Libertari sì, ma anche un po’ paternalisti Nudge: la spinta gentile (Richard H. Thaler e Cass R. Sunstein, 2008)

Lo ammetto: per qualche tempo, tanti anni fa, fui affascinato da certe letture di libertarianismo di stampo americano, anzi statunitense – chiamiamolo pure anarcocapitalismo, cercando di non vergognarci troppo. Trovavo le loro teorie sociali assolutamente aberranti, è vero (immaginano senza pudore un mondo abitato da straricchi non tassati ritirati nelle loro enclavi che ridistribuiscono del tutto volontariamente parte della loro ricchezza ai più “sfortunati”: ma da quelle parti si sa, vedono la “filantropia” di Bill Gates chiudendo gli occhi sui “finanziamenti” di Trump e poi si compiacciono che esiste giustizia e bontà a questo mondo…); però al contempo le loro spiegazioni economiche mi sembravano eleganti, sensate e razionali. Oggi so che non è affatto così semplice.

Possiamo discutere per ore se ad essere un furto sia più la proprietà o la tassazione, ma su una cosa dobbiamo concordare: gli umani, almeno economicamente, non sono affatto esseri razionali. (Taciamo degli altri ambiti, per semplicità). Anche gli economisti più accademici hanno ormai abbandonato il paradigma dell’homo oeconomicus: resiste solo qualche filosofo qua e là, ritardatario e disinformato come sempre. Tversky e Kahneman (quest’ultimo autore dell’interessante Pensieri lenti e veloci) già negli anni settanta facevano emergere coi loro esperimenti psicologici la non razionalità del comportamento economico umano: ora mi sono ritrovato tra le mani Nudge: la spinta gentile di Richard H. Thaler e Cass R. Sunstein (Feltrinelli 2009) che si inserisce nello stesso filone ma ha in più il pregio di indicare una “terza via” in economia, un’opzione anche politica equidistante dal laissez-faire tipicamente di destra e dalle manie di controllo della sinistra.

I due autori chiamano la loro proposta “paternalismo libertario”. Un ossimoro, sulla carta; sicuramente un’espressione infelice che mette assieme due termini polarizzanti e politicamente agli antipodi. «Ci consideriamo libertari perché sosteniamo che, in generale, gli individui dovrebbero essere liberi di fare come credono e, se lo desiderano, di non partecipare a situazioni che considerano spiacevoli… Ci consideriamo paternalisti in quanto pensiamo che sia lecito per gli architetti delle scelte cercare di influenzare i comportamenti degli individui al fine di rendere le loro vite più lunghe, sane e migliori». Detto così suona già meglio: e ho continuato a leggere.

Il presupposto è che l’uomo non sempre agisce razionalmente: «in molti casi, gli individui prendono cattive decisioni: decisioni che non avrebbero preso se avessero prestato piena attenzione e se avessero posseduto informazioni complete, capacità cognitive illimitate e totale autocontrollo». Thaler e Sunstein però ritengono preferibile minimizzare il ricorso a divieti e aumentare i nudge, i “pungoli” come ha voluto renderlo la traduttrice Adele Oliveri. «Un pungolo è qualsiasi elemento che incide in misura significativa sul comportamento degli Umani ma che viene ignorato dagli Econi» (gli “Econi” sarebbero gli inesistenti uomini iperrazionali postulati dall’economia classica…). Un esempio tipico di pungolo è l’opzione per essere donatori di organi di default (nei paesi in cui vige questa regola, che non impone a nessuno di essere donatore ma lo considera tale fino a dichiarazione contraria, le donazioni sono di gran lunga di più…); un altro, più banalmente, è quello di non tenere cibo spazzatura a casa quando si è a dieta (anche in questo caso nessuno ci vieta di ingozzarci, ma non averne disponibile rende la dieta più semplice…); più concretamente, sono pungoli anche le etichette energetiche degli elettrodomestici e i dati di consumo delle automobili. Di esempi è pieno il libro e lascio al lettore la scoperta, ma avverto che alcuni sono fin troppo americani – sempre nel senso di statunitensi: i capitoli sulle assicurazioni sanitarie e sui piani pensionistici sono pressoché illeggibili per noi italiani, e spero che non dovremo mai averci a che fare…

