Il poco divino futuro dell’umanità Homo Deus (Yuval Noah Harari, 2015)

Yuval Noah Harari è diventato famoso qualche anno fa con il suo bestseller Sapiens, dedicato al passato della nostra specie; quest’estate ho letto la seconda parte di quella che nel frattempo si è configurata come una trilogia dedicata all’uomo. Homo Deus (Bompiani 2017) specula sul futuro dell’umanità; rispetto alla precedente è un’opera più originale e forse anche più impegnativa – nulla comunque che non si possa leggere in vacanza per darsi un certo tono da intellettuale, vista anche la mole del libro. Le tematiche sono tante: ne toccherò solo alcune molto rapidamente – giusto un assaggio.

Nella prima pagina Harari sostiene, forse ottimisticamente, che «da qualche decennio siamo riusciti a tenere sotto controllo carestie, pestilenze e guerre». Poco più avanti specifica meglio che «non ci sono più carestie naturali nel mondo; esistono solo quelle politiche. Se le persone in Siria, Sudan o Somalia muoiono di fame è perché alcuni personaggi politici vogliono che ciò accada». Dovremmo ricordarcelo specie quando ci viene ammannito questo nuovo ambientalismo-giardinaggio tanto di moda e calato dall’alto: il riscaldamento globale porterà sempre più problemi, certo, ma questi sono spesso amplificati dalla politica – non è eliminando i sacchetti di plastica che salveremo il mondo. «Quando si arriva al momento di scegliere tra la crescita economica e la stabilità ecologica, i politici, gli amministratori delegati e gli elettori quasi sempre sono a favore della prima opzione» – touché.

Commentando il video della caduta di Ceauşescu – di cui proprio nel momento in cui scrivo ricorre il trentennale – Harari si chiede: «Perché le rivoluzioni sono così rare? Perché le masse talvolta applaudono e sono entusiaste per secoli e secoli, facendo tutto quello che l’uomo sul terrazzo comanda loro, anche se potrebbero in teoria fargliela pagare in ogni istante e ridurlo a brandelli?» – me lo chiedo spesso anch’io, e credo che molto dipende dal valore che diamo alle nostre vite individuali e dal rischio concreto di azioni violente da parte della polizia. Il problema è che le grandi masse di individui si comportano in modo fondamentalmente diverso dai piccoli gruppi, accettando ad esempio le briciole dal prepotente di turno (questo è del tutto in contrasto con le previsioni psicologiche del “gioco dell’ultimatum”!); il sorgere delle élite politiche che dispensano punizioni e (miseri) premi alla massa dominata, assieme alla credenza in miti fantasiosi, dà vita purtroppo a gerarchie assai stabili.

L’“ordine costituito immaginario” è quel che ci fotte. «Le entità intersoggettive dipendono dalla comunicazione fra numerosi umani piuttosto che dalle credenze e dalle sensazioni dei singoli umani». Per Harari queste entità sono il motore della storia: alcuni esempi sono il denaro, la nazione, l’idea di dio e l’ordine politico. A volte l’unica speranza è data dal tempo: «Così procede la storia. La gente tesse una rete di significato, crede in essa con sincerità e passione, ma presto o tardi la rete si disfa e quando la guardiamo retrospettivamente facciamo fatica a capire come qualcuno abbia potuto prenderla sul serio… Pertanto, tra un centinaio di anni, le nostre credenze nella democrazia… potrebbero sembrare ugualmente incomprensibili ai nostri discendenti». Resisterà l’anarchia?

Harari si (pre)occupa anche del futuro del lavoro: in base alle ultime ricerche nei prossimi vent’anni il 47% dei lavori attuali verranno svolti da macchine. «Poiché non sappiamo quale assetto troverà il mercato del lavoro nel 2030 o nel 2040, già oggi non abbiamo la più pallida idea di cosa insegnare ai nostri figli. La maggior parte di ciò che essi imparano oggi a scuola sarà con ogni probabilità irrilevante per quando avranno quarant’anni» (invero è una cosa che stanno già sperimentando oggi tanti, troppi millennial). Flessibilità ci dicono: continuare ad apprendere e reinventarci, ma «molti, se non addirittura la maggioranza, non saranno capaci di stare al passo». E il problema più grosso è che «quando gli algoritmi avranno estromesso gli umani dal mercato del lavoro, la ricchezza e il potere potrebbero risultare concentrati nelle mani di una minuscola élite che possiede i potentissimi algoritmi, creando le condizioni per una disuguaglianza sociale e politica senza precedenti». La tecnologia è comoda ma iniqua…

L’ultima parte del libro di Harari è dedicata alla “religione dei dati” che ormai sta soppiantando tutte le altre. Seguendo il filo dell’opera, siamo passati dalla fede in entità esterne (divinità e religioni tradizionali) a quella in sé stessi e nei propri sentimenti (dall’età moderna in poi) per approdare oggi a questa nuova fiducia nei dati informatici. I computer ci conoscono meglio di noi, cosa ormai accettata in ambito medico in cui dispositivi via via più avanzati permettono diagnosi sempre più precise; ma che dire del nostro regalare i dati personali ad aziende private da cui non siamo neanche pagati? «Già oggi l’algoritmo di Facebook è un giudice delle personalità e inclinazioni umane perfino migliore della propria cerchia di amici, genitori e consorti»: a Facebook bastano appena 10 like per conoscerci meglio dei colleghi di lavoro, 70 per gli amici, 150 per i familiari e 300 per i coniugi…

Alla fine, a diventare un superuomo prossimo al divino sarà probabilmente solo l’uomo ricco, ci avvisa Harari: il rischio del futuro è la crescita della disuguaglianza. Nonostante gli elogi alle capacità produttive del capitalismo, Harari è consapevole che esso è inadeguato come sistema sociale; leggiamo nelle ultime pagine del libro: «È pericoloso affidare il nostro futuro alle forze del mercato, poiché queste forze fanno ciò che è buono per il mercato piuttosto che ciò che è buono per il genere umano o per il mondo. La mano del mercato è cieca tanto quanto è invisibile, e lasciata libera a operare secondo le sue modalità potrebbe evitare di fare qualsiasi cosa a proposito del riscaldamento globale o dei pericoli potenziali dell’intelligenza artificiale».

(Pubblicato nel numero 401 di Sicilia Libertaria).

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