La mafia a Ragusa non esiste Un morto ogni tanto di Paolo Borrometi

Un giovane giornalista del sud del sud dell’Italia scrive qualche articolo contro dei mafiosetti locali: gli rubano in casa. Continua a scrivere: gli rompono un braccio. Continua ancora: lo Stato lo mette sotto scorta perché vogliono farlo saltare in aria. Comincia così a scrivere la storia della sua vita da giornalista antimafia tirando ancora in ballo i suddetti – e anche qualche pezzo grosso ormai inoffensivo – ma soprattutto parlando di sé.

Chi mi segue su Facebook sa che da un po’ mi diletto a scrivere quattro righe tra l’ironico e il sardonico su ogni libro che leggo. Queste riassumevano, non del tutto iniquamente, Un morto ogni tanto (Solferino 2018) di Paolo Borrometi, il giornalista di origini modicane sotto scorta dal 2014. Devo essere onesto: mi aspettavo un libro con nomi e cognomi, un’opera che scoperchiasse la mafia di Ragusa – quella che viene continuamente negata da tutti: eppure neanche una settimana fa arrestavano i due imprenditori che hanno costruito il porto di Marina, e non una parola… Dicevo: mi aspettavo l’apertura del vaso di Pandora, e invece a tratti ho avuto la fastidiosa impressione che Borrometi si stesse esibendo come Cristo in croce da Barbara D’Urso.

Ok, è un po’ stronzo e non molto politically correct dire qualcosa del genere: Paolo Borrometi ha smesso di vivere una vita normale e libera, sotto scorta com’è, per avere avuto il coraggio di parlare. Solo che m’aspettavo un modo diverso di dire le cose: il libro è per metà autobiografia (strappalacrime fosse solo per i tristissimi fatti che riporta, dall’aggressione subita al progetto di attentato) e per metà denuncia di nomi più o meno piccoli di Scicli e Vittoria (il resto è ambientato per lo più nel siracusano). Continua a sembrare che davvero non ci sia mafia a Ragusa città: solo un fugace accenno a una riunione di affari su uno yacht a Marina in cui era presente un’automobile intestata al Lanificio («sulla carta solo una discoteca»). I toni generali sono inoltre fastidiosamente ditirambici nei confronti dello Stato (cosa che va in contraddizione con un capitolo del libro in cui si denunciano i legami tra mafia e politica), delle forze dell’ordine e qua e là perfino della Chiesa (l’attuale papa gesuita viene definito «l’uomo più rivoluzionario oggi in vita», sic…), e rimane sotteso un irreale manicheismo tra i buoni da una parte (le autorità costituite, gli «angeli»…) e i cattivi dall’altra (come se ai piani più bassi dell’impero mafioso non ci fossero disperati ignari e povere vittime…).

Al di là del fastidio per le aspettative in gran parte disattese – da un giornalista mi aspettavo giornalismo, non vittimismo – qualcosa di buono resta, soprattutto per chi empatizzando con le vicissitudini di Borrometi diventa più recettivo e sensibile verso certi temi ormai un po’ démodé. Il primo è il mai troppo ricordato legame tra pomodoro ciliegino e sfruttamento («che spesso… cammina di pari passo alla tratta dei clandestini»): sfruttamento soprattutto di donne – «oltre a essere sottopagate le fimmine devono offrire anche i loro corpi… non a caso in questo lembo di Sicilia c’è un’altissima percentuale di aborti tra le donne romene» (ricordatevelo ogni volta che comprate quella merda rossa prodotta in serie in serre). Il secondo è la confutazione del pregiudizio della provincia babba, «il tacito assunto che quei territori siano stati (e siano) quasi del tutto immuni dalla criminalità mafiosa, parte di una Sicilia mite, ingenua, tranquilla» (purtroppo lo stesso Borrometi sembra ricadere nel cliché a furia di parlarci di vittoriesi e sciclitani dalle teste calde: i colletti bianchi, se appaiono, sono per lo più commercialisti di Castelvetrano…).

