Un’introduzione (seguita da una prefazione)

Questo non è un blog, men che meno una “testata giornalistica”: non ci scrivo quotidianamente né vi tratto della cosiddetta attualità (se non sporadicamente1), e il fatto che gli scritti appaiano in ordine cronologico non ha alcuna rilevanza organizzativa (molti li rimaneggio costantemente; altri soglio riscriverli). Nessuno mi paga per scrivere, o non sarei libero; talvolta i lettori m’appagano, ma solo per pochi istanti.

Questa è un’opera. (Libro non posso – ancora – chiamarlo, perché non è su carta, non ha una chiara struttura sequenziale ed è privo di conclusione2.) È un’opera aperta3; è una carpetta di bozze più o meno definitive di scrittucci che non temo di mostrare in pubblico. E tanto mi basta per considerarmi pubblicato (spiacente, non ho fogli – se non intonsi – nel cassetto).

È un’opera in fieri: lo svolgimento mi si chiarirà scrivendo, nel tempo. L’argomento – quello mi è quasi palese – è il solito della filosofia: l’uomo col suo sapere, il mondo con i suoi eventi – l’essere, insomma. (Potrebbe fugacemente apparire anche dio: del resto, sono solo narrazioni – forse l’unica vera peculiarità della specie umana.)

È un’opera filosofico-letteraria; pertanto lo stile4 non sarà univoco – tra l’enciclopedia hegeliana e i conte volterriani ci sono svariate possibilità, dai dialoghi ai trattati ai saggi ai pamphlet agli aforismi. E come ogni sedicente pensatore postcontemporaneo vorrò esplorarli più o meno tutti; unica costrizione sarà mantenerli in una o due paginette5.

Sarà un’opera completa – nel tempo riempirò lo spazio delle mie opinioni veraci sulla vita, l’universo e tutto quanto –; pertanto vedrà la luce postuma, o non potrà dirsi compiuta – sempre se avrò la fortuna di avere il mio Andronico di Rodi. Ma un morto ha sempre fortuna.

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Prefazione
C’era una volta Tommy David – «un nickname, un personaggio, un sito, una fantasmagoria anglofona e una visione del mondo». Nasceva mezza dozzina d’anni fa, assieme alla mia voglia di tenere un blog.

Per una preistoria del blog
Scrivere un blog, allora, era cosa ben diversa da oggi: il blog era la diretta evoluzione del diario privato, adolescenziale direi, con l’aggiunta del vezzoso privilegio di poter essere letto – di esibirsi – per pochi intimi. Si scriveva dei propri fattacci, si descrivevano le proprie azioni, si dissezionavano le proprie emozioni: non c’era rischio, o quasi, di venir letti dai genitori, dai superiori, dai professori, dai censori, dagli esattori. Le grandi piattaforme italiane – Splinder, Il Cannocchiale – erano sorta di condomini pieni di monolocali del Grande Fratello, in cui gli spettatori coincidevano con gli attori. A poco a poco questo uso “intimistico” lasciò spazio a un utilizzo più sociale del blog. Furono gli anni dell’esplosione del fenomeno: tutti avevano un blog, di conseguenza (tutti si chiamavano con) un nick. Gli argomenti, per fortuna, andavano diversificandosi; nacquero i primi blog a tema; ci si cominciò a svincolare dalle piattaforme e apparvero i primi blog su spazio personale, che dallo pseudonimo mutuavano il dominio.

Autocritiche dovute
In quegli anni di fermento internettiano, in cui la platea era l’Italia meno laida, io stetti con la consorte in ritiro al bosco, a meditare vivendo e a tentare di laurearmi in tempo. La connessione alla rete – internet, ma anche di blog – mi mancava; continuavo saltuariamente a scrivere di me, della natura e di altre piccole cose, ma sempre senza coordinazione alcuna con quei moti che, data la mia lentezza, mi sfuggivano. Misi a nudo, anche abbastanza sconsideratamente, gran parte di me stesso – non certo la migliore – ancora velato dalla pia illusione della maschera, quello sciocco nomignolo che americanizzava il mio nome-e-cognome. Credo facessi una ventina di visitatori al dì – perlopiù attratti dalle immagini – e non contavo più d’una decina di lettori (quella volta al mese in cui pubblicavo). Frattanto emergeva Sitosophia, questa creatura mezza mia che però, ahimè, allevavo solo a distanza: eppure solo ora mi accorgo che in quel periodo scrivevo cose più sensate colà che “qua”.