L’uomo che hanno in mente Thaler e Sunstein non è dunque quello razionale ma inesistente dei vecchi economisti né l’uomo progredito ed evoluto teorizzato dagli utopisti: il loro è l’uomo in carne e ossa, con problemi di autocontrollo e soggetto alle più disparate tentazioni, tendenzialmente conformista e pigro, con poco tempo per informarsi meglio e volontà insufficiente per fare scelte che nel lungo periodo possono rivelarsi le migliori. L’uomo in quanto tale deve avere tutta la nostra comprensione e supporto, perché siamo noi. Un uomo del genere va aiutato senza essere vessato: «pensiamo che una buona società debba fare scelte di compromesso tra proteggere gli sventurati e incoraggiare l’iniziativa privata e l’autoaiuto, tra dare a tutti una fetta decente della torta e aumentare le dimensioni della torta… Il più delle volte, i pungoli aiutano chi ha bisogno, determinando un costo trascurabile per chi non ne ha».

«Sosteniamo che in molti campi… una migliore amministrazione si basi non tanto sulla coercizione e l’imposizione di vincoli da parte del governo, quanto su una maggiore libertà di scelta. Se gli incentivi e i pungoli sostituiscono gli obblighi e i divieti, la pubblica amministrazione sarà al tempo stesso più piccola e modesta. Quindi, a scanso di equivoci: non siamo favorevoli a un governo più invadente, ma a un’attività di governo migliore» (ecco riecheggiare Thoreau…). Thaler e Sunstein credono che la loro proposta sia veramente bipartisan – né di destra né di sinistra, dicono testualmente. Oggi questa espressione è per noi un campanello d’allarme e ci mette in guardia contro chi la pronuncia come uno chiaramente di destra: credo però che in economia, almeno in alcuni ambiti, si possa ancora usare senza troppi timori. Il libero scambio, ad esempio, davvero non è di destra né di sinistra: ma la pretesa del capitalismo (con o senza prefisso “anarco”: non fa davvero differenza…) di giustificare con esso la propria condotta schiavistica, monopolistica ed esternalizzante, questo sì che è di destra.

(Pubblicato nel numero 406 di Sicilia Libertaria)

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Dubitare, disobbedire, non collaborare La disobbedienza civile (Henry David Thoreau, 1848)

(Spoiler alert: questo è un mea culpa e al contempo un j’accuse verso chi, come il sottoscritto, pur sentendosi anarchico s’è adeguato ai domiciliari per oltre due mesi – unica consolazione il vano sbraitare su Facebook, come se fosse un luogo d’elezione libertario. Caro sedicente compagno di libertà, se anche tu nel tuo intimo senti di non esserti meritato negli scorsi mesi la nomea d’anarchico, sappi che sei in buona compagnia).

Da un paio di settimane non c’è più l’obbligo della giustificazione da presentare alle forze dell’ordine per uscire: una pratica aberrante e mortificante che m’ha tolto ogni voglia di allontanarmi da casa. Certo, ora andare in giro è una patetica mascherata: ma provo a considerarlo simile al divieto di andare in giro senza mutande – una mera questione di decoro – e cerco di ricordare a me stesso che ogni volta che indosso la mascherina è perché sto per mettere piede ancora una volta in un tempio del capitalismo: magari la temporanea anossia che vi provo dentro me ne terrà lontano sempre più.