Il terzo è la disamina del commercio contemporaneo: «arrivi nel territorio ragusano e non puoi che rimanere colpito dalla distesa di centri commerciali. Vere e proprie cattedrali nel deserto, desolatamente vuote. Nessuno si domanda come mai queste grandi attività possano continuare a vivere, con quali soldi aprano o a chi appartengano davvero» (in realtà, a parte in questi tempi di psicosi virale, a me i centri commerciali ragusani sono sempre sembrati schifosamente strapieni: ma forse sono io a essere troppo misantropo…). Il quarto è il rammarico per l’omertà: «a parlare per primi, solo i morti. Raccontare agli inquirenti avrebbe significato diventare una “spia”. Per paura, o convenienza, sempre meglio tacere» (purtroppo a dover parlare ci vorrebbe una scorta per ogni cittadino…).

Il quinto è la constatazione dei tristi moti migratori sia in arrivo che in partenza («un tessuto sociale ed economico che andrebbe ripensato, la cui trama è l’immigrazione della disperazione e l’ordito un’emigrazione culturale altissima: tanta disperazione che arriva dall’Est e dal Mediterraneo e tanti, tantissimi giovani che se ne vanno dalla terra in cui i loro padri e le loro madri hanno saputo fare miracoli»). Il sesto è la denuncia del funzionamento viziato del mercato, soprattutto quello ortofrutticolo in mano alle agromafie. Il settimo è l’inquadramento della mafia come sistema totale: «“le mafie” non sono solo un fenomeno criminale, ma un sistema in cui la ricerca del consenso e i rapporti con la politica e l’imprenditoria sono le altre tre gambe del tavolo» (a tal proposito c’è la parte per noi più interessante del libro, quella che ripercorre le vicissitudini politiche delle ultime elezioni a Vittoria seguite dal commissariamento per mafia che perdura tutt’oggi, dopo oltre un anno e mezzo…).

Sette punti che andrebbero meditati ma soprattutto approfonditi con altre letture; purtroppo il libro di Borrometi è privo di bibliografia e non una sola fonte viene citata – a fondo libro c’è solo la tristissima paraculata, probabilmente voluta dalla casa editrice, in cui si dichiara che «per tutti, anche per coloro che sono stati considerati colpevoli nei primi gradi di giudizio… resta valido il principio della presunzione di innocenza». Forse tra cent’anni salterà fuori qualche nome di attuale mafioso ragusano accertato.

(Pubblicato nel numero 403 di Sicilia Libertaria).

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Insegnamenti per gli anni venti 21 lezioni per il XXI secolo di Yuval Noah Harari

Con l’inizio del nuovo anno e del nuovo decennio ho ben pensato di portare a termine la trilogia di Yuval Noah Harari. 21 lezioni per il XXI secolo (Bompiani 2018): il titolo promette bene. A differenza delle due opere precedenti che avevano un impianto saggistico classico, questa ha una struttura più (post)moderna: è composta da ventuno capitoletti leggibili anche in modo indipendente e non sequenziale. La sua genesi spiega la forma più leggibile del solito: «il libro è stato scritto dialogando con il pubblico… in risposta a domande che lettori, giornalisti e colleghi mi hanno rivolto».

Disillusione. Lavoro. Libertà. Uguaglianza. Comunità. Civiltà. Nazionalismo. Religione. Immigrazione. Terrorismo. Guerra. Umiltà. Dio. Laicismo. Ignoranza. Giustizia. Post-verità. Fantascienza. Istruzione. Senso. Meditazione. Queste le ventuno tematiche, tutte permeate dallo sguardo di Harari che in quest’opera si rivela appieno: laico, illuminista, immanentista, disincantato. Anche stavolta toccherò appena alcuni punti – non m’interessa recensire libri: voglio solo far venire al lettore la voglia di leggerne alcuni che mi hanno colpito, poi ne parleremo. Harari è consapevole che siamo fortunati anche solo per questo privilegio: «miliardi di noi possono a stento permettersi il lusso di approfondire queste domande, poiché siamo pressati da ben altre urgenze… ciascuna di queste persone ha problemi assai più urgenti del riscaldamento globale o della crisi della democrazia liberale». Il problema è che adesso i problemi sono globali

