con la pletora di “informatori” – e con la polizia italiana e l’AMG (Allied Military Government of Occupied Territories, giusto per rinfrescare la memoria) dall’altro. Questo lo porta a scontrarsi con la corruzione dilagante nelle alte sfere (molti ufficiali americani sono coinvolti direttamente nel contrabbando e nel mercato nero) e con gli illeciti compiuti da poveri cristi affamati, gli unici a pagarla veramente di fronte all’iniqua “giustizia”.

Il primo giudizio di Lewis sul popolo oppresso è che «quasi tutti gli italiani [sono] assolutamente neutrali in fatto di politica»; in realtà questa “neutralità”, o meglio questo apatico disinteresse, viene da anni di sottomissione, e il problema si è esacerbato con l’unificazione dell’Italia: «l’Italia del Sud e la Sicilia […] formano un’unità culturale ed economica, che prospera solo con l’unione politica. I governi del Nord le hanno invece sempre sottovalutate, considerandole aree endemicamente arretrate, di un qualche valore solo come fonti di manodopera e di risorse alimentari a buon mercato […]. Di fatto […] il Sud è in pratica una colonia del Nord industrializzato». Una speranza di riscatto per i meridionali, allora come ora, sembra venire dagli studi: eppure, ci avverte Lewis, Napoli pullula di laureati senza lavoro e più poveri dei sottoproletari: «questi professionisti ridotti alla fame sono il risultato della volontà di ogni famiglia borghese napoletana di avere un figlio laureato, anche se la laurea è inutile. I genitori sono disposti a togliersi il pane di bocca purché il figlio acquisisca il diritto di venire rispettosamente chiamato avvocato, o dottore». Ricordiamocelo, sono parole che descrivono situazioni di settantacinque anni fa…

Nel giro di pochi mesi di governo militare viene reso di nuovo possibile fondare partiti che parteciperanno alla «furiosa rissa democratica che prevedibilmente si scatenerà quando verranno indette le elezioni». L’autore però è molto scettico, notando anzitutto la grande frammentazione politica italiana. Lo schifo è a destra («alcuni [partiti] vengono considerati più risoluti e sinistri, e tra essi quello su cui dovevo indagare, che si chiama “Forza Italia!” [sic!] e si sospetta di simpatie neofasciste») e a manca («i comunisti ortodossi […] sono però in qualche misura indeboliti dall’esistenza di una trentina di correnti, ciascuna delle quali con un proprio organo di stampa, e reciprocamente ostili – l’unico punto su cui concordano è l’appello all’unità dei proletari di tutto il mondo»); nessuno è veramente rivoluzionario («i comizi di questi giorni sono sempre la solita solfa, uno vale l’altro […]. L’oratore di oggi avrebbe dovuto essere, in teoria, un sovversivo, ma non aveva assolutamente nulla di nuovo da dire, e comunque nulla che potesse in alcun modo costituire una minaccia per la sicurezza delle forze alleate»). Intanto i sindaci campani sono tutti uomini di Vito Genovese, braccio destro di Lucky Luciano e diventato nel frattempo “interprete” presso gli americani di stanza a Napoli…

Lo sguardo di Lewis non si ferma alle apparenze: tutto ha una spiegazione più profonda, spesso di carattere pragmaticamente economico – in una parola, la fame. Perciò la camorra è «una forma di resistenza clandestina permanente, evolutasi nei secoli come sistema di autodifesa dalle angherie e dall’esosità di tutti i governi stranieri che si sono succeduti a Napoli», la corruzione è assimilata a uno scambio di doni rituali («questa gente non mi sta offrendo una bustarella, bensì sta compiendo un normale gesto di cortesia»), l’appartenenza politica ha ben poco di ideologico («un disoccupato iscritto alla DC ha maggiori possibilità di trovare lavoro»). Anche di fronte ai casi che più dovevano apparirgli inesplicabili, come gli omicidi nelle faide, Lewis non perde mai l’umanità: a un gruppetto di ergastolani chiede se lo rifarebbero, e la risposta è tanto fatalista quanto filosofica: «nelle stesse circostanze, ci saremmo costretti. È ovvio. Non credere che ci si provi gusto, a fare una cosa del genere. Lo sbaglio è stato metterci al mondo» (ecco il mè phynai di sofoclea memoria…).

