Filosoficamente incontinent(al)e

Incontinente è chi non contiene; e con-tenere è tenere assieme. Ecco: ci sono cose che non riesco proprio a tenere dentro, né c’è modo di tenerle assieme ad altre (opposte). Prendiamo l’ultimo post di Cateno. Se non conoscessi l’autore, penserei senz’altro che scrive come scrive e quel che scrive per farsi bello: “Ehi guardami! Parlo come un filosofo, dunque sono un filosofo: da ciò ne consegue che son troooppo figo”. Siccome lo conosco, credo che tentare di decifrarlo e commentarlo, e con diletto e con dileggio, non potrà recargli troppo dispiacere. Leggiamo una congrua e significativa parte di quanto scrive (in merito alla giornata di studio della quale (non) ho parlato anch’io):

Il tema trattato al convegno è stato il tempo. O la temporalità. Il che, lo dico per i non addetti ai lavori, non è per nulla uguale; Heidegger ci ha insegnato come il tempo dell’esserci dipenda dalla costitutiva temporalità di quest’ultimo; Nannini, Camardi, Mazzone hanno parlato di un tempo; Biuso ha parlato di 9 (nove!) tempi diversi; Raciti ha parlato del Tempo. A quale dei tempi citati da Biuso si riferiva? O si riferiva piuttosto alla Temporalità? La chiusa di Raciti è coincisa con la chiusa della giornata studio (le domande successive, come sempre accade, sono state per gran parte insignificanti): la Nascita della Tragedia dallo Spirito della Musica diventa la Tragedia del Nascere dallo Spirito della Dissonanza. Perché l’essere e non il nulla? Perché la pace della musica è spezzata dalla vita della Dissonanza.

Tacerò della parte in cui Cateno parla dei “tempi” di cui hanno parlato, nella quale si evincono le sue preferenze filosofiche e umane (ma un lettore attento avrà colto anche le mie). Cominciamo dunque dalla fine (ci sarà mai dato cominciare dall’inizio, che per forza di cose è già passato?). Queste permutazioni sbarazzine, da autentici giocolieri delle parole, mi sembrano atte solo a impressionare gli astanti, e al più idonee a titillare il senso estetico degli ascoltatori. Forse a me sfugge il ragionamento e l’argomentazione sottesa ad un simile chiasmo; già Hegel, prima di Cateno, di Raciti e quant’altri, si era baloccato con l’idea degli opposti antitetici che si sintetizzano generando la Soluzione Finale Temporanea (probabilmente solo l’oscuro Eraclito poteva intravedere nel gioco dei contrari una seria e s(t)olida argomentazione). È un giochetto interessante e teoreticamente sorprendente, poiché fecondo di profonde conquiste sapienziali. Cogliamone uno che mi si dà nella radura: il tempo di morire (Battisti docet sempre, anche in motocicletta). Ecco: il Tempo di Morire diventa il Morire di Tempo. Non si dà morte se non per il tempo; eppure non esiste morte dentro il tempo – «La morte non è evento della vita. La morte non si vive», disse il mi(s)tico Wittgenstein. Ma essendo l’esserci costitutivamente apertura al tempo (il quale è assai avaro di cura nei confronti dell’esserci stesso, invero) ne consegue che l’accumulo di Tempo nel Corpo e nella Mente conduce alla Morte (chi invece muore giovane è perché è caro agli dei). Tuttavia, poiché la Pace della Morte è Bianca, comprendiamo bene (il meccanismo è scattato!) che le morti bianche sono le più pacifiche di tutti.

Tommy, Antonio, Giofilo, Triad, Cateno
Similmente, dal Bello delle Donne ne trarremo necessariamente che esse sono le Donne del Bello (e Cateno, che bello lo è senz’altro, coglierà delle donne il bello – ma darà mai loro l’anello?); e cosa può generare il mio Desiderio di Filosofia, se non altro che Filosofia del Desiderio? (Non oso immaginarmi come sia la filosofia del desiderio della filosofia, e così via.) Mi si dischiude, anzi mi si rivela e disvela (ché la verità – l’aletheia – è ciò che non è ascoso) un intero universo di conquiste teoretiche tutte a priori eppur sintetiche al contempo1 – roba da sballo, che Kant se la sarebbe sognata. Dal linguaggio colgo l’essere: che forza! Giunto a questo punto, però, un pugno di cenere si getta sulla mia testa (mal)pensante: un commento dello stesso Cateno che essenzialmente rivendica l’artisticità della filosofia – con ciò consegnandola al continente dei continentali. Così, se Cateno non capisce «perché ci si scagli così contro i “giochi di parola”» io al pari non comprendo l’utilità del “libero gioco” di una siffatta filosofia. Possiamo davvero filosoficamente dire ciò che vogliamo, purché in bella maniera? L’unico metro di valore della nostra arte filosofica è la bellezza e nient’altro? La Filosofia è Musica nel senso che va giudicata solo per quanto sia musicale? Non saprei. Il mio timore riguardo ai contenuti è che si possa seriamente dare ascolto a qualsiasi corbelleria – tanto tutto fa filosofia. Quel che giudico invece davvero malamente è il metodo. Perché vedete, potrei anche scorgere qualcosa di “convincente” in un simile modo di filosofare – ma potrei coglierlo anche in tanta letteratura (nel senso genericissimo di “parole scritte”) che non ha alcuna pretesa di ammantarsi di filosofia, e che quindi non ha mai seguito le regole mai esplicitate del gioco filosofico.


Note:
  1. “Sintetiche” e in quanto brevi e aforistiche, e in quanto apportatrici di nuove conoscenze.
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