«Un mondo globale esercita una pressione senza precedenti sui nostri comportamenti e sull’etica individuale. Ognuno di noi è intrappolato in numerose ragnatele, che mentre limitano i nostri movimenti trasmettono le nostre vibrazioni più impercettibili a destinazioni remote». Il punto di partenza imprescindibile per un ripensamento del presente è che viviamo tutti nel medesimo pianeta – un virus nato nell’altra parte del mondo arriva da noi in pochissimi giorni. «La specifica dimensione globale delle nostre vite personali mette in evidenza quanto sia importante denunciare i pregiudizi religiosi e politici, i privilegi razziali e di genere, e la conseguente involontaria complicità nell’oppressione esercitata dalle istituzioni» – per non parlare di quella volontaria… Intanto il modello politico democratico è apertamente in crisi: prima la crisi finanziaria del 2008, poi nel 2016 la vittoria di Trump e il voto sulla Brexit, che proprio nel giorno in cui scrivo diventa realtà… Sì, siamo nella merda: economicamente e politicamente.

«La narrazione liberale e la logica capitalistica del libero mercato incoraggiano le persone a coltivare notevoli aspettative… Nei decenni a venire, tuttavia, a causa degli effetti congiunti della rivoluzione tecnologica e della catastrofe ecologica, la generazione più giovane potrebbe già considerarsi fortunata se riuscisse a mantenere inalterate le condizioni attuali» (ce ne stiamo già accorgendo…). Secondo Harari non ci resta che creare una “narrazione” aggiornata per il mondo a venire: cosa che dovrebbero capire anche i governanti, che per reazione e paura – o semplice calcolo politico – danno sempre più seguito a storie dannose, illiberali, intolleranti. «I politici sono un po’ come i musicisti, e gli strumenti che suonano sono le nostre emozioni e il nostro sistema biochimico. Rilasciano una dichiarazione e il paese è travolto dal terrore. Mandano un tweet e provocano un’esplosione di odio». Ma in un mondo in cui il divario tra ricchi e poveri continua a crescere, dovremmo tornare a lottare – come insegnano i francesi, alla faccia di quello pseudosocialista di Macron…

Alcune tematiche vengono trattate in un modo inaspettato per un accademico. Un esempio è la religione, con particolare riferimento all’ebraismo ortodosso – legato a doppio filo alle politiche dello stato di Israele – finalmente e giustamente criticato da Harari. Eppure esiste qualcosa che ha più seguito della religione, e su cui dovremmo puntare la nostra attenzione: «al giorno d’oggi quasi tutti, fatte salve piccole varianti, seguono il modello economico capitalista, e siamo tutti ingranaggi di una sola linea di produzione… i biglietti verdi sono universalmente venerati senza riserve ideologiche da tutte le fazioni politiche e religiose». Il denaro è il nuovo oppio dei popoli…

«La gente continua a condurre uno sforzo eroico contro il razzismo tradizionale senza rendersi conto che il fronte della battaglia è cambiato. Il razzismo tradizionale sta venendo meno, il mondo adesso è pieno di “culturalisti”». Questa è la nuova forma di razzismo nella quale indulgiamo tutti – sì, anche noi progressisti. Nessuno, tranne qualche nostalgico, dice più che qualcuno è inferiore perché viene da una razza inferiore: ma da una cultura inferiore. Questo razzismo è più subdolo perché sembra avere un avallo dai fatti (una cultura patriarcale è inferiore – cioè meno progredita – rispetto a una liberale, dunque i musulmani sono et cetera et cetera). Pensiamoci.

«Homo sapiens è un animale narratore, che elabora pensieri grazie a storie piuttosto che per mezzo di numeri e grafici, e crede che lo stesso universo funzioni come una storia… Quando ricerchiamo il senso della vita, vogliamo una narrazione che ci spieghi che cosa è la realtà e qual è il mio particolare ruolo nel dramma cosmico». Ma proprio quando crediamo di aver trovato la chiave di lettura di quest’opera, Harari se ne esce così: «la democrazia è fondata sull’assunto che gli elettori sanno chi è meglio votare, il capitalismo del libero mercato presume che il cliente abbia sempre ragione, e l’educazione liberale insegna agli studenti a pensare con la propria testa. È però un errore riporre tutta questa fiducia nella razionalità degli individui». Nell’ultimo capitolo ci suggerisce sottovoce che la cosa migliore da fare è… meditare. Harari intende la Vipassana; io mi accontento della cara vecchia meditazione filosofica, usando questo libro come guida ma non come bibbia.