Per oltre due mesi sono stato turbato da ogni genere di sentimento deprimente – ansia angoscia tristezza rabbia – ma ora è rimasto solo uno strascico di frustrazione per non essere stato all’altezza delle mie idee, una volta tanto che potevano essere messe platealmente in pratica. Cosa m’ha trattenuto dal disobbedire, andando a trovare persone a me care, a procurarmi cose che il paesello di provincia non offre o anche solo a vedere il mare? Ho fatto varie ipotesi: non era paura del virus, moderata e solo alla prima ora, né tanto meno un patriottico senso di responsabilità, quando due settimane di quarantena bastavano a togliersi ogni dubbio: in verità è stato solo per evitare noie. Del resto avevo deciso di condurre il più possibile vita appartata ben prima di esservi costretto, e parte del merito o della colpa di questa mia scelta è del Walden di Thoreau; però Thoreau era uno che, quand’era il caso, era anche capace di disobbedire, a costo di subirne le conseguenze. Così in questi giorni ho riletto La disobbedienza civile per riordinarmi le idee.

Thoreau non era propriamente un anarchico, e lo specifica subito: «a differenza di quelli che si definiscono anarchici, io non chiedo l’immediata abolizione del governo bensì, e subito, un governo migliore» (cito dalla traduzione di Piero Sanavio); probabilmente oggi sarebbe un sostenitore dello stato minimo («è con vero entusiasmo che sottoscrivo il motto: “il miglior governo è quello che governa meno”», anzi addirittura «il miglior governo “è quello che non governa affatto”»). Eppure oggi lo ricordiamo come uno dei più grandi cantori della libertà e come un compagno di lotte importanti: era fermamente contrario alla schiavitù e alla guerra, e nel nome di queste convinzioni, nonché per l’orrore che i suoi soldi venissero usati per uccidere o incatenare altri uomini, per sei anni non pagò le tasse – una protesta purtroppo ritenuta oggi troppo libertarian nel senso deteriore (cioè americano) del termine da molti “anarchici”; una protesta che però, a ben vedere, è l’unica che va a incidere direttamente sul capitale dello stato.

Thoreau era convinto che ci sono decisioni che non si possono demandare: «deve sempre il cittadino – seppure per un istante e in minimo grado – abbandonare la propria coscienza nelle mani del legislatore? e allora perché ha una coscienza? Penso che dovremmo essere uomini prima di essere sudditi». Il problema per lui, però, non sono tanto i governanti quanto coloro che gli obbediscono, specie se controvoglia: «quelli che, pur disapprovando il carattere e le attività d’un qualsiasi governo, gli concedono la propria obbedienza e il proprio favore, ne sono indubbiamente i sostenitori più coscienziosi e assai spesso i più seri ostacoli da superare». Quanto ai diligenti cittadini appassionati di crocette, Thoreau sostiene che «persino votare per ciò che è giusto è come non fare nulla per esso: significa soltanto esprimere debolmente il desiderio che ciò che è giusto prevalga».

Insomma, ci siamo capiti: se da un lato devo ancora smaltire la rabbia per due mesi di vita fottuti – per non parlare del futuro, che andrà sempre più verso una direzione che non potevo immaginare nemmeno nei miei momenti più pessimistici – dall’altro devo ancora capire com’è che ci siamo fatti imbrigliare, se non imbrogliare. C’era forse un fondo di buon senso nello stare a casa il più possibile: ma erano proprio necessari l’armamentario sbirresco, l’apparato orwelliano, la spettacolarizzazione insana e quell’intransigenza mal diretta? E soprattutto: da quando in qua pensiamo che il governo agisca con buon senso? – Niente: semplicemente ho vissuto sulla mia pelle cosa vuol dire obbedire a un regime: non me ne farò facilmente una ragione. Anni di studi e convinzioni radicate non sono serviti a nulla contro la paura delle minacce dello stato: come sapeva bene Thoreau, e come sappiamo ancora meglio noi oggi, «se nego l’autorità dello stato… presto lo stato si impadronirà e distruggerà ogni cosa in mio possesso, e senza fine tartasserà me e i miei figli». In fondo questo soltanto ci ha trattenuto e sempre ci trattiene dal disobbedire e dall’insorgere: il timore di perdere pure quel poco che abbiamo – non la libertà, ché quella già mancava, ma i pochi soldi per arrivare alla fine del mese, una macchina mezza scassata, talvolta una casa costata sacrifici ad essere fortunati. Spero caldamente di non dovere rivivere periodi di lockdown: non mi perdonerei nuovamente per la codardia.