Voglio chiudere questo invito alla lettura con l’ultima, lunga e paradossale citazione: «un anno fa li abbiamo liberati dal Mostro Fascista, e loro sono ancora lì, a fare del loro meglio per sorriderci educatamente, affamati come sempre, più che mai fiaccati dalle malattie, circondati dalle macerie della loro meravigliosa città, dove l’ordine costituito non esiste più. E alla fine, cosa ci guadagneranno? La rinascita della democrazia. La fulgida prospettiva di poter un giorno scegliere i propri governanti in una lista di potenti, la cui corruzione, nella maggior parte dei casi, è notoria, e accettata con stanca rassegnazione. In confronto, i giorni di Benito Mussolini devono sembrare un paradiso perduto».

(Recensione pubblicata nel numero 400 di Sicilia Libertaria).

Pubblicato in recensioni. | Tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . | Commenti disabilitati su Come alla fine d’una guerra Napoli ’44 di Norman Lewis

Paris 2019 Impressioni (d'un viaggio) di settembre

Ognuno di noi, anche il più incallito dei campagnoli, ha la sua città-feticcio. La mia è Paris. Ci sono stato la prima volta quando era piena di manifesti di Boudu; ci sono tornato il mese scorso (stavolta davano Le dindon) rimanendoci qualche giorno in più – grazie alla mia ottima ospite L³ – per godermela meglio e farmene un’idea più completa. Le mie brevi e banali considerazioni.

Paris è grande. È la prima ovvia impressione che si avverte camminando per i suoi spaziosi boulevard (quello di Montparnasse, per dire, è largo quasi quaranta metri; e nessuno mi pare scenda sotto i trenta), o vagando per i suoi parchi (soggiornavo tra il Cimetière du Montparnasse – quasi diciannove ettari – e il Jardin du Luxembourg – oltre ventidue ettari; ho fatto pure un salto al Bois de Boulogne: 846 ettari…). Non parliamo poi della dimensione delle piazze. Tutto è magniloquente, lì. Merito del Secondo Impero, anche.

Culla dell’arte. Sarò francofilo, ma tutto o quasi ciò che ho ammirato nell’arte (durante la mia adolescenza) e nella letteratura (tuttora) viene dalla Francia. Delacroix Courbet Manet Monet Degas Renoir Cézanne Toulouse-Lautrec Rousseau Braque Gauguin Matisse (ma mettiamoci pure i soggiornanti Picasso Van Gogh Mondrian Chagall Modigliani…); Voltaire Flaubert Baudelaire Rimbaud Verlaine Proust Céline Sartre Beauvoir Camus Cioran Pennac Reza Houellebecq Carrère Littell. E tanti altri che sto dimenticando – o non ho ancora letto.

Il giusto mix tra antico e moderno. Haussmann faceva edificare quei tipici palazzi mentre ancora l’Italia doveva farsi “unita” – similmente la Beauvoir scriveva Le deuxième sexe negli anni in cui Casa Filosofica (la sua struttura fisica cioè) veniva costruita pietra su pietra come nel medioevo. A Paris v’è compresenza tra bistrot aperti da oltre un secolo e provvidenziali Franprix coi loro frigoriferi pieni di birre belghe a buon mercato. Lì soprattutto ho notato che i parigini non toccano più banconote e pagano con carta. Ci arriveremo.


Piena di cultura. A nausea. Penso ai mastodontici musei, con opere d’arte in quantità inverosimile. Il Louvre è paradigmatico, certo – ogni sua ala potrebbe essere un degnissimo museo a sé stante! – ma io continuo a essere più coinvolto e sconvolto dall’Orsay e dal Pompidou, e da quest’ultima visita anche dal Quai Branly. Che a proposito è stato voluto e fondato da Chirac (morto nei giorni della mia permanenza, per cui l’ingresso in quei giorni era gratuito – così l’ho scoperto): immagina Cossiga aprire a Roma un museo su Maori e Zulu.

Paranoica. Non si può andare da nessuna parte senza passare per un metal detector e aprire la borsa a una guardia – anche più volte, come per entrare al Senato. E nell’ultima marche pour le climat, con la convergence des luttes di ecologisti e gilets jaunes, c’erano schierati 7500 sbirri per una presenza stimata di 15000 manifestanti – un uomo armato ogni due civili. Passi per me che sono supergiovane e grezzo, ma si sono beccati i lacrimogeni pure i miei inermi compagni di corteo – pensionati, famigliole e bambini convinti di poter salvare il pianeta.

