Vorrei come lui scrivere

Come lui, vorrei scrivere. Vorrei scrivere come lui. È quel che giunge a pensare qualsiasi lettore di Proust. Perché il lettore di Proust non è un semplice lettore. È il Lettore dell’Opera – per usare majuscole così pomposamente filosofiche1. È un coraggioso, o un temerario. Un lettore avido, e di conseguenza – sono pronto a scommetterci – anche un aspirante scrittore. Uno di quelli che cerca l’ispirazione – o placa la disperazione – nella lettura; uno che, per orrido contrappasso, più legge e meno riesce a scrivere. Quale sorpresa, allora, quando scorgiamo in Marcel ancora ragazzetto le nostre stesse ambizioni! Le medesime frustrazioni che secondo me (in)formano e deformano gran parte della cosiddetta modernità: il confronto con una tradizione sempre più vasta (sebbene sempre più debole) e soprattutto la possibilità stessa del confronto, cosa che ci abbatte tutti.

Marcel Proust

Per definirci, infatti, non possiamo prescindere dagli altri: per un Autore poi (per quanto aspirante) l’entità “l’Altro” è tripartita: Pubblico, Critica e altri Scrittori2. Ma non voglio impantanarmi in queste discussioni: ne uscirei ancor più infangato – per l’incapacità di scriver(n)e, manco a dirlo. Voglio invece chiedermi cosa fa lo Scrittore di così peculiare: cos’è il talento letterario. Proust ci porge un suggerimento quasi sussurrato:

«Impieghiamo molto tempo a riconoscere nella fisionomia particolare di un nuovo scrittore il modello che reca l’etichetta “grande talento” nel nostro museo delle idee generali. Proprio perché si tratta di una fisionomia nuova, non riusciamo a scorgervi una completa somiglianza con ciò che chiamiamo talento. Diciamo piuttosto originalità, fascino, delicatezza, forza; e poi, un giorno, ci rendiamo conto che il talento è appunto tutte queste cose» (I, 121)3.

Sembra facile; ma qua la descrizione del talento è essenzialmente formale. E la materia? I contenuti? È vero o falso che una bella forma rende gradevole qualsiasi contenuto? Si può scrivere in modo bello e buono di qualunque cosa4? O forse è la stessa distinzione tra forma e contenuto ad essere errata? Non lo so. Davvero. Tutti questi pensieri mi bloccano. Più ci penso, più smetto di credere a qualsiasi (pre)giudizio (e se smetto di giudicare smetto di agire…). Ma ancora una volta Marcel è al mio5 fianco:

«E questi sogni mi facevano pensare che, dal momento che volevo un giorno diventare uno scrittore, era tempo di sapere quel che meditassi di scrivere. Ma appena me lo chiedevo, tentando di rintracciare un argomento nel quale poter racchiudere un immenso significato filosofico, la mia intelligenza smetteva di funzionare, non vedevo più che il vuoto di fronte alla mia attenzione, sentivo di non avere talento o che, forse, una malattia cerebrale gli impediva di nascere» (I, 210)6

Insomma, non può che essere filosofico l’argomento. Ma quale? Cosa? Come?7 Disperazione. Frustrazione. Dunque silenzio?

Proust morto

Dunque sì. La si può fare facile, e pensare di rinunciare ad ogni velleità di scrittore. Ma l’inazione è causa o conseguenza della supposta mancanza di talento? Volere è potere? L’ottimismo della volontà è davvero ciò che ci riscatterà? Anche quando il mondo è così riluttante? O quando noi, noi!, siamo così sordi, tordi, muti e nudi? Leggiamo assieme ancora un rammarico di Proust:

«Mi sembrava, in quei momenti, di esistere nello stesso modo degli altri uomini, che sarei invecchiato, che sarei morto come loro, e che in mezzo al mucchio sarei stato semplicemente uno dei tanti che non hanno attitudine allo scrivere. E così, sfiduciato, rinunciavo per sempre alla letteratura» (I, 211).

Niente come questa asserzione mi sembra così dolorosamente familiare8. Forse l’unico rimedio è consolarci ritraendoci in «quella che fra tutte le diverse vite parallele che noi viviamo è la più piena di peripezie, la più ricca di episodi, voglio dire la vita intellettuale» (I, 223). Se attivamente (scrivendo) o passivamente (leggendo), poco conta: è la distinzione tra creatore e fruitore che ci fotte.


Note:
  1. Anche Proust non le lesinava in alcuni termini come Tempo o Abitudine. Ma giusto per rimarcare il significato diverso rispetto al solito.
  2. O forse è solo bipartita tra Lettori (pubblico e critica, poco conta per un Autore) e Scrittori (a loro volta possibili Lettori, se contemporanei e interessati, o metri di paragone, se anteriori nel tempo o sopraelevati nello spazio).
  3. Ricordate? Cito sempre col numero del volume e quello della pagina dalla mia edizione Mondadori, collana “Oscar Grandi Classici”.
  4. Non so perché, ma m’è tornato in mente un improbabile Elogio della calvizie, di Sinesio, che avrò letto a tredici anni. Ah, la memoria…
  5. Nostro!, cari miei lettori e aspiranti Scrittori anche voi…
  6. Più avanti Proust parlerà addirittura della sua noia come «quella sensazione della mia impotenza che avevo provata ogni volta che avevo cercato un argomento filosofico per una grande opera letteraria» (I, 218)…
  7. La risposta pare che l’avremo soltanto all’ultimo volume, che avevo follemente pensato di leggere per primo. Sarebbe stata un’idea troppo malvagia?
  8. A me, a differenza che a Cateno, la vicenda di Swann e Odette non ha procurato alcuna catarsi: semplicemente non cercavo consolazioni a gelosie mai nutrite…
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