(Pubblicato nel numero 402 di Sicilia Libertaria).

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Il poco divino futuro dell’umanità Homo Deus di Yuval Noah Harari

Yuval Noah Harari è diventato famoso qualche anno fa con il suo bestseller Sapiens, dedicato al passato della nostra specie; quest’estate ho letto la seconda parte di quella che nel frattempo si è configurata come una trilogia dedicata all’uomo. Homo Deus (Bompiani 2017) specula sul futuro dell’umanità; rispetto alla precedente è un’opera più originale e forse anche più impegnativa – nulla comunque che non si possa leggere in vacanza per darsi un certo tono da intellettuale, vista anche la mole del libro. Le tematiche sono tante: ne toccherò solo alcune molto rapidamente – giusto un assaggio.

Nella prima pagina Harari sostiene, forse ottimisticamente, che «da qualche decennio siamo riusciti a tenere sotto controllo carestie, pestilenze e guerre». Poco più avanti specifica meglio che «non ci sono più carestie naturali nel mondo; esistono solo quelle politiche. Se le persone in Siria, Sudan o Somalia muoiono di fame è perché alcuni personaggi politici vogliono che ciò accada». Dovremmo ricordarcelo specie quando ci viene ammannito questo nuovo ambientalismo-giardinaggio tanto di moda e calato dall’alto: il riscaldamento globale porterà sempre più problemi, certo, ma questi sono spesso amplificati dalla politica – non è eliminando i sacchetti di plastica che salveremo il mondo. «Quando si arriva al momento di scegliere tra la crescita economica e la stabilità ecologica, i politici, gli amministratori delegati e gli elettori quasi sempre sono a favore della prima opzione» – touché.

Commentando il video della caduta di Ceauşescu – di cui proprio nel momento in cui scrivo ricorre il trentennale – Harari si chiede: «Perché le rivoluzioni sono così rare? Perché le masse talvolta applaudono e sono entusiaste per secoli e secoli, facendo tutto quello che l’uomo sul terrazzo comanda loro, anche se potrebbero in teoria fargliela pagare in ogni istante e ridurlo a brandelli?» – me lo chiedo spesso anch’io, e credo che molto dipende dal valore che diamo alle nostre vite individuali e dal rischio concreto di azioni violente da parte della polizia. Il problema è che le grandi masse di individui si comportano in modo fondamentalmente diverso dai piccoli gruppi, accettando ad esempio le briciole dal prepotente di turno (questo è del tutto in contrasto con le previsioni psicologiche del “gioco dell’ultimatum”!); il sorgere delle élite politiche che dispensano punizioni e (miseri) premi alla massa dominata, assieme alla credenza in miti fantasiosi, dà vita purtroppo a gerarchie assai stabili.

L’“ordine costituito immaginario” è quel che ci fotte. «Le entità intersoggettive dipendono dalla comunicazione fra numerosi umani piuttosto che dalle credenze e dalle sensazioni dei singoli umani». Per Harari queste entità sono il motore della storia: alcuni esempi sono il denaro, la nazione, l’idea di dio e l’ordine politico. A volte l’unica speranza è data dal tempo: «Così procede la storia. La gente tesse una rete di significato, crede in essa con sincerità e passione, ma presto o tardi la rete si disfa e quando la guardiamo retrospettivamente facciamo fatica a capire come qualcuno abbia potuto prenderla sul serio… Pertanto, tra un centinaio di anni, le nostre credenze nella democrazia… potrebbero sembrare ugualmente incomprensibili ai nostri discendenti». Resisterà l’anarchia?