Ancora cultura. Entri in un Monoprix qualsiasi – mica in una Gibert! – ed è normale trovare un paio di riviste filosofiche e tre o quattro magazine di letteratura, quando in Italia, se va bene, alla Coop puoi comprare Focus o l’Espresso. Nel métro incontri anche e ancora gente che legge libri cartacei, non solo i soliti tizi annoiati accartocciati sugli smartphone (io ero giustificato, avevo mappe da decifrare e seguire). Nelle librerie non sono esposti Vespa, Volo o Moccia. In compenso ci sono ogni giorno presentazioni, conferenze, soirée con Eschaton

La cucina francese. La Francia quanto a cibo è seconda solo all’Italia, dicono, ma i gusti sono ben diversi (tranne che il roquefort è gorgonzola…). Tutto sembra più elaborato, pesantemente. Gli odori e gli aromi sono complicati; le pomate dai gusti indefinibili – piccanti salate amare pungenti aromatiche forti speziate – sono ciò che più resta impresso (oltre allo spiccato alito d’aglio di tanti francesi). Se non altro, in Rue du Montparnasse ho imparato che le crêpe salate si chiamano in realtà galette e sono fatte con farina di grano saraceno e senza latte.

La lingua. Il francese ha qualcosa come 17 suoni vocalici, mentre l’italiano ne ha sette – in realtà solo cinque, qua al sud. Capirete la difficoltà di pronuncia. Poi quelle nasali, e le parole tutte tronche… Bello, elegante, suona bene, ma dovrei snaturarmi troppo per parlarlo. (Due aneddoti: mi ritrovavo a scambiare per italofoni gli spagnoli – diciamolo, i padani parlano più similmente ai francesi che ai siciliani. E ancora: stranamente in dieci giorni non ho sentito neanche uno ’mbare: ma forse fine settembre non è tempo di ferie per i catanesi…).

Serietà. L’impressione globale e finale che ho ricavato da questo viaggio è che la Francia è come sarebbe l’Italia se solo questa fosse più seria. (Il lettore diligente scovi l’adynaton). In Francia i francesi si prendono sul serio, e di conseguenza prendono e fanno le cose sul serio (forse non come i tedeschi ma quasi…). Non hai l’impressione che tutto venga arrabattato e abborracciato o volto in farsa come accade continuamente in Italia e ancor più in Sicilia. C’è organizzazione e funzionalità – o forse solo normale civiltà. Ci arriveremo?

Confronti impietosi. Aeroporto di Orly, trenta milioni di passeggeri l’anno: pulito, calmo, silenzioso, rilassante. Varie panche su cui poltrire prima dell’imbarco. C’è pure un Carrefour dentro, in cui prendere una birretta biologica fredda a meno di due euri. Dopo manco quattro ore, aeroporto di Catania (dieci milioni di passeggeri l’anno): bolgia infernale. Sedie solo nei locali, e due panchine giusto a lato delle poche prese perennemente occupate. Al bar mi fottono cinque euri per una birra industriale fresca – ovviamente senza scontrino. Bentornato.

Di’ qualcosa di negativo! Colonialismo. Imperialismo. Macronismo. Costo della vita esorbitante. Classismo. Cibo falso. Vegetali fintissimi. Pioggerellina continua. Poca empatia. Puzza sotto il naso. Mare lontano. Un’ora di métro al giorno. Sbirri partout. Insomma un mix tra cose ormai ubique – la destra che avanza – e altre proprie delle città, con l’aggiunta delle lagnanze tipiche del siciliano in trasferta. Che poi io ho più geni nordici che mediterranei, e quel clima manco mi dispiace; solo dovrei abituarmi al cibo in scatola là come alla gente in trappola qua.

(Alla fin fine, viaggiare serve soprattutto a capire la luce e il lutto in cui stiamo).

Pubblicato in diario. | Tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . | Commenti disabilitati su Paris 2019 Impressioni (d'un viaggio) di settembre

Trentasette Considerazioni del 37° genetliaco

Parecchi anni or sono, con Alfredo si ragionava dei trentasette anni, età emblematica per i pittori – Van Gogh, Toulouse-Lautrec, Raffaello e Parmigianino morirono a quell’età, Modigliani e Caravaggio giù di lì (e se estendiamo alle altre arti, ricordiamo pure Rimbaud, Mozart, Byron e Majakovskij…). Più che altro i nostri ego da sedicenni si gasavano: a trentasette anni ci immaginavamo sì morti, ma dopo una gloriosa carriera artistica. Invece ci sono arrivato vivo, ma disilluso, non famoso e stanco. Cos’è successo?