Torniamo a Thoreau per concludere. «Non ci sarà uno stato veramente libero e illuminato finché lo stato stesso non riconoscerà l’individuo come una forza più alta e indipendente, dalla quale la forza e l’autorità di esso stato derivano, e non giungerà a trattarlo di conseguenza». Devo diffidare sempre da chi vuole disconoscere ed eliminare l’irriducibile singolarità e complessità degli individui: e lo stato, che ci ha trattati come una massa di killer da tenere isolati e imprigionati, è in cima alla lista.

(Pubblicato nel numero 405 di Sicilia Libertaria).

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Leggere al tempo della peste La peste (Albert Camus, 1947)

Quando due mesi fa ci rinchiusero in casa, dapprima pensai: ci sono abituato, vedrò solo un po’ meno gente e leggerò più libri del solito. Ma il mio timore per il virus durò solo poche ore: il mio animo libertario, privato ingiustificatamente di libertà che ho sempre ritenuto inalienabili, da allora mantiene un sottofondo saturnino e riottoso, e un mélange di tristezza e frustrazione mi assale appena ripenso che oggi la legge è in mano agli sbirri. Paziento ancora un po’ prima di disobbedire: in fin dei conti sono tra i fortunati aspiranti untori che ha potuto cogliere asparagi dal proprio fazzoletto di terra (di cui non mi hanno privato, ancora).

Quello stato d’animo ha fatto sì che non avessi “testa” per leggere in genere, men che meno saggi. Avevo cominciato Sorvegliare e punire di Foucault, ma stavo già appendendo un cappio alla trave; mi ero buttato su qualcosa di più pop come A cosa serve la politica di Piero Angela ma la sua risposta riduttiva e assolutamente capitalistica mi deluse e imbarazzò; sto ancora leggiucchiando Terroni di Pino Aprile solo per riavere conferma che ancora una volta dal nord dettano legge per gettare ulteriormente nel baratro quelli del sud. Così da marzo ho letto solo narrativa: per “svagare”. E quale migliore svago che La peste di Camus? Tanto più che nel 2017 la Bompiani ne ha pubblicato una “nuova brillante traduzione” di Yasmina Mélaouah (io mi ritrovavo a casa cartacea la storica di Beniamino Dal Fabbro, più pedissequa ma anche meno scorrevole: oggi citerò la più recente).

Un medico di una città algerina trova un topo morto davanti casa; dopo qualche giorno i topi morti si trovano ovunque, e il portinaio che aveva rimosso il primo topo muore. Dopo qualche altro giorno cominciano a morire altre persone. Presto il medico si rende conto che è peste: i politici vorrebbero negarlo ma poi chiudono la città. La gente inizia a morire come i topi e viene seppellita in fosse comuni. Neanche il vaccino sembra avere effetto… – Questa, in breve, la trama ad uso dei miei frettolosi congiunti di Facebook. In questo romanzo (molto poco romanzesco in verità…) i politici non chiudono la gente a casa (a parte gli infetti), tuttavia blindano la città: e a quei tempi – erano gli anni quaranta – significava troncare con chi non abitava nella stessa città, senza neanche il palliativo delle videochiamate. Poco male: la gente può continuare e di fatto continua ad andare ai bar, ai ristoranti e anche al teatro e al cinema, nonché immancabilmente in chiesa dove c’è un prete che ammannisce facili prediche contro i peccatori.

