Paris 2019 Impressioni (d'un viaggio) di settembre

Ognuno di noi, anche il più incallito dei campagnoli, ha la sua città-feticcio. La mia è Paris. Ci sono stato la prima volta quando era piena di manifesti di Boudu; ci sono tornato il mese scorso (stavolta davano Le dindon) rimanendoci qualche giorno in più – grazie alla mia ottima ospite L³ – per godermela meglio e farmene un’idea più completa. Le mie brevi e banali considerazioni.

Paris è grande. È la prima ovvia impressione che si avverte camminando per i suoi spaziosi boulevard (quello di Montparnasse, per dire, è largo quasi quaranta metri; e nessuno mi pare scenda sotto i trenta), o vagando per i suoi parchi (soggiornavo tra il Cimetière du Montparnasse – quasi diciannove ettari – e il Jardin du Luxembourg – oltre ventidue ettari; ho fatto pure un salto al Bois de Boulogne: 846 ettari…). Non parliamo poi della dimensione delle piazze. Tutto è magniloquente, lì. Merito del Secondo Impero, anche.

Culla dell’arte. Sarò francofilo, ma tutto o quasi ciò che ho ammirato nell’arte (durante la mia adolescenza) e nella letteratura (tuttora) viene dalla Francia. Delacroix Courbet Manet Monet Degas Renoir Cézanne Toulouse-Lautrec Rousseau Braque Gauguin Matisse (ma mettiamoci pure i soggiornanti Picasso Van Gogh Mondrian Chagall Modigliani…); Voltaire Flaubert Baudelaire Rimbaud Verlaine Proust Céline Sartre Beauvoir Camus Cioran Pennac Reza Houellebecq Carrère Littell. E tanti altri che sto dimenticando – o non ho ancora letto.

Il giusto mix tra antico e moderno. Haussmann faceva edificare quei tipici palazzi mentre ancora l’Italia doveva farsi “unita” – similmente la Beauvoir scriveva Le deuxième sexe negli anni in cui Casa Filosofica (la sua struttura fisica cioè) veniva costruita pietra su pietra come nel medioevo. A Paris v’è compresenza tra bistrot aperti da oltre un secolo e provvidenziali Franprix coi loro frigoriferi pieni di birre belghe a buon mercato. Lì soprattutto ho notato che i parigini non toccano più banconote e pagano con carta. Ci arriveremo.


Piena di cultura. A nausea. Penso ai mastodontici musei, con opere d’arte in quantità inverosimile. Il Louvre è paradigmatico, certo – ogni sua ala potrebbe essere un degnissimo museo a sé stante! – ma io continuo a essere più coinvolto e sconvolto dall’Orsay e dal Pompidou, e da quest’ultima visita anche dal Quai Branly. Che a proposito è stato voluto e fondato da Chirac (morto nei giorni della mia permanenza, per cui l’ingresso in quei giorni era gratuito – così l’ho scoperto): immagina Cossiga aprire a Roma un museo su Maori e Zulu.

Paranoica. Non si può andare da nessuna parte senza passare per un metal detector e aprire la borsa a una guardia – anche più volte, come per entrare al Senato. E nell’ultima marche pour le climat, con la convergence des luttes di ecologisti e gilets jaunes, c’erano schierati 7500 sbirri per una presenza stimata di 15000 manifestanti – un uomo armato ogni due civili. Passi per me che sono supergiovane e grezzo, ma si sono beccati i lacrimogeni pure i miei inermi compagni di corteo – pensionati, famigliole e bambini convinti di poter salvare il pianeta.

Ancora cultura. Entri in un Monoprix qualsiasi – mica in una Gibert! – ed è normale trovare un paio di riviste filosofiche e tre o quattro magazine di letteratura, quando in Italia, se va bene, alla Coop puoi comprare Focus o l’Espresso. Nel métro incontri anche e ancora gente che legge libri cartacei, non solo i soliti tizi annoiati accartocciati sugli smartphone (io ero giustificato, avevo mappe da decifrare e seguire). Nelle librerie non sono esposti Vespa, Volo o Moccia. In compenso ci sono ogni giorno presentazioni, conferenze, soirée con Eschaton

La cucina francese. La Francia quanto a cibo è seconda solo all’Italia, dicono, ma i gusti sono ben diversi (tranne che il roquefort è gorgonzola…). Tutto sembra più elaborato, pesantemente. Gli odori e gli aromi sono complicati; le pomate dai gusti indefinibili – piccanti salate amare pungenti aromatiche forti speziate – sono ciò che più resta impresso (oltre allo spiccato alito d’aglio di tanti francesi). Se non altro, in Rue du Montparnasse ho imparato che le crêpe salate si chiamano in realtà galette e sono fatte con farina di grano saraceno e senza latte.

La lingua. Il francese ha qualcosa come 17 suoni vocalici, mentre l’italiano ne ha sette – in realtà solo cinque, qua al sud. Capirete la difficoltà di pronuncia. Poi quelle nasali, e le parole tutte tronche… Bello, elegante, suona bene, ma dovrei snaturarmi troppo per parlarlo. (Due aneddoti: mi ritrovavo a scambiare per italofoni gli spagnoli – diciamolo, i padani parlano più similmente ai francesi che ai siciliani. E ancora: stranamente in dieci giorni non ho sentito neanche uno ’mbare: ma forse fine settembre non è tempo di ferie per i catanesi…).

Serietà. L’impressione globale e finale che ho ricavato da questo viaggio è che la Francia è come sarebbe l’Italia se solo questa fosse più seria. (Il lettore diligente scovi l’adynaton). In Francia i francesi si prendono sul serio, e di conseguenza prendono e fanno le cose sul serio (forse non come i tedeschi ma quasi…). Non hai l’impressione che tutto venga arrabattato e abborracciato o volto in farsa come accade continuamente in Italia e ancor più in Sicilia. C’è organizzazione e funzionalità – o forse solo normale civiltà. Ci arriveremo?

Confronti impietosi. Aeroporto di Orly, trenta milioni di passeggeri l’anno: pulito, calmo, silenzioso, rilassante. Varie panche su cui poltrire prima dell’imbarco. C’è pure un Carrefour dentro, in cui prendere una birretta biologica fredda a meno di due euri. Dopo manco quattro ore, aeroporto di Catania (dieci milioni di passeggeri l’anno): bolgia infernale. Sedie solo nei locali, e due panchine giusto a lato delle poche prese perennemente occupate. Al bar mi fottono cinque euri per una birra industriale fresca – ovviamente senza scontrino. Bentornato.

Di’ qualcosa di negativo! Colonialismo. Imperialismo. Macronismo. Costo della vita esorbitante. Classismo. Cibo falso. Vegetali fintissimi. Pioggerellina continua. Poca empatia. Puzza sotto il naso. Mare lontano. Un’ora di métro al giorno. Sbirri partout. Insomma un mix tra cose ormai ubique – la destra che avanza – e altre proprie delle città, con l’aggiunta delle lagnanze tipiche del siciliano in trasferta. Che poi io ho più geni nordici che mediterranei, e quel clima manco mi dispiace; solo dovrei abituarmi al cibo in scatola là come alla gente in trappola qua.

(Alla fin fine, viaggiare serve soprattutto a capire la luce e il lutto in cui stiamo).

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