È successo che ho smesso di fare il fricchettone e sono diventato padre, certo. È successo che ho capito definitivamente – forse anche con i nudge di Raffaele A. Ventura – di essere un fottuto Millennial, e di avere tutti i difetti (specialmente!), le molte sfighe e i pochi pregi della mia generazione disagiata. Insomma, in parte è colpa nostra (troppe aspettative!), in parte dei nostri genitori (troppi elogi!) e in parte delle circostanze non volute e non decise da noi (troppo sfruttamento!). E queste ultime non è facile cambiarle, nemmeno con la politica.

A proposito. Qualche tempo addietro avevo smesso di seguire i notiziari, nonché tutti i siti e blog che avevo nel feed reader. Parimenti non aprii più Facebook. Stetti bene: la politica terrestre e passeggera non entrava più nella mia vita. Poi, un po’ per necessità un po’ per socialità – «vediamo che dice Tizio, vediamo cosa combina Caio» – ripresi ad aprire Facebook. Purtroppo, se dapprima Tizio e Caio erano quei pochi amici di cui ancora mi fregava qualcosa, presto divennero Salvini e Di Maio. Preferivo le vostre foto coi vostri fottuti piatti e bicchieri pieni!

(Di conseguenza, mi spiace per i vari amici, parenti e conoscenti che comunque reputo intelligenti, ma da oggi nasconderò – dapprima in pausa per un mese, poi per sempre – chiunque mi faccia apparire barbose facce di cazzo su Facebook, o chi nomina, commenta e critica tutti i peli del Papa, che sia esso Matteo (soprattutto!) o Luigi o chicchessia. Di papi ne avremo sempre ed essi continueranno a fare il loro fascistissimo lavoro, anche se indossano la maschera bonaria da Francesco Primo, da fratello di Montalbano o da Gretina – poverina…).

Rifugiamoci nei libri. Invero non molti nuovi, rispetto a un anno fa – i lavori edili sfiancano il corpo e sfilacciano la mente lettrice. Ho continuato con Malaparte, Jong e Carrère – tre persone, tre personaggi, tutti proustiani –, poi c’è stato l’immenso Le benevole di Littell – un’opera, prima che un libro di uno scrittore! – e ora sto riscoprendo Philip Roth – era ora. Alla fine i libri dicono quasi tutti la stessa cosa: che la vita è dolorosa, indaffarata, spesso breve e mai giusta. Gli altri libri servono solo a strapparci un fugace sorriso – ma a quel punto infinitamente meglio un episodio di Rick & Morty.

Per tutto il resto c’è la solita musica. Ringrazio ancora quegli stolidi – Alessandro, Manuele, Mattia – che si sono accollati di sopportare le mie distorsioni, i miei volumi e le mie cacofonie. Ringrazio gli amici che si sono defilati, quelli che sono rimasti e quelli che sono (ri)entrati nel mio tempo. Ringrazio soprattutto la famiglia che mi supporta: Simona che tollera la scrivania perennemente ingombra di materiale da saldare, Ulisse che testa accuratamente i miei pedali – entrambi rendendo la mia misera vita più divertente e più divergente. E infine ringrazio me stesso, il mio impegno e la mia volontà (sic!).

Ok: perché tanto pessimismo? Porco Zeus, è il primo compleanno della mia vita che passo sotto la pioggia! E l’umore, specie quello di un siciliano, è altamente influenzato dal clima. Diciamo dunque che è colpa della carenza di vitamina D. Tutto, pur di non addossarmi io la colpa!

Pubblicato in diario. | Tag: , , , , , , , , , , , , , . | Commenti disabilitati su Trentasette Considerazioni del 37° genetliaco

36 anni a 360 gradi Considerazioni del 36° genetliaco

Questo assurdo anno di mezzo della mia vita è passato. Un anno che mi ha fatto diventare padre – di un figlio che non volevo, almeno a parole, ma che stranamente e (stra)ordinariamente non mi dispiace, adesso. E muratore, anche – si seguono sempre le orme dei padri, alla lunga. (Speriamo non conseguano le paranoie, i deliri e le manie: ma si può sfuggire ai geni?).

