Gödel, Escher, Bach: degli Enunciati Gradevolmente Banali

Ci sono dei libri che vengono letti fuori tempo. A volte è una questione interna: come leggere Il fu Mattia Pascal o Il ritratto di Dorian Gray1 alla mia età. A volte la questione è esterna: come sorbirsi oggi un trattato di cosmologia medievale, o di fisica greca. Talvolta le due questioni si sovrappongono e si coniugano, allontanandoci inesorabilmente dal testo. È stato il caso della mia lettura di quel fermaporte tetro e tetragono che è Gödel, Escher, Bach2: un libro indubbiamente ben architettato e amabilmente scritto ma che non mi ha preso, come direbbe una zitella esacerbata e pure non troppo attempata. Se distanza vi è stata, infatti, non fu eccessiva: ancora un paio o poco più d’anni fa, quando ancora mi interessavano le tematiche cognitive3, l’incontro sarebbe stato fecondo. Ma nel luglio del 2010, con me prossimo alla trentina tanto quanto il libro vi è distante, è stato un appuntamento al buio – con l’impazienza dei primi momenti, la delusione rassegnata che monta sempre più nel mezzo e infine, al congedo, un senso di sollievo per il nulla di fatto, e per la consapevolezza che il tutto sarà ricordato presto – se mai – non come un’occasione persa, ma come un giorno passato “diversamente”. Purtroppo ormai il passo falso è fatto: ho rivelato le intenzioni, o quanto meno le mie sensazioni, per cui ogni appunto verrà letto in questo senso. O forse no: non è cortese parlar male dei difettacci della signorina – si tacciano piuttosto, e se ne lodi quel certo charme che ce l’ha fatta, se non ammirare, almeno sopportare.

io e Hofstadter

L’idea centrale del libro, o forse la più interessante – poiché ancora feconda – mi è parsa quella dei livelli di descrizione. Ne avevo già parlato, ma è bene aggiungere dell’altro. Per anni ho pensato, in modo sensato, che una spiegazione corretta fosse tutta compresa nel livello più inferiore della realtà. Senza nemmeno sapere bene quale. Pensiamo alla mente: riusciremmo mai a spiegarla in termini meramente neuronali? Probabilmente sì – ma le stesse cellule neurali dovrebbero essere ridotte alle loro cariche elettrochimiche, dunque alle loro strutture molecolari, agli inquieti atomi che le compongono e a tutte le bizzarre particelle subatomiche che si scoverebbero giù man mano. Come se non bastasse, una descrizione in questi termini sarebbe per noi affatto inutile, sempre che comprensibile. Anche per Hofstadter «praticamente non c’è modo di collegare una descrizione microscopica di noi stessi con ciò che sentiamo di essere» (p. 309): si tratta di livelli completamente separati, benché collegati e collocati in un continuum di profondità. La loro esistenza non è del tutto inutile, né esclusivamente giustificabile per il valore aggiunto della complessità crescente: secondo Hofstadter, uno dei ruoli più negletti dei livelli è quello di «fornire un “cuscino” all’utente, sollevandolo dall’onere di dover pensare ai molti eventi che si producono a livello inferiore e che molto probabilmente non hanno per lui alcuna importanza» (p. 321). Ciò è valido tanto per le macchine calcolatrici quanto per quelle umane (non meno calcolatrici, per l’Autore): non abbiamo diretta contezza delle operazioni dei nostri neuroni, ed è bene che sia così. Quel che fa sì che la concezione di Hofstadter non sia oziosamente psicologistica (come può apparire da più passi) ma rimanga saldamente materialista – non a parole, però: lo si tenga in mente – è la stretta convinzione che vi sia un livello più basso, irriducibile, inviolabile: «dev’esserci un livello di hardware che soggiace a tutto e che non è flessibile» (p. 327). E fin qui ci siamo; ma da lì a poco comincio a sospettare che il buon Doug mi stia rifilando roba passata. Un passo come quello che riporto sotto non so come valutarlo: se come sottilmente geniale o profondamente imbecille.

«La sbalorditiva flessibilità della nostra mente sembra quasi inconciliabile con l’idea che il nostro cervello consista necessariamente di uno hardware con regole fisse che non può essere riprogrammato. Non possiamo far sì che i neuroni scarichino più in fretta o più lentamente, non possiamo rifare i circuiti del nostro cervello, non possiamo riprogettare l’interno di un neurone, non possiamo fare alcuna scelta concernente lo hardware… eppure riusciamo a controllare il nostro pensiero» (pp. 327-28).