Harari si (pre)occupa anche del futuro del lavoro: in base alle ultime ricerche nei prossimi vent’anni il 47% dei lavori attuali verranno svolti da macchine. «Poiché non sappiamo quale assetto troverà il mercato del lavoro nel 2030 o nel 2040, già oggi non abbiamo la più pallida idea di cosa insegnare ai nostri figli. La maggior parte di ciò che essi imparano oggi a scuola sarà con ogni probabilità irrilevante per quando avranno quarant’anni» (invero è una cosa che stanno già sperimentando oggi tanti, troppi millennial). Flessibilità ci dicono: continuare ad apprendere e reinventarci, ma «molti, se non addirittura la maggioranza, non saranno capaci di stare al passo». E il problema più grosso è che «quando gli algoritmi avranno estromesso gli umani dal mercato del lavoro, la ricchezza e il potere potrebbero risultare concentrati nelle mani di una minuscola élite che possiede i potentissimi algoritmi, creando le condizioni per una disuguaglianza sociale e politica senza precedenti». La tecnologia è comoda ma iniqua…

L’ultima parte del libro di Harari è dedicata alla “religione dei dati” che ormai sta soppiantando tutte le altre. Seguendo il filo dell’opera, siamo passati dalla fede in entità esterne (divinità e religioni tradizionali) a quella in sé stessi e nei propri sentimenti (dall’età moderna in poi) per approdare oggi a questa nuova fiducia nei dati informatici. I computer ci conoscono meglio di noi, cosa ormai accettata in ambito medico in cui dispositivi via via più avanzati permettono diagnosi sempre più precise; ma che dire del nostro regalare i dati personali ad aziende private da cui non siamo neanche pagati? «Già oggi l’algoritmo di Facebook è un giudice delle personalità e inclinazioni umane perfino migliore della propria cerchia di amici, genitori e consorti»: a Facebook bastano appena 10 like per conoscerci meglio dei colleghi di lavoro, 70 per gli amici, 150 per i familiari e 300 per i coniugi…

Alla fine, a diventare un superuomo prossimo al divino sarà probabilmente solo l’uomo ricco, ci avvisa Harari: il rischio del futuro è la crescita della disuguaglianza. Nonostante gli elogi alle capacità produttive del capitalismo, Harari è consapevole che esso è inadeguato come sistema sociale; leggiamo nelle ultime pagine del libro: «È pericoloso affidare il nostro futuro alle forze del mercato, poiché queste forze fanno ciò che è buono per il mercato piuttosto che ciò che è buono per il genere umano o per il mondo. La mano del mercato è cieca tanto quanto è invisibile, e lasciata libera a operare secondo le sue modalità potrebbe evitare di fare qualsiasi cosa a proposito del riscaldamento globale o dei pericoli potenziali dell’intelligenza artificiale».

(Pubblicato nel numero 401 di Sicilia Libertaria).

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Come alla fine d’una guerra Napoli ’44 di Norman Lewis

Rileggere oggi Napoli ’44 di Norman Lewis (Adelphi 1993) è un’esperienza che apre gli occhi non solo sulla Napoli di allora, ma anche e soprattutto sull’Italia di ora. Tre quarti di secolo sembrano essere trascorsi invano, tanto è l’impatto che la distruzione della guerra e il conseguente dominio (che qualcuno chiama ancora “liberazione”!) straniero esercitano tuttora sul paese in cui abbiamo la sventura di vivere.

L’autore, inglese, partecipò allo sbarco degli Alleati a Salerno nel 1943 e rimase in Campania per oltre un anno. Nella sua opera gli orrori della guerra appaiono solo di sfuggita – del resto, per un militare con mansioni d’ufficio i rischi erano ben pochi: Lewis è relativamente libero di esplorare Napoli e dintorni e di fissare quasi quotidianamente su carta le proprie impressioni. Tralasciamo le pagine più folcloristiche e le più drammatiche (quelle sui “miracoli” dei santi contro quelle sulla prostituzione di madri di famiglia in cambio di scatolette di carne) e soffermiamoci su quelle politiche, che sono le più sorprendenti per la loro attualità. Lewis, per via dei suoi incarichi, ha un contatto diretto con il popolo da un lato – soprattutto con la pletora di “informatori” – e con la polizia italiana e l’AMG (Allied Military Government of Occupied Territories, giusto per rinfrescare la memoria) dall’altro. Questo lo porta a scontrarsi con la corruzione dilagante nelle alte sfere (molti ufficiali americani sono coinvolti direttamente nel contrabbando e nel mercato nero) e con gli illeciti compiuti da poveri cristi affamati, gli unici a pagarla veramente di fronte all’iniqua “giustizia”.