Trentasei anni sono importanti, credo. Ho doppiato la maggiore età: ho ormai vissuto più tempo da maggiorenne che da minorenne – eppure come sembrano lunghi e pesanti quei pochi anni semicoscienti prima dei diciotto! Festeggio pure il decimo anniversario della laurea – dell’ultimo carnevale della mia vita. E comincio ad avere le prime ossa rotte – non solo metaforicamente: una costola è incrinata, e il mio pessimismo mi fa sentire un po’ l’Ivan Il’ič degli iblei.

Quando mia madre compiva trentasei anni, la mia mente tredicenne cominciava a dare i primi segni di vera e critica autocoscienza. Facile contestarla allora (la madre, non la mente!); adesso comincio a pensare che le madri hanno sempre ragione – pure la mia, che ci esortava sempre a stare alla larga da chi ama Dio e strafotte il prossimo. Non poteva però prevedere – e non lo previdi neanch’io – che Dio sarebbe stato sostituito dalla Natura, e i cattolici-cristiani-ecclesiasti dagli ecologisti-naturalisti-fricchettoni. La malattia mentale è la stessa, solo che le chiese si sono spogliate dei marmi e rivestite di paglia. (Pauperismo da strapazzo peraltro, visto che non c’è ecovillaggista senza introiti segreti e tenuti ben nascosti).

Ecco cosa mi ha portato la saggezza del trentaseiesimo anno: ho capito definitivamente che i gruppi di esseri umani sono la cosa più terribile e pericolosa al mondo. È ovvio: ci siamo evoluti come macchine da caccia – poi battaglia, poi guerra, e ora, nella più «civile» delle ipotesi, randellata verbale costante, protratta e sbandierata (se non puoi colpirli in testa, rovinagli la reputazione). Poi dici il razzismo… Sappilo: le persone che ti sembrano più sensate, oneste e ammirevoli sono solo quelle che meglio sanno dissimulare i propri problemi mentali – o sia il proprio adattamento alla vita.

Quest’anno, dopo un 2017 alle prese con letture psicologico-evoluzionistiche e chiuso giustamente con l’Odissea, ho ripreso a leggere romanzi. (Col sonno interrotto e la mente intor(p|b)idita dagli strepiti neonatali non è facile seguire ragionamenti da saggi). Trovo, manco a dirlo, che i romanzieri ne sanno più e meglio – e lo sapevano prima! – dei miei cari Pinker, Diamond, Eibl-Eibesfeldt e compagnia bella. Scoperte e riscoperte di queste prime 21 settimane – di questi primi 21 libri del 2018: Malaparte, Ballard, Houellebecq, Tolstoj, ma anche Vincenzo Rabito, Mordecai Richler ed Erica Jong – e pure Roy Lewis, certo! (Ora tocca un’altra chance a Philip Roth – ché quel Lamento era veramente tale).

Cosa sanno, in fondo, tutte le menti migliori? Che le menti umane sono instabili, profittatrici, insaziabili. Precarie, provocatrici e prevaricatrici. E sadiche, infinitamente. I suddetti psicologi-antropologi-evoluzionisti direbbero: l’uomo si è evoluto così, è normale che adesso è cotale – e letale. Certo, è una spiegazione un po’ tautologica e autoreferenziale, ma forse è necessaria per combattere gli eterni seguaci di Rousseau e gl’idealisti d’ogni sorta. Alla fine la vita somiglia più a un romanzo che a un trattato di filosofia. Per fortuna e purtroppo.

Forse mia madre aveva ragione anche nel sostenere che i libri non li puoi mangiare – non ti sfamano. Fosse per lei avrei dovuto spendere i miei (pochi) soldi non nelle librerie ma nelle pizzerie. È che ho sempre pensato che un buon libro sanno scriverlo solo in pochi, una buona pizza sa farla anche un idiota. Quel che non si trova più sono le buone basi, i buoni ingredienti. Con la consorte carissima, dopo il figlio, stiamo tentando di far (ri)nascere Casa Filosofica – sottotitolo: natura, cultura e buon cibo. E se la natura è quella che è, un po’ madre (comunque stronza) ma ancor più matrigna, la cultura e il cibo sono cose che possiamo ancora scegliere. Forse le ultime.

Pubblicato in diario. | Tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . | Commenti disabilitati su 36 anni a 360 gradi Considerazioni del 36° genetliaco

Nel mezzo del cammin di nostra vita Considerazioni del 35° genetliaco

Così diceva quel tizio, ed era stato pure abbastanza perentorio: trentacinque anni. Sarà che lo sapeva, che quella è l’età della selva oscura. Ma come mi ci sono ritrovato, io?