A parte queste differenze di confinamento, le altre dinamiche sono quelle che abbiamo imparato a conoscere senza mediazione letteraria in queste settimane: i medici che allertano i politici, i politici che vogliono insabbiare tutto e che poi ex abrupto prendono misure drastiche (lasciando malcapitati stranieri dentro la città, lontani dalle loro famiglie), i contagi che continuano ad aumentare nonostante le misure prese, la burocrazia assurda con conteggio meticoloso dei contagiati e dei morti da parte di solerti funzionari, i funerali negati, l’antidoto che non funziona… Quello che in più questo libro ci mostra è la sofferenza della gente, gli effetti dell’esilio forzato, la disperazione e la frustrazione dei sopravvissuti. «I nostri concittadini, quelli almeno che più avevano sofferto nell’essere separati, si abituavano forse alla situazione? Non si tratta di questo. Sarebbe più esatto dire che tanto nel morale quanto nel fisico soffrivano di disincarnazione». Disincarnazione che negli annali italiani, così presi dall’elogio per il modello tutto nostrano di incarcerazione preventiva, non è pervenuta.

«Da questo punto di vista, erano davvero entrati nell’ordine della peste, tanto più efficace poiché più mediocre. Nessuno fra noi provava più grandi sentimenti. Ma tutti provavano sentimenti prevedibili. “È ora che finisca,” dicevano i nostri concittadini, perché in tempi di flagelli è normale desiderare la fine delle sofferenze collettive e perché in realtà desideravano davvero che finisse. Ma non era detto con l’ardore o l’aspro sentimento dell’inizio, bensì con quelle poche ragioni che per noi erano ancora chiare, e che erano povere. Al grande slancio indomito delle prime settimane era seguito un abbattimento che sarebbe sbagliato scambiare per rassegnazione, ma che era comunque una specie di temporaneo consenso. I nostri concittadini si erano messi al passo, si erano adattati, come si suol dire, perché non c’era modo di fare altrimenti. Avevano ancora, certo, le sembianze della tragedia e della sofferenza, ma non ne sentivano più il morso». Io non avrei saputo dirlo meglio.

Ultima breve citazione che inquadra bene la schizofrenia nella quale anche noi ci ritroviamo adesso immersi: gli abitanti di Orano sono dilaniati da contraddizioni, «spinti verso gli altri dal bisogno profondo di calore umano, e tuttavia tenuti distanti dalla diffidenza che impedisce loro di lasciarsi andare. Lo sappiamo benissimo tutti che non possiamo fidarci del nostro vicino, il quale senza che ce ne accorgiamo può trasmetterci la peste e approfittare della nostra vulnerabilità per infettarci». La lotta che un tempo era di classe e poi era assurta contro la casta, adesso è finalmente civile: interna al corpo sociale, cioè. Divide et impera.

Proprio stamattina, mentre pensavo che non entrare in Facebook mi avrebbe preservato dall’odio sociale (compreso il mio!) che è la vera cifra di questi giorni, ricevo un’email semplice semplice da uno sconosciuto. «I compagni dicono che le misure del governo sono lesive della libertà e che c’è il pericolo di una svolta autoritaria… I compagni… dimenticano che prima di tutto viene la salute». Il primo impulso era quello di indirizzare il mittente verso la porta che sta sempre in fondo a destra; mi limiterò però a ricordare a questo grande falco che la salute non è fatta solo di mera sopravvivenza fisica; e che si può morire pure di fame, di isolamento e di depressione.

(Pubblicato nel numero 404 di Sicilia Libertaria).

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La mafia a Ragusa non esiste Un morto ogni tanto (Paolo Borrometi, 2018)

Un giovane giornalista del sud del sud dell’Italia scrive qualche articolo contro dei mafiosetti locali: gli rubano in casa. Continua a scrivere: gli rompono un braccio. Continua ancora: lo Stato lo mette sotto scorta perché vogliono farlo saltare in aria. Comincia così a scrivere la storia della sua vita da giornalista antimafia tirando ancora in ballo i suddetti – e anche qualche pezzo grosso ormai inoffensivo – ma soprattutto parlando di sé.

