Sopra la televisione

Un interessante articolo di Biuso, seguito da mezza discussione sul suo forum, mi spingono a scrivere qualche parola che preferisco ospitare nel mio spazietto essenzialmente per motivi di lunghezza e di archivio. Il pomo della discordia è la televisione. Anzi: probabilmente il televisore, quell’elettrodomestico che noi tutti possediamo. Per quanto il Prof si auguri un mondo libero dalla (tele)visione (e sarei anche d’accordo, se si pone l’accento sulla “visione da televisione”), tuttavia l’invito si concretizza in uno sterile «rinunciare al televisore» (come se lo stesso schermo attraverso il quale ci incontriamo non fosse di fatto un televisore). Liberarsi dalla televisione viene visto come un atto rivoluzionario, come l’utopia che ci salverebbe meglio di un dio: l’azione, forse l’unica, che ci restituirebbe a noi stessi, coi nostri pensieri e le nostre tare (comprese quelle che fanno inceppare i pensieri stessi prima ancora che sorgano). Nessun tentativo positivo di mediazione, tuttavia: e anzi si fa di tutta l’erba un fascio, con Biuso che nelle (spero poche) ore in cui ha reincontrato l’odiato apparecchio acceso non ha trovato nulla di meglio che soffermarsi sul peggio del peggio (perché? perché?! Meglio i culi assolutamente asemantici di Paris Hilton, dico io!), e con Digiu che fa addirittura passeggiare l’Annunziata a fianco di Fede e io in mezzo a tener loro la manina facendomici quattro risatelle puerili. Il tutto, con un atteggiamento da autentici, fieri iconoclasti orgogliosi di dissociarsi dalla gran massa di popolo teledipendente (tanto di cappello a questo eroico germe di rivoluzione). A mio avviso, sono riflessioni che non colgono il segno, che girano attorno al problema (sempre che si capisca dove stia) senza mai focalizzarlo. Parole che fibrillano nello sdegno contro un passatempo plebeo, sognando un mondo d’un secolo addietro in cui la gente pranzava e parlava in tutta libertà (di vacche anziché di scrofe, di calli alle mani anziché di cerette al petto).

Antonio Albanese

Ora, mettiamo tra parentesi Digiu (non conosco bene il suo pensiero, non l’ha espresso con dovizia nei canali a me disponibili: so però che è ottimo scienziato della comunicazione, per cui mi aspetto la batosta) e torniamo al sogno di Biuso. Anzitutto il suo intervento mi sembra preoccupantemente permeato da posizioni spaventosamente vicine all’ingenua teoria ipodermica (Bullet Theory), detta anche del “proiettile magico” (che è tutto dire). Siamo seri: è una teoria sui mass media alla quale non dà più credito nessuno, tranne forse pochi impenitenti contestatori, alcuni orwelliani e qualche parente di berluscolobotomizzato. La tv sarà pure quel mostro che viene descritto, ma non tutti ne subiscono allo stesso modo il terribile fascino. C’è chi non cade nei tranelli così come c’è chi non può dirsene influenzato nonostante si nutra occasionalmente di formaggio che sa meno di pere che di piedi.

Federica Ridolfi

Sempre che sia veramente questo ciò che viene paventato. La cosa che più mi lascia perplesso (e anche un tantino disgustato) è tuttavia la seguente affermazione: «liberi dalla presenza invadente e ossessiva di questo elettrodomestico, le persone tornerebbero a parlarsi durante i pasti, a rendere più creativo il proprio tempo libero, a pensare». Perbacco, siamo caduti nella situazione opposta. Mettiamo da parte quest’altra grossolana ingenuità: davvero pensiamo che senza tv la gente penserebbe? (anzi: ripenserebbe: una volta lo faceva…). Davvero crediamo che la gente non-pensa per colpa della tv e non, poniamo, per contingenze genetiche, culturali, sociali? Un debole raziocinio, un’educazione carente, un eccesso di lavoro (con conseguente scarsezza qualitativa e quantitativa di tempo libero “per pensare”) mi sembrano cause e motivazioni ben più solide. A meno che non ci ricreiamo un passato dorato nel quale rifugiarci da un presente deprimente e da un futuro oscuro, certo (c’è un o tempora, o mores per tutte le epoche…).

Milo Manara

Leggo tra le righe un certo astio, una certa serpeggiante aspettativa che è domanda di qualità e di alternativa (e anzi quasi una ricerca di spazi e tempi per esprimersi – e magari deflagrare – nel ventre del mostro). Sarà l’abitudine alla frequentazione di mezzi di informazione differenti che fa lamentare della televisione «l’esclusione di qualunque voce realmente alternativa al pensiero, ai costumi, al gusto dominanti». (Problema democratico: dare alla minoranza uno spazio correlato al proprio peso – e dunque minore – o piuttosto dei tempi inversamente proporzionali – tanto la maggioranza ha già parlato troppo – o ancora spazi equi per tutti, dove l’equità è 1:1:1 piuttosto che “a ciascuno secondo i propri bisogni” o “ad ognuno in base al proprio merito”? A ciascuno il suo…) Tornando al dilemma televisivo, ci si chieda se è la tv ad uniformarsi ai (beceri) gusti degli utenti, piuttosto che viceversa (questo quesito vale pure per il web, per quanto la sua sterminatezza sia più ospitale per chiunque anche solo per motivi statistici, di legge dei grandi numeri). In mia umile opinione il rapporto è biunivoco (e talvolta imprevedibile). Però sono convinto che se i gusti del destinatario vengono modificati da quelli voluti dal mittente in lenti e continui condizionamenti, è altresì vero che aspettative differenti del pubblico riescono a modificare istantaneamente le direttive dell’emittente (sul fatto che «il crollo di audience dei programmi imbecilli e rimbecillenti porterebbe alla loro chiusura» siamo d’accordo, forse perché è un fatto – uno dei pochi: le leggi economiche sono impietose – e non interpretazione, e ciò nonostante le graziose eccezioni come “Max e Tux” che soppiantarono “Il Fatto” di Biagi). Oltretutto la breve analisi (più un pamphlet in verità che una seria indagine sulla televisione) mi sembra cozzare anche, per restare dentro il nostro amato-odiato medium, con la recente diffusione di canali tematici – a pagamento certo, ma almeno senza pubblicità («l’essenza della televisione»: sempre?) e con contenuti consoni alle proprie aspettative.

