Perché la cattedra

Non ho grandi ambizioni nella vita. O meglio le avrei, le ho certo avute: ma la pigrizia, le difficoltà, la mancanza di volontà – che altro non è che il nostro tempo autenticamente vissuto, o forse probabilmente soltanto una causalità/casualità ben indirizzata –, la concorrenza sempre più spietata e l’intermittenza dell’impegno personale m’hanno convinto che non farò mai grandissime cose – come tutti voi, del resto. Così mi sono rifugiato non oso dire in un sogno, ma certo in un nido, un guscio di noce (o forse soltanto d’arachide) per il mio incerto futuro: l’insegnamento. Ci penso almeno dal mio inizio dell’avventura in Filosofia (correva il 2001) ma ci rimuginavo già ai tempi del liceo: quei personaggi familiari e alieni, a volte spaesati a volte commossi, che ci redarguivano da dietro una cattedra riuscivano ad ispirarmi fiducia e tranquillità. La loro vita, nonostante tutto, mi pareva abbastanza invidiabile: e lo penso tuttora, benché con una maggiore e diversa coscienza.
Premetto che non ho mai provato ad insegnare, nemmeno a far di conto ad un bambinetto (e dire che potevano esserci i presupposti…). Avrò tuttalpiù aiutato compagni con le equazioni (ma più spesso preferivano copiarle), o mostrato come produrre un armonico artificiale (ma sono piuttosto geloso di codesto segreto di Pulcinella…). Però qui non solo si ha a che fare con la dimensione dell’essere insegnante “professore di liceo”, ma anche con la specificità dell’insegnare filosofia. Per ora tratterò il primo punto (il secondo l’ho sfiorato in questo topic; si legga inoltre sul primo punto questo topic e in particolare il post di Marco T., docente di filosofia catanese). Premetterò i pregi, o non andrei avanti (per il momento guardo solo a quelli, o sarei perso…).
Quel che amo del professore è anzitutto il mare di tempo libero che ha. Diciott’ore la settimana (di lavoro), un giorno libero e comunque le ore di lavoro sono solo mattutine (il resto del giorno è mio e non di un cubicolo e/o di strazianti colleghi!). È a mio avviso una condizione indispensabile, per chi voglia far funzionare il cervello a lungo, che il suo corpo non sia impegnato in attività coatte e avvilenti per più di quattro ore al giorno. Ne va della serenità, della cosiddetta stabilità mentale, e pazienza se molti medici e farmacisti non si arricchiranno grazie a noi…
Poi, l’insegnante è a contatto con le migliori menti della nostra generazione (e oserei dire anche coi più bei corpi, freschi e flessuosi…). Inquietante e affascinante è l’adolescente; chi, meglio dell’insegnante, può dirigerne le energie verso nobili scopi? Certo: essere convinti dell’esistenza di “nobili scopi” è già una sfida per l’insegnante stesso (io per primo ci credo poco e niente, relativista e scettico come sono): tuttavia mostrare la varietà e la complessità dell’esistenza, anche grazie alla filosofia, è già un traguardo e una soddisfazione; strappare degli individui dalla massa, un vero trionfo.
Altro vantaggio non da poco è che il professore, insegnando, al contempo impara. Ripassa egli stesso ciò che la memoria non ha trattenuto in lunghi anni scolastici, fermando più stabilmente nozioni e informazioni impigliandole tra i neuroni; nel frattempo ha la possibilità di approfondire tematiche e problematiche sempre nuove e/o contemporanee assieme agli allievi. E poi comunque rimane pur sempre la ricerca personale pomeridiana, quella che riserveremo alla scrittura…
Mi sembrano motivi sufficienti per ritenere l’insegnamento un’attività quanto meno “conveniente”, oltre che piacevole. Perché per fare i professori si dev’essere un po’ portati – si deve avere la “vocazione” –: ma se oltre al diletto personale uniamo vantaggi fattuali, sembra davvero che la cattedra sia un approdo da agognare senza riserve… Ma la medaglia purtroppo ha pure un rovescio: quel che basta per fare inorridire molti alla sola idea di fare gli insegnanti (meglio per noi…). (Del resto il professore non mi sembra una figura sociale molto apprezzata: o perlomeno, non lo è fino al momento in cui non si dedica ad altro – tipicamente la politica.)
Lo svantaggio principale è senz’altro la paga – lo stipendio. Che considerando le ore di lavoro non è neanche poco, e immaginando un’esistenza frugale e solinga sarebbe più che sufficiente. Ma nell’epoca attuale, in cui il comunismo ha perso ma il capitalismo non ha vinto, di fatto equipara gli insegnanti a meri operai: in soldoni (!), se c’è da pagare l’affitto si rischia seriamente di non arrivare a fine mese… (Intendiamoci: personalmente sarei ben lieto di prendere quel migliaio di euri mensili: ma giusto perché non sono ancora mai stato stipendiato. Non so se tra qualche anno mi accontenterò così facilmente: nell’uomo sogni e bisogni sono senza fine…)
Altro terrore non inattuale è rappresentato proprio da quegli allievi che tanto bramavo: gli stessi che non lesinano angherie ad un docente dal polso debole o dalla permissività postmoderna, i medesimi che pretendono senza dare. Purtroppo di questi tempi non solo non si può più usare la verga per bacchettare le mani, ma nemmeno il registro per punire le intemperanze e giudicare rettamente lo studio. Se poi ci si mettono pure i genitori… è davvero finita. (Tuttavia, come ci insegna il Maestro – Prof gentilmente e fortunatamente prestatoci dal liceo –, proveremo nondimeno ad essere uomini machiavellici, principi metà leoni e metà volpi.)
Infine, motivo contingentissimo e odierno è l’oggettiva difficoltà a diventare insegnanti, pur volendolo (ed essendone davvero capaci). Difficoltà anzitutto burocratica (e i laureandi o i neolaureati, non appena sfiorati su questo tasto, suonerebbero e tuonerebbero ad libitum…), dunque irrisolvibile nella democrazia italiana – tanto più se aggiungiamo l’assoluta incertezza e instabilità del Legislatore. Comunque sia e sarà, temo seriamente che Ssis locali e supplenze estere fiaccheranno il mio entusiasmo ancor prima di cominciare… (Però proverò a provarci. Almeno credo.)
Detto questo, torno ai miei studi – le ultime materie essenzialmente, inutilissime ai fini dell’insegnamento (ma come tutte le altre, del resto), e l’ennesima tesi (anch’essa ben poco attinente al delineato percorso scolastico: ma chi oserebbe parlare del tragitto universitario?). Dopo, vedremo (in caso contrario accenderemo la pira).

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