Dubitare, disobbedire, non collaborare La disobbedienza civile (Henry David Thoreau, 1848)

(Spoiler alert: questo è un mea culpa e al contempo un j’accuse verso chi, come il sottoscritto, pur sentendosi anarchico s’è adeguato ai domiciliari per oltre due mesi – unica consolazione il vano sbraitare su Facebook, come se fosse un luogo d’elezione libertario. Caro sedicente compagno di libertà, se anche tu nel tuo intimo senti di non esserti meritato negli scorsi mesi la nomea d’anarchico, sappi che sei in buona compagnia).

Da un paio di settimane non c’è più l’obbligo della giustificazione da presentare alle forze dell’ordine per uscire: una pratica aberrante e mortificante che m’ha tolto ogni voglia di allontanarmi da casa. Certo, ora andare in giro è una patetica mascherata: ma provo a considerarlo simile al divieto di andare in giro senza mutande – una mera questione di decoro – e cerco di ricordare a me stesso che ogni volta che indosso la mascherina è perché sto per mettere piede ancora una volta in un tempio del capitalismo: magari la temporanea anossia che vi provo dentro me ne terrà lontano sempre più.

Per oltre due mesi sono stato turbato da ogni genere di sentimento deprimente – ansia angoscia tristezza rabbia – ma ora è rimasto solo uno strascico di frustrazione per non essere stato all’altezza delle mie idee, una volta tanto che potevano essere messe platealmente in pratica. Cosa m’ha trattenuto dal disobbedire, andando a trovare persone a me care, a procurarmi cose che il paesello di provincia non offre o anche solo a vedere il mare? Ho fatto varie ipotesi: non era paura del virus, moderata e solo alla prima ora, né tanto meno un patriottico senso di responsabilità, quando due settimane di quarantena bastavano a togliersi ogni dubbio: in verità è stato solo per evitare noie. Del resto avevo deciso di condurre il più possibile vita appartata ben prima di esservi costretto, e parte del merito o della colpa di questa mia scelta è del Walden di Thoreau; però Thoreau era uno che, quand’era il caso, era anche capace di disobbedire, a costo di subirne le conseguenze. Così in questi giorni ho riletto La disobbedienza civile per riordinarmi le idee.

Thoreau non era propriamente un anarchico, e lo specifica subito: «a differenza di quelli che si definiscono anarchici, io non chiedo l’immediata abolizione del governo bensì, e subito, un governo migliore» (cito dalla traduzione di Piero Sanavio); probabilmente oggi sarebbe un sostenitore dello stato minimo («è con vero entusiasmo che sottoscrivo il motto: “il miglior governo è quello che governa meno”», anzi addirittura «il miglior governo “è quello che non governa affatto”»). Eppure oggi lo ricordiamo come uno dei più grandi cantori della libertà e come un compagno di lotte importanti: era fermamente contrario alla schiavitù e alla guerra, e nel nome di queste convinzioni, nonché per l’orrore che i suoi soldi venissero usati per uccidere o incatenare altri uomini, per sei anni non pagò le tasse – una protesta purtroppo ritenuta oggi troppo libertarian nel senso deteriore (cioè americano) del termine da molti “anarchici”; una protesta che però, a ben vedere, è l’unica che va a incidere direttamente sul capitale dello stato.

Thoreau era convinto che ci sono decisioni che non si possono demandare: «deve sempre il cittadino – seppure per un istante e in minimo grado – abbandonare la propria coscienza nelle mani del legislatore? e allora perché ha una coscienza? Penso che dovremmo essere uomini prima di essere sudditi». Il problema per lui, però, non sono tanto i governanti quanto coloro che gli obbediscono, specie se controvoglia: «quelli che, pur disapprovando il carattere e le attività d’un qualsiasi governo, gli concedono la propria obbedienza e il proprio favore, ne sono indubbiamente i sostenitori più coscienziosi e assai spesso i più seri ostacoli da superare». Quanto ai diligenti cittadini appassionati di crocette, Thoreau sostiene che «persino votare per ciò che è giusto è come non fare nulla per esso: significa soltanto esprimere debolmente il desiderio che ciò che è giusto prevalga».

Insomma, ci siamo capiti: se da un lato devo ancora smaltire la rabbia per due mesi di vita fottuti – per non parlare del futuro, che andrà sempre più verso una direzione che non potevo immaginare nemmeno nei miei momenti più pessimistici – dall’altro devo ancora capire com’è che ci siamo fatti imbrigliare, se non imbrogliare. C’era forse un fondo di buon senso nello stare a casa il più possibile: ma erano proprio necessari l’armamentario sbirresco, l’apparato orwelliano, la spettacolarizzazione insana e quell’intransigenza mal diretta? E soprattutto: da quando in qua pensiamo che il governo agisca con buon senso? – Niente: semplicemente ho vissuto sulla mia pelle cosa vuol dire obbedire a un regime: non me ne farò facilmente una ragione. Anni di studi e convinzioni radicate non sono serviti a nulla contro la paura delle minacce dello stato: come sapeva bene Thoreau, e come sappiamo ancora meglio noi oggi, «se nego l’autorità dello stato… presto lo stato si impadronirà e distruggerà ogni cosa in mio possesso, e senza fine tartasserà me e i miei figli». In fondo questo soltanto ci ha trattenuto e sempre ci trattiene dal disobbedire e dall’insorgere: il timore di perdere pure quel poco che abbiamo – non la libertà, ché quella già mancava, ma i pochi soldi per arrivare alla fine del mese, una macchina mezza scassata, talvolta una casa costata sacrifici ad essere fortunati. Spero caldamente di non dovere rivivere periodi di lockdown: non mi perdonerei nuovamente per la codardia.

Torniamo a Thoreau per concludere. «Non ci sarà uno stato veramente libero e illuminato finché lo stato stesso non riconoscerà l’individuo come una forza più alta e indipendente, dalla quale la forza e l’autorità di esso stato derivano, e non giungerà a trattarlo di conseguenza». Devo diffidare sempre da chi vuole disconoscere ed eliminare l’irriducibile singolarità e complessità degli individui: e lo stato, che ci ha trattati come una massa di killer da tenere isolati e imprigionati, è in cima alla lista.

(Pubblicato nel numero 405 di Sicilia Libertaria).

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