Daniele Luttazzi

La domanda cruciale a questo punto sarebbe: si accetterebbe una tv con ottime trasmissioni (filosofiche) 24/24h? Si-no-forse. Secondo quesito: la gente la guarderebbe e migliorerebbe davvero? Terzo: in caso positivo, sarebbe libera? Insomma, dimentichiamo il filosofo che risolve i problemi e si assume il compito dell’educazione del cittadino e della repubblica di cui detiene le redini (o forse soltanto i mezzi di comunicazione di massa). Ma al contempo distogliamoci dall’immagine della gente automa e non autonoma. A maggior ragione chi crede di avere (avuto) allievi validi sa che non tutti stanno a scaricare suonerie, e che certamente non sono state quelle a farli rincoglionire (e se la qualità media si abbassa, dipende da sovrappopolazione, non da altro).

Wlady

Si perdonino le mie farneticazioni. Sarà colpa della tv se il mio modo di esprimermi è schizofrenico e assolutamente pubblicitario (che non si capisce mai cosa si reclamizza, almeno di sti tempi). Mi si permetta un ospite virtuale, piuttosto. La stessa tanto denigrata tv infatti m’ha fatto incontrare un’opinione che non posso non condividere. Il guru italiano (e non solo) della comunicazione, il maestro Eco in persona, ospite a RaiTre (l’unica rete, come detto altrove, che riesco a vedere senza eccessivo sdegno) da Fazio a “Che tempo che fa”. Trovate l’intervista qui (nel non poco improbabile caso che non visualizzaste nulla, installate il codec Real Alternative). Riporto le sue (le loro) parole:
FAZIO: lei guarda la televisione?
ECO: …sì!
FAZIO: e quali [sono] i programmi preferiti?
ECO: non è “i programmi preferiti”: uno guarda quello che può. Siccome uno lavora, di mattina, di pomeriggio… di notte non ce la fa. Beh, quando sono a casa […] il telegiornale per cominciare. E poi tutti i film di carabinieri, squadre di polizia, distretti di polizia: tutti, tutti…
FAZIO: e perché… sfida la trama?
ECO: no, no, non c’è da fare nessuno sforzo…
FAZIO: perché si sa già come finisce…
ECO: sì, si sa già, […] è come i libri gialli! …non sto mica parlando male di questa faccenda. […] È chiaro che son tutti uguali, ma questa è anche la loro bellezza, […] questo dà un senso di pace e di serenità […]. Contrariamente a quello che [si dice], sono fatti bene, costruiti bene, alle undici finiscono e uno torna a lavorare.

Sono concetti che Eco espresse già in Apocalittici e integrati, ottimo e tuttora attuale libro sui media e la cultura. Là il giovane semiologo parlava già dell’importante funzione rasserenatrice del fumetto (che potrebbe essere pure telefilm, fiction e quel che si vuole) che “si sa già come va a finire”. Tali prodotti (culturali o meno, sicuramente degni di seri studi culturali) svolgono oltretutto la loro funzione distensiva anche incuneandosi nelle attività serissime, negli studi matti e disperatissimi (giusto per prendere una boccata d’aria). In ciò, nessuno vedrebbe sinceramente nulla di scandaloso, niente da obiettare (non possiamo essere dei kantiani stakanovisti della cultura, perdio!): si tratta semplicemente di prodotti dell’industria culturale, come vuole la teoria critica. Il problema ovviamente sorge quando questi diventano l’unica attività, l’unico passatempo che capta e prosciuga ogni interesse: solo in questo caso si ha l’alienazione (per usare ancora un po’ di lessico caro ai francofortesi). Ma qui torniamo a focalizzarci sul destinatario del messaggio, prima che sulla pervasività del mezzo (e qui subentra proprio il modello semiotico-informazionale di Eco).

Umberto Eco

Ecco, ho esposto il fianco (esercizio: trovate le 147 contraddizioni del mio pensiero che si sono annidate neanche troppo velatamente nel sincopato testo – che posso farci: sono vasto, comprendo moltitudini…). E non ho nemmeno esposto tutto quel che volevo dire (ci saranno nuove occasioni e maggior spazio-tempo a disposizione). A questo punto è anche un po’ patetico concludere questo fiero quanto mediocre post con un invito ad essere veramente sempre oltre e al di là… Stare al di sopra della tv (avendone la maturità), dominarla (come qualsiasi altra tecnologia a nostra portata) senza necessariamente collocarla nella dimensione del male (ammesso che esista e lo si riesca a definire, è chiaro). E istigare una rivoluzione utopica, se proprio lo si ritiene opportuno, non mirando all’immagine ma alla realtà medesima (senza bisogno di farla forzatamente coincidere con l’icona: che poi si rischia di combattere contro i mulini a vento…).

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