Qualcuno era anarchico (e anche un po’ fricchettone)

Poco dopo i trent’anni decisi di dare una svolta alla mia vita. Quella cittadina, borghesotta, mi stava stretta; la campagna, con la sua aria pulita e la gente buona, mi attraeva non poco, mi appariva come la promessa di un’utopia finalmente a portata di mano. Nonostante il mio pessimismo e le mie convinzioni neodarwiniane e sociobiologiche, misi tutto da parte e cominciai a lavorare. Non su di me, ahimè: per quattro lunghi anni accantonai le letture, dunque la mia crescita personale, dimenticando idee e argomentazioni; cercai con l’azione di corroborare la preminenza del gruppo sul singolo, di dimostrare l’intrinseca bontà della socialità tribale a scapito dell’egoistica individualità personale. Ciò significò tacere più del dovuto, conformarsi e conservare dei miei studi solo l’idea soteriologica della mutualità e dell’altruismo reciproco. Come se la vita fosse fatta per donarci solo Pace & Amore, concordia e fratellanza.

Qualche mese fa capii che non è così: la vita riserva, com’è ovvio, anche merda, tanta merda, che non è facile arginare: nemmeno con la massima attenzione la si riesce a tenere fuori dalla porta di casa. Di colpo, provando sulla mia pelle la forza di emozioni e istinti cosiddetti atavici, tutte le teorie anarco-collettiviste e gli ideali fricchettoneschi mi apparvero per quello che sono: lenti deformanti che cercano di vedere il mondo come non è, mere menzogne che magari confortano ma non aiutano certo a comprendere, anzi!

Ritorno sulla Terra

Il sogno confuso e felice – perché emendato dalla complessità – della neotribalità si infranse. Se già mi ero ritirato dalla grande società per limitarmi a quella “piccola”, credendo e anzi illudendomi che questa fosse esente dai meccanismi malati della maggiore, una volta appurato che non è così mi rifugiai in me. Allora un bel po’ di meditazioni mi hanno ricondotto alla diritta via. E dire che era così a portata di mano!

Anche stavolta i libri mi hanno salvato. Davvero ho più buoni amici tra gli scrittori che tra i vicini di casa: i soliti Jared Diamond (Il mondo fino a ieri, Il terzo scimpanzé), Irenäus Eibl-Eibelfeldt (L’uomo a rischio), Steven Pinker (Tabula rasa) e Matt Ridley (La Regina Rossa), ma anche i più filosofici Arthur Schopenhauer (Metafisica dell’amore sessuale) ed Henri Laborit (Elogio della fuga) e, perché no, pure Sabine Kuegler (Figlia della giungla e Il richiamo della giungla) e Marino Niola (Homo dieteticus). Tutti mi hanno detto in fondo la stessa cosa: l’Homo sapiens è un animale con certe peculiarità che non vanno dimenticate, e la sua evoluzione l’ha portato a sviluppare una biologica natura umana che non va edulcorata, negata o fraintesa con libertarismi, fricchettonismi, sentimentalismi, rousseauianismi, pretesi naturalismi e utopismi vari, ma va compresa aprendo gli occhi – e va corretta quando si fa dannosa.

L’evoluzione cont(inu)a

Se siamo arrivati fin qui è stato perché chi ci ha preceduto si è riprodotto. Prima di quel momento avrà cooperato ma avrà anche combattuto, si sarà incontrato e pure scontrato con altri, dentro e fuori dalla sua tribù, riuscendo a sopravvivere almeno fino alla riproduzione, spesso a scapito di altri. A nessuno dei nostri antenati è andata troppo male, in fin dei conti: hanno lottato per la vita e hanno lasciato nuove vite.

In questo strano anno l’evoluzione e la biologia hanno avuto il “sopravvento” anche su di me. Avrò presto anch’io un discendente, che provvisoriamente chiamerò Alex – nella vana pretesa che almeno lui possa vivere senza legge, almeno per un po’. Merito e colpa – sono la stessa cosa, etologicamente – anche della mia amatissima, che mi scuserà se finora ho parlato al singolare: metà dei geni sono suoi. Se volete, le donazioni sono per lui.

Pubblicato in diario. | Tag: , , , , , , , , , , , , , , , , . | Commenti disabilitati su Nel mezzo del cammin di nostra vita Considerazioni del 35° genetliaco