Nel dubbio lo considererò banale, benché gradevole – in tono con (quasi) tutto il resto del libro, il cui “scopo principale”, ahinoi, è – era! – quello di «indicare quale tipo di rapporto c’è tra il software della mente e lo hardware del cervello» (p. 328) in un’epoca (correva la fine degli anni ’70) in cui informatica e neuroscienze erano infanti lagnosi e balbettanti4, a differenza della filosofia che sulla questione del libero arbitrio aveva senz’altro un pedigree migliore.


Note:
  1. Qualcuno potrebbe avere da obiettare. Ma Pinocchio o Alice nel Paese delle Meraviglie mi sembrano più mirabili oggi che da ragazzo.
  2. Douglas R. Hofstadter, Gödel, Escher, Bach: un’Eterna Ghirlanda Brillante, Adelphi.
  3. E quando si concedeva l’ultima chance all’IA simbolica – o GOFAI, la cara bella intelligenza artificiale d’una volta.
  4. Ben più d’oggi: s’immagini.
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12 risposte a Gödel, Escher, Bach: degli Enunciati Gradevolmente Banali

  1. MarcoT scrive:

    Il pezzo sembra una didascalia della foto: da questa, infatti, si capisce subito e chiaramente che il vecchio e brioso Dug ti perplime… ;-)
    Tuttavia, spero che chi non ha mai letto il libro non si lasci influenzare troppo dalle tue riserve (peraltro lecite e persino condivisibili): anche solo il piacere di sfogliarlo e leggiucchiarlo qua e là vale il prezzo e il peso… Escher, Achille e la tartaruga, Carroll, il gioco Mu, la mirmecofuga, Turing, il Quine quinato… Tutta roba che ancora oggi costituisce uno spettacolo per e dell’intelligenza…

  2. Come avrai capito, a perplimermi non è stata tanto la forma del libro (ben organizzata, arguta e stupenda), quanto molte delle tesi ivi sostenute. Trent’anni fa potevano pure essere “avanguardia”, ora però le trovo terribilmente retrò. Ma forse è colpa mia, che negli anni passati mi ci sono intrattenuto fin troppo…
    (Comunque il libro ha cominciato ad annoiarmi dai capitoli centrali, quando tenta di spiegare il teorema di Gödel…)

  3. Sintesi ( 8-) ) mirabile. Direi che sei comunque riuscito in poche centinaia di parole ad esprimere quello che io invece proprio non riesco a farvi comprendere del tedio che (ovviamente rapportato almeno proporzionalmente, ma potremmo fare anche esponenzialmente, o magari utilizzare una bella funzione ricorsiva a terminazione determinabile) che ho provato l’ultima volta che mi sono avvicinato ad una traduzione (ovviamente, non avevo il manoscritto a portata di …mano) del vostro adorato (lo vedo ancora qui raffigurato nello sfondo, vero?) Platone.

    Un Sorriso

  4. Post scriptum: la foto l’avevo già vista… e la domanda è sempre la stessa:
    Ma quella mano che compare alle spalle del “giovane impaurito guerriero” barbuto è di provenienza della famiglia Addams?

    Un Sorriso

  5. Il più Cattivo: che dirti, ognuno ha i suoi tedii.

    P.S. La mano è di una collega.

  6. Filopaolo scrive:

    Hofstaedter l’avevo soltanto sentito nominare e non conosco affatto il suo pensiero ma ciò che scrivi di lui nel post è molto simile a quello che pensava Leibniz sul funzionamento della mente (con l’importante sostituzione dei neuroni con le monadi, ovviamente). E’ proprio vero che in filosofia non si butta mai via niente completamente.

  7. Ecco: Leibniz è un filosofo che dovrei approfondire. Ma è anche un filosofo atipico, ahimè – nonché un po’ snobbato.
    Quanto alla filosofia come eterno riciclo, in gran parte concordo – nel senso che Platone ha inventato quasi tutto (e Aristotele ha aggiunto il resto).

  8. Filopaolo scrive:

    Leibniz e Vico, per motivi diversi ed in diversi ambiti, per me sono due geni “assoluti” (nel senso etimologico del termine) della filosofia nel periodo dell’Illuminismo.