Il primo giudizio di Lewis sul popolo oppresso è che «quasi tutti gli italiani [sono] assolutamente neutrali in fatto di politica»; in realtà questa “neutralità”, o meglio questo apatico disinteresse, viene da anni di sottomissione, e il problema si è esacerbato con l’unificazione dell’Italia: «l’Italia del Sud e la Sicilia […] formano un’unità culturale ed economica, che prospera solo con l’unione politica. I governi del Nord le hanno invece sempre sottovalutate, considerandole aree endemicamente arretrate, di un qualche valore solo come fonti di manodopera e di risorse alimentari a buon mercato […]. Di fatto […] il Sud è in pratica una colonia del Nord industrializzato». Una speranza di riscatto per i meridionali, allora come ora, sembra venire dagli studi: eppure, ci avverte Lewis, Napoli pullula di laureati senza lavoro e più poveri dei sottoproletari: «questi professionisti ridotti alla fame sono il risultato della volontà di ogni famiglia borghese napoletana di avere un figlio laureato, anche se la laurea è inutile. I genitori sono disposti a togliersi il pane di bocca purché il figlio acquisisca il diritto di venire rispettosamente chiamato avvocato, o dottore». Ricordiamocelo, sono parole che descrivono situazioni di settantacinque anni fa…

Nel giro di pochi mesi di governo militare viene reso di nuovo possibile fondare partiti che parteciperanno alla «furiosa rissa democratica che prevedibilmente si scatenerà quando verranno indette le elezioni». L’autore però è molto scettico, notando anzitutto la grande frammentazione politica italiana. Lo schifo è a destra («alcuni [partiti] vengono considerati più risoluti e sinistri, e tra essi quello su cui dovevo indagare, che si chiama “Forza Italia!” [sic!] e si sospetta di simpatie neofasciste») e a manca («i comunisti ortodossi […] sono però in qualche misura indeboliti dall’esistenza di una trentina di correnti, ciascuna delle quali con un proprio organo di stampa, e reciprocamente ostili – l’unico punto su cui concordano è l’appello all’unità dei proletari di tutto il mondo»); nessuno è veramente rivoluzionario («i comizi di questi giorni sono sempre la solita solfa, uno vale l’altro […]. L’oratore di oggi avrebbe dovuto essere, in teoria, un sovversivo, ma non aveva assolutamente nulla di nuovo da dire, e comunque nulla che potesse in alcun modo costituire una minaccia per la sicurezza delle forze alleate»). Intanto i sindaci campani sono tutti uomini di Vito Genovese, braccio destro di Lucky Luciano e diventato nel frattempo “interprete” presso gli americani di stanza a Napoli…

Lo sguardo di Lewis non si ferma alle apparenze: tutto ha una spiegazione più profonda, spesso di carattere pragmaticamente economico – in una parola, la fame. Perciò la camorra è «una forma di resistenza clandestina permanente, evolutasi nei secoli come sistema di autodifesa dalle angherie e dall’esosità di tutti i governi stranieri che si sono succeduti a Napoli», la corruzione è assimilata a uno scambio di doni rituali («questa gente non mi sta offrendo una bustarella, bensì sta compiendo un normale gesto di cortesia»), l’appartenenza politica ha ben poco di ideologico («un disoccupato iscritto alla DC ha maggiori possibilità di trovare lavoro»). Anche di fronte ai casi che più dovevano apparirgli inesplicabili, come gli omicidi nelle faide, Lewis non perde mai l’umanità: a un gruppetto di ergastolani chiede se lo rifarebbero, e la risposta è tanto fatalista quanto filosofica: «nelle stesse circostanze, ci saremmo costretti. È ovvio. Non credere che ci si provi gusto, a fare una cosa del genere. Lo sbaglio è stato metterci al mondo» (ecco il mè phynai di sofoclea memoria…).