Chi mi segue su Facebook sa che da un po’ mi diletto a scrivere quattro righe tra l’ironico e il sardonico su ogni libro che leggo. Queste riassumevano, non del tutto iniquamente, Un morto ogni tanto (Solferino 2018) di Paolo Borrometi, il giornalista di origini modicane sotto scorta dal 2014. Devo essere onesto: mi aspettavo un libro con nomi e cognomi, un’opera che scoperchiasse la mafia di Ragusa – quella che viene continuamente negata da tutti: eppure neanche una settimana fa arrestavano i due imprenditori che hanno costruito il porto di Marina, e non una parola… Dicevo: mi aspettavo l’apertura del vaso di Pandora, e invece a tratti ho avuto la fastidiosa impressione che Borrometi si stesse esibendo come Cristo in croce da Barbara D’Urso.

Ok, è un po’ stronzo e non molto politically correct dire qualcosa del genere: Paolo Borrometi ha smesso di vivere una vita normale e libera, sotto scorta com’è, per avere avuto il coraggio di parlare. Solo che m’aspettavo un modo diverso di dire le cose: il libro è per metà autobiografia (strappalacrime fosse solo per i tristissimi fatti che riporta, dall’aggressione subita al progetto di attentato) e per metà denuncia di nomi più o meno piccoli di Scicli e Vittoria (il resto è ambientato per lo più nel siracusano). Continua a sembrare che davvero non ci sia mafia a Ragusa città: solo un fugace accenno a una riunione di affari su uno yacht a Marina in cui era presente un’automobile intestata al Lanificio («sulla carta solo una discoteca»). I toni generali sono inoltre fastidiosamente ditirambici nei confronti dello Stato (cosa che va in contraddizione con un capitolo del libro in cui si denunciano i legami tra mafia e politica), delle forze dell’ordine e qua e là perfino della Chiesa (l’attuale papa gesuita viene definito «l’uomo più rivoluzionario oggi in vita», sic…), e rimane sotteso un irreale manicheismo tra i buoni da una parte (le autorità costituite, gli «angeli»…) e i cattivi dall’altra (come se ai piani più bassi dell’impero mafioso non ci fossero disperati ignari e povere vittime…).

Al di là del fastidio per le aspettative in gran parte disattese – da un giornalista mi aspettavo giornalismo, non vittimismo – qualcosa di buono resta, soprattutto per chi empatizzando con le vicissitudini di Borrometi diventa più recettivo e sensibile verso certi temi ormai un po’ démodé. Il primo è il mai troppo ricordato legame tra pomodoro ciliegino e sfruttamento («che spesso… cammina di pari passo alla tratta dei clandestini»): sfruttamento soprattutto di donne – «oltre a essere sottopagate le fimmine devono offrire anche i loro corpi… non a caso in questo lembo di Sicilia c’è un’altissima percentuale di aborti tra le donne romene» (ricordatevelo ogni volta che comprate quella merda rossa prodotta in serie in serre). Il secondo è la confutazione del pregiudizio della provincia babba, «il tacito assunto che quei territori siano stati (e siano) quasi del tutto immuni dalla criminalità mafiosa, parte di una Sicilia mite, ingenua, tranquilla» (purtroppo lo stesso Borrometi sembra ricadere nel cliché a furia di parlarci di vittoriesi e sciclitani dalle teste calde: i colletti bianchi, se appaiono, sono per lo più commercialisti di Castelvetrano…).

Il terzo è la disamina del commercio contemporaneo: «arrivi nel territorio ragusano e non puoi che rimanere colpito dalla distesa di centri commerciali. Vere e proprie cattedrali nel deserto, desolatamente vuote. Nessuno si domanda come mai queste grandi attività possano continuare a vivere, con quali soldi aprano o a chi appartengano davvero» (in realtà, a parte in questi tempi di psicosi virale, a me i centri commerciali ragusani sono sempre sembrati schifosamente strapieni: ma forse sono io a essere troppo misantropo…). Il quarto è il rammarico per l’omertà: «a parlare per primi, solo i morti. Raccontare agli inquirenti avrebbe significato diventare una “spia”. Per paura, o convenienza, sempre meglio tacere» (purtroppo a dover parlare ci vorrebbe una scorta per ogni cittadino…).