  9. Huginn scrive:

    Quante occasioni mancate!
    Ho letto il libro molti anni fa. Non diceva niente di nuovo neanche allora. Mi aveva interessato per i diversi stili usati per affrontare un tema. La lunga lettura è stata una delusione.
    Eppure il libro prometteva molto: filosofia, musica, uno stile letterario che richiamava l’Ulisse e una impaginazione che alternava testo, notazione musicale, riproduzioni grafiche. Leggere è sbrogliare, ma lì c’era poco da sbrogliare.
    Non è l’unico testo di filosofia ad alternare stili diversi. Cacciari con Dell’Inizio è un altro esempio e un’altra caduta. Il rischio è sempre quello di creare un gioco senza sostanza, per quanto la meta sia giusta.
    Joyce è stato probabilmente l’unico a riuscire. Ma c’è anche da parlare di Ezra Pound. Nella letteratura ci sono poi state le cadute di Faulkner e di Márquez.
    Bisogna vedere che cosa determina la ricorrenza del tentativo. Dietro il rifiuto dello stile unico c’è la crisi della teoria del soggetto. Il bilanciamento tra questi due elementi definisce il risultato. È un tema che viene da lontano; bello perché minaccia la stabilità della letteratura occidentale, letteratura scientifica e letteratura non scientifica. Ricordare Goethe (il periodo neoclassico, quello del Divano). Coinvolge tutta la cultura occidentale moderna, incrina la possibilità di riservare un discorso unico mirato ad un oggetto. Vale a dire la possibilità di identificare un punto di fuga, che coincide con il soggetto, che a sua volta determina un oggetto.
    In quel libro c’era la musica: Bach e l’arte della fuga. Altri libri moderni richiamano la forma fuga: Il mulino di Amleto e la Mitologica di Lévi-Strauss. La musica di Bach era musica al di qua del soggetto e al di qua del tema, tutti elementi che si imporranno con il romanticismo musicale. In pratica, la musica dice quello che la filosofia fa fatica a dire con i propri mezzi, e viceversa. Nell’Estetica di Hegel viene riportato un bellissimo giudizio sulla musica di Rossini: “puro solletico dell’orecchio”. La musica è invece pensiero, così come una filosofia può essere musica. Heidegger parlava del pensiero poetante di Hölderlin. Rüdiger Safranski riporta un giudizio di Heidegger sull’ultima sonata di Schubert: “Questo noi non possiamo farlo con la filosofia.” La musica è pensiero di una collettività. Lo aveva intuito Martin Lutero. Schubert, per quanto appartenente al romanticismo, va al di là del romanticismo. I suoi capolavori continuano la linea delle ultime opere di Beethoven: una musica al di là del soggetto romantico. Alcuni di questi aspetti “oggettivi” della musica di Schubert si ritroveranno nella musica di Mahler. Donald Mitchell vedeva in Mahler un tentativo di “decostruzione” della tarda orchestra romantica.
    Ma l’aspetto più enigmatico è rappresentato da Nietzsche: il personaggio Zarathustra, il metodo aforistico, la teoria dell’eterno ritorno.
    Glenn Gould diceva che Stravinsky rivisitava la storia della musica con lo spirito di un ragazzaccio che vuole solo dar fastidio agli adulti. Heidegger ha dato una definizione geniale della teoria dell’eterno ritorno di Nietzsche, secondo la quale l’eterno ritorno sarebbe un pensiero non antropomorfico e disantropomorfizzante per l’uomo, che non si lascia spiegare in teoria, né applicare in pratica.

  10. Huginn, il tuo intervento è pieno di spunti interessanti – che purtroppo accentuano la mia ignoranza. Prevedo lustri trascorsi leggendo affannosamente – o gettare la spugna, già ora.

  11. Huginn scrive:

    Perché pensare di “gettare la spugna”? Ho indicato quelle che per me erano state le chiavi di lettura del libro. Mille altre altre chiavi diverse sono sempre possibili. I libri hanno radici nella terra. Ma coi libri è come con la terra. I libri raccontano storie di quando la terra era protetta da un vento divino. Un vento divino lega l’autore di un libro all’abitante di una terra. Questo è l’incanto fragile. Ma adesso pensiamo alla terra solo come terra dove andare. Andare per turismo, andare per sopravvivere, andare soltanto per abitare in un altro luogo della terra. Adesso vogliamo difendere i diritti di coloro che vanno per la terra per sopravvivere. Ma questo perché vogliamo sempre che sia l’individuo a scegliere la terra dove andare, in qualunque modo egli decida di andare. Semplicemente, non pensiamo più sia la terra a chiamare il suo abitante.

  12. seralf scrive:

    però anche l’uovo di Colombo è banale, per definizione :-)

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