Voglio chiudere questo invito alla lettura con l’ultima, lunga e paradossale citazione: «un anno fa li abbiamo liberati dal Mostro Fascista, e loro sono ancora lì, a fare del loro meglio per sorriderci educatamente, affamati come sempre, più che mai fiaccati dalle malattie, circondati dalle macerie della loro meravigliosa città, dove l’ordine costituito non esiste più. E alla fine, cosa ci guadagneranno? La rinascita della democrazia. La fulgida prospettiva di poter un giorno scegliere i propri governanti in una lista di potenti, la cui corruzione, nella maggior parte dei casi, è notoria, e accettata con stanca rassegnazione. In confronto, i giorni di Benito Mussolini devono sembrare un paradiso perduto».

(Pubblicato nel numero 400 di Sicilia Libertaria).

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Paris 2019 Impressioni (d'un viaggio) di settembre

Ognuno di noi, anche il più incallito dei campagnoli, ha la sua città-feticcio. La mia è Paris. Ci sono stato la prima volta quando era piena di manifesti di Boudu; ci sono tornato il mese scorso (stavolta davano Le dindon) rimanendoci qualche giorno in più – grazie alla mia ottima ospite L³ – per godermela meglio e farmene un’idea più completa. Le mie brevi e banali considerazioni.

Paris è grande. È la prima ovvia impressione che si avverte camminando per i suoi spaziosi boulevard (quello di Montparnasse, per dire, è largo quasi quaranta metri; e nessuno mi pare scenda sotto i trenta), o vagando per i suoi parchi (soggiornavo tra il Cimetière du Montparnasse – quasi diciannove ettari – e il Jardin du Luxembourg – oltre ventidue ettari; ho fatto pure un salto al Bois de Boulogne: 846 ettari…). Non parliamo poi della dimensione delle piazze. Tutto è magniloquente, lì. Merito del Secondo Impero, anche.

Culla dell’arte. Sarò francofilo, ma tutto o quasi ciò che ho ammirato nell’arte (durante la mia adolescenza) e nella letteratura (tuttora) viene dalla Francia. Delacroix Courbet Manet Monet Degas Renoir Cézanne Toulouse-Lautrec Rousseau Braque Gauguin Matisse (ma mettiamoci pure i soggiornanti Picasso Van Gogh Mondrian Chagall Modigliani…); Voltaire Flaubert Baudelaire Rimbaud Verlaine Proust Céline Sartre Beauvoir Camus Cioran Pennac Reza Houellebecq Carrère Littell. E tanti altri che sto dimenticando – o non ho ancora letto.

Il giusto mix tra antico e moderno. Haussmann faceva edificare quei tipici palazzi mentre ancora l’Italia doveva farsi “unita” – similmente la Beauvoir scriveva Le deuxième sexe negli anni in cui Casa Filosofica (la sua struttura fisica cioè) veniva costruita pietra su pietra come nel medioevo. A Paris v’è compresenza tra bistrot aperti da oltre un secolo e provvidenziali Franprix coi loro frigoriferi pieni di birre belghe a buon mercato. Lì soprattutto ho notato che i parigini non toccano più banconote e pagano con carta. Ci arriveremo.


Piena di cultura. A nausea. Penso ai mastodontici musei, con opere d’arte in quantità inverosimile. Il Louvre è paradigmatico, certo – ogni sua ala potrebbe essere un degnissimo museo a sé stante! – ma io continuo a essere più coinvolto e sconvolto dall’Orsay e dal Pompidou, e da quest’ultima visita anche dal Quai Branly. Che a proposito è stato voluto e fondato da Chirac (morto nei giorni della mia permanenza, per cui l’ingresso in quei giorni era gratuito – così l’ho scoperto): immagina Cossiga aprire a Roma un museo su Maori e Zulu.