Il quinto è la constatazione dei tristi moti migratori sia in arrivo che in partenza («un tessuto sociale ed economico che andrebbe ripensato, la cui trama è l’immigrazione della disperazione e l’ordito un’emigrazione culturale altissima: tanta disperazione che arriva dall’Est e dal Mediterraneo e tanti, tantissimi giovani che se ne vanno dalla terra in cui i loro padri e le loro madri hanno saputo fare miracoli»). Il sesto è la denuncia del funzionamento viziato del mercato, soprattutto quello ortofrutticolo in mano alle agromafie. Il settimo è l’inquadramento della mafia come sistema totale: «“le mafie” non sono solo un fenomeno criminale, ma un sistema in cui la ricerca del consenso e i rapporti con la politica e l’imprenditoria sono le altre tre gambe del tavolo» (a tal proposito c’è la parte per noi più interessante del libro, quella che ripercorre le vicissitudini politiche delle ultime elezioni a Vittoria seguite dal commissariamento per mafia che perdura tutt’oggi, dopo oltre un anno e mezzo…).

Sette punti che andrebbero meditati ma soprattutto approfonditi con altre letture; purtroppo il libro di Borrometi è privo di bibliografia e non una sola fonte viene citata – a fondo libro c’è solo la tristissima paraculata, probabilmente voluta dalla casa editrice, in cui si dichiara che «per tutti, anche per coloro che sono stati considerati colpevoli nei primi gradi di giudizio… resta valido il principio della presunzione di innocenza». Forse tra cent’anni salterà fuori qualche nome di attuale mafioso ragusano accertato.

(Pubblicato nel numero 403 di Sicilia Libertaria).

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Insegnamenti per gli anni venti 21 lezioni per il XXI secolo (Yuval Noah Harari, 2018)

Con l’inizio del nuovo anno e del nuovo decennio ho ben pensato di portare a termine la trilogia di Yuval Noah Harari. 21 lezioni per il XXI secolo (Bompiani 2018): il titolo promette bene. A differenza delle due opere precedenti che avevano un impianto saggistico classico, questa ha una struttura più (post)moderna: è composta da ventuno capitoletti leggibili anche in modo indipendente e non sequenziale. La sua genesi spiega la forma più leggibile del solito: «il libro è stato scritto dialogando con il pubblico… in risposta a domande che lettori, giornalisti e colleghi mi hanno rivolto».

Disillusione. Lavoro. Libertà. Uguaglianza. Comunità. Civiltà. Nazionalismo. Religione. Immigrazione. Terrorismo. Guerra. Umiltà. Dio. Laicismo. Ignoranza. Giustizia. Post-verità. Fantascienza. Istruzione. Senso. Meditazione. Queste le ventuno tematiche, tutte permeate dallo sguardo di Harari che in quest’opera si rivela appieno: laico, illuminista, immanentista, disincantato. Anche stavolta toccherò appena alcuni punti – non m’interessa recensire libri: voglio solo far venire al lettore la voglia di leggerne alcuni che mi hanno colpito, poi ne parleremo. Harari è consapevole che siamo fortunati anche solo per questo privilegio: «miliardi di noi possono a stento permettersi il lusso di approfondire queste domande, poiché siamo pressati da ben altre urgenze… ciascuna di queste persone ha problemi assai più urgenti del riscaldamento globale o della crisi della democrazia liberale». Il problema è che adesso i problemi sono globali

«Un mondo globale esercita una pressione senza precedenti sui nostri comportamenti e sull’etica individuale. Ognuno di noi è intrappolato in numerose ragnatele, che mentre limitano i nostri movimenti trasmettono le nostre vibrazioni più impercettibili a destinazioni remote». Il punto di partenza imprescindibile per un ripensamento del presente è che viviamo tutti nel medesimo pianeta – un virus nato nell’altra parte del mondo arriva da noi in pochissimi giorni. «La specifica dimensione globale delle nostre vite personali mette in evidenza quanto sia importante denunciare i pregiudizi religiosi e politici, i privilegi razziali e di genere, e la conseguente involontaria complicità nell’oppressione esercitata dalle istituzioni» – per non parlare di quella volontaria… Intanto il modello politico democratico è apertamente in crisi: prima la crisi finanziaria del 2008, poi nel 2016 la vittoria di Trump e il voto sulla Brexit, che proprio nel giorno in cui scrivo diventa realtà… Sì, siamo nella merda: economicamente e politicamente.