La (ri)nascita dello studioso
Mi (ri)laureai; solo nel periodo immediatamente precedente quel mio blog cominciò a contemplare qualcosa di “serio”: penso ai post in cui proponevo brani e brandelli della tesi che stavo scrivendo. In mezzo, ancora tanto diario (molto poco caro però, né carino); frattanto l’era Facebook era alle porte. La fine degli anni universitari risvegliò in me l’interesse per gli studi, sempre soffocati da una Facoltà non all’altezza6 e da un’Università che s’era ormai avviata alla fine (il sistema dei CFU era tremendo; la preparazione dei docenti incrinata; l’intierezza del sapere – cosa alla quale aspira ogni buon filosofo – persa per sempre). Cominciai a leggere quelle opere che avevo sempre voluto, e da cui per mancanza di tempo7 m’ero fino allora astenuto. Intanto abbandonavo la (vita di) campagna – nonostante le mie illusioni, definitivamente.

Città, rete, politica
Cominciava per me la vita di città – per quanto angusta – con i suoi handicap naturali e le sue artificiose pretese lavorative. Iniziai più compiutamente a vivere meditando (miracolo del lavoro, e quando manca e quando basta a stento!). Ebbi nuovamente una connessione, sebbene assai precaria all’inizio; intanto Facebook stava fagocitando tutto (molti dei miei blogger preferiti smisero di scrivere già allora). Presi a leggere Proust – al solo citarlo, il livello dei miei scritti si alzava considerevolmente. Nella nuova dimora (ultima fino a prova contraria), poi, ebbe inizio la full immersion nella realtà virtualizzata, nella grande illusione del fare tutto in tempo reale (peccato per lo spazio irreale, circostanza non colta dai più…). Provai a scalare qualche classifica da blogger, ma vi tentai essenzialmente con la quantità: mi imposi la regola di pubblicare un post al giorno e infarcii quell’antro di qualche spunto (dis)gustoso e di tante idiozie (di cui la robaccia tecnica di svariata origine – chitarristica fotografica computerizzata – era poi la miglior parte). Iniziò l’anno nuovo – il presente.

Sul(la) fine del blog
Smetto di tenere il ritmo forsennato di pubblicazione e di non trattenere nulla; parallelamente comincio un mio percorso di studi filosofico-politici e – quel che è più importante ai fini di questa nostra discussione, di questa mia prefazione – rimedito sul ruolo del blog. Tanto più in un periodo in cui sono tutti irretiti – sebbene nel solito Facebook – e molti dei blog, grandi e piccini, hanno ormai chiuso i battenti. Che non è più il caso di tenere un diario su internet, ora che mamma e maestra e Mastella e Mariastella possono leggerti, s’era capito. Che si deve stare attenti a ciò che si scrive – e a come – è chiaro ormai a parecchi. Che le quisquilie quotidiane trovino spazio privato, altrove – su Facebook su Twitter su Friendfeed su Gmail – è doveroso. Guardo al blog, adesso, come un raccoglitore di scritti. Pubblici. Dalla non solipsistica volontà – sebbene si scriva sempre di noi in fin dei conti, e solo per noi. Una carpetta da condividere con chi comprende le nostre visioni, i nostri interessi. E in fondo l’unico interesse sapiente è quello di conoscere sé stessi e gli altri. L’animale uomo, la sua vita naturale e la sua (mancanza di) cultura. Il resto è roba da tecnici.

  1. E quasi mai direttamente. []
  2. Almeno per ora. []
  3. Sentite (l’)Eco? []
  4. E dunque il metodo… []
  5. Sono certo che Schopenhauer, Nietzsche e Cioran ci sarebbero riusciti sempre, e bene. []
  6. Delle mie aspirazioni; molti ci si trovano bene, giacché si laureano. []
  7. Di continuità temporale cioè, visto il numero e la frequenza degli (inutili) esami. []
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