Paranoica. Non si può andare da nessuna parte senza passare per un metal detector e aprire la borsa a una guardia – anche più volte, come per entrare al Senato. E nell’ultima marche pour le climat, con la convergence des luttes di ecologisti e gilets jaunes, c’erano schierati 7500 sbirri per una presenza stimata di 15000 manifestanti – un uomo armato ogni due civili. Passi per me che sono supergiovane e grezzo, ma si sono beccati i lacrimogeni pure i miei inermi compagni di corteo – pensionati, famigliole e bambini convinti di poter salvare il pianeta.

Ancora cultura. Entri in un Monoprix qualsiasi – mica in una Gibert! – ed è normale trovare un paio di riviste filosofiche e tre o quattro magazine di letteratura, quando in Italia, se va bene, alla Coop puoi comprare Focus o l’Espresso. Nel métro incontri anche e ancora gente che legge libri cartacei, non solo i soliti tizi annoiati accartocciati sugli smartphone (io ero giustificato, avevo mappe da decifrare e seguire). Nelle librerie non sono esposti Vespa, Volo o Moccia. In compenso ci sono ogni giorno presentazioni, conferenze, soirée con Eschaton

La cucina francese. La Francia quanto a cibo è seconda solo all’Italia, dicono, ma i gusti sono ben diversi (tranne che il roquefort è gorgonzola…). Tutto sembra più elaborato, pesantemente. Gli odori e gli aromi sono complicati; le pomate dai gusti indefinibili – piccanti salate amare pungenti aromatiche forti speziate – sono ciò che più resta impresso (oltre allo spiccato alito d’aglio di tanti francesi). Se non altro, in Rue du Montparnasse ho imparato che le crêpe salate si chiamano in realtà galette e sono fatte con farina di grano saraceno e senza latte.

La lingua. Il francese ha qualcosa come 17 suoni vocalici, mentre l’italiano ne ha sette – in realtà solo cinque, qua al sud. Capirete la difficoltà di pronuncia. Poi quelle nasali, e le parole tutte tronche… Bello, elegante, suona bene, ma dovrei snaturarmi troppo per parlarlo. (Due aneddoti: mi ritrovavo a scambiare per italofoni gli spagnoli – diciamolo, i padani parlano più similmente ai francesi che ai siciliani. E ancora: stranamente in dieci giorni non ho sentito neanche uno ’mbare: ma forse fine settembre non è tempo di ferie per i catanesi…).

Serietà. L’impressione globale e finale che ho ricavato da questo viaggio è che la Francia è come sarebbe l’Italia se solo questa fosse più seria. (Il lettore diligente scovi l’adynaton). In Francia i francesi si prendono sul serio, e di conseguenza prendono e fanno le cose sul serio (forse non come i tedeschi ma quasi…). Non hai l’impressione che tutto venga arrabattato e abborracciato o volto in farsa come accade continuamente in Italia e ancor più in Sicilia. C’è organizzazione e funzionalità – o forse solo normale civiltà. Ci arriveremo?

Confronti impietosi. Aeroporto di Orly, trenta milioni di passeggeri l’anno: pulito, calmo, silenzioso, rilassante. Varie panche su cui poltrire prima dell’imbarco. C’è pure un Carrefour dentro, in cui prendere una birretta biologica fredda a meno di due euri. Dopo manco quattro ore, aeroporto di Catania (dieci milioni di passeggeri l’anno): bolgia infernale. Sedie solo nei locali, e due panchine giusto a lato delle poche prese perennemente occupate. Al bar mi fottono cinque euri per una birra industriale fresca – ovviamente senza scontrino. Bentornato.

Di’ qualcosa di negativo! Colonialismo. Imperialismo. Macronismo. Costo della vita esorbitante. Classismo. Cibo falso. Vegetali fintissimi. Pioggerellina continua. Poca empatia. Puzza sotto il naso. Mare lontano. Un’ora di métro al giorno. Sbirri partout. Insomma un mix tra cose ormai ubique – la destra che avanza – e altre proprie delle città, con l’aggiunta delle lagnanze tipiche del siciliano in trasferta. Che poi io ho più geni nordici che mediterranei, e quel clima manco mi dispiace; solo dovrei abituarmi al cibo in scatola là come alla gente in trappola qua.

(Alla fin fine, viaggiare serve soprattutto a capire la luce e il lutto in cui stiamo).

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