«La narrazione liberale e la logica capitalistica del libero mercato incoraggiano le persone a coltivare notevoli aspettative… Nei decenni a venire, tuttavia, a causa degli effetti congiunti della rivoluzione tecnologica e della catastrofe ecologica, la generazione più giovane potrebbe già considerarsi fortunata se riuscisse a mantenere inalterate le condizioni attuali» (ce ne stiamo già accorgendo…). Secondo Harari non ci resta che creare una “narrazione” aggiornata per il mondo a venire: cosa che dovrebbero capire anche i governanti, che per reazione e paura – o semplice calcolo politico – danno sempre più seguito a storie dannose, illiberali, intolleranti. «I politici sono un po’ come i musicisti, e gli strumenti che suonano sono le nostre emozioni e il nostro sistema biochimico. Rilasciano una dichiarazione e il paese è travolto dal terrore. Mandano un tweet e provocano un’esplosione di odio». Ma in un mondo in cui il divario tra ricchi e poveri continua a crescere, dovremmo tornare a lottare – come insegnano i francesi, alla faccia di quello pseudosocialista di Macron…

Alcune tematiche vengono trattate in un modo inaspettato per un accademico. Un esempio è la religione, con particolare riferimento all’ebraismo ortodosso – legato a doppio filo alle politiche dello stato di Israele – finalmente e giustamente criticato da Harari. Eppure esiste qualcosa che ha più seguito della religione, e su cui dovremmo puntare la nostra attenzione: «al giorno d’oggi quasi tutti, fatte salve piccole varianti, seguono il modello economico capitalista, e siamo tutti ingranaggi di una sola linea di produzione… i biglietti verdi sono universalmente venerati senza riserve ideologiche da tutte le fazioni politiche e religiose». Il denaro è il nuovo oppio dei popoli…

«La gente continua a condurre uno sforzo eroico contro il razzismo tradizionale senza rendersi conto che il fronte della battaglia è cambiato. Il razzismo tradizionale sta venendo meno, il mondo adesso è pieno di “culturalisti”». Questa è la nuova forma di razzismo nella quale indulgiamo tutti – sì, anche noi progressisti. Nessuno, tranne qualche nostalgico, dice più che qualcuno è inferiore perché viene da una razza inferiore: ma da una cultura inferiore. Questo razzismo è più subdolo perché sembra avere un avallo dai fatti (una cultura patriarcale è inferiore – cioè meno progredita – rispetto a una liberale, dunque i musulmani sono et cetera et cetera). Pensiamoci.

«Homo sapiens è un animale narratore, che elabora pensieri grazie a storie piuttosto che per mezzo di numeri e grafici, e crede che lo stesso universo funzioni come una storia… Quando ricerchiamo il senso della vita, vogliamo una narrazione che ci spieghi che cosa è la realtà e qual è il mio particolare ruolo nel dramma cosmico». Ma proprio quando crediamo di aver trovato la chiave di lettura di quest’opera, Harari se ne esce così: «la democrazia è fondata sull’assunto che gli elettori sanno chi è meglio votare, il capitalismo del libero mercato presume che il cliente abbia sempre ragione, e l’educazione liberale insegna agli studenti a pensare con la propria testa. È però un errore riporre tutta questa fiducia nella razionalità degli individui». Nell’ultimo capitolo ci suggerisce sottovoce che la cosa migliore da fare è… meditare. Harari intende la Vipassana; io mi accontento della cara vecchia meditazione filosofica, usando questo libro come guida ma non come bibbia.

(Pubblicato nel numero 402 di Sicilia Libertaria).

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