Triplice reazione repubblicana

Quando Platone argomenta che possediamo un’anima tripartita, caratterizzata essenzialmente da tre qualità (ragione, volontà e desiderio), ancora una volta è nel giusto. Volessi tentare di riassumere le reazioni che m’ha suscitato la lettura della Repubblica, adesso, a freddo, non potrei non reagire che da uomo trisecato. Quale parte prevalga è ancora un mistero finanche per me stesso; su quale è bene che prevalga, però, c’è poco dubbio: il filosofo deve essere un animale anzitutto razionale, o sarebbe altro. Partiamo dal basso – dal ventre.

Uno dei principali motivi di piacere nella lettura della Repubblica è quel venire blanditi in quanto Filosofi – non più esseri inutili o ‘stravaganti’1 ma, al contrario, gli unici davvero utili2 e adatti a governare. È il gaudio del pensare – io farei tutto per bene; è l’esclusività del sapersi potenti per natura; è l’autorevole conferma dell’invalidità dei più a legiferare per i più buoni. Certo: qualcuno direbbe che il fascino della Repubblica sta tutto nello stuzzicare il nazista che sta in ogni filosofo (come dentro qualsiasi altro uomo); ma giusto questo è un basso appetito – non è roba per noi.

Salendo al petto, Platone infonde nell’anima che dicono ‘irascibile’ – in realtà nobile, coraggiosa e animosa – una sana fierezza per la disciplina di una vita che dicono persa, quella filosofia spesso dimenticata o misconosciuta. Non si tratta più del mero concupiscibile fantasticare sulla propria superiorità e il congenito diritto naturale a comandare sugli altri, no; subentra il sano orgoglio per la propria passione del pensiero che ci rende in tutto simili a guerrieri. Quanto a me, è un onore tornare alle pagine scritte da quei grandi uomini, finora intuiti soltanto dietro pesanti drappi tenuti da reali nani ai quali uno stuolo di maledetti(ni) s’aggrappano. Ma anche ciò non è roba per noi pensatori, ma solo per esegeti ed esecutori.

L’approdo alla ragione, alfine, potrebbe spiegare meglio d’ogni altra illazione perché non scrivo di politica d’oggi, oggi. So che la distruzione paga e appaga, ma non ho alcun brevetto da costruttore. Umilmente devo rivolgermi agli architetti politici d’altri tempi – di tutti i tempi, visto che i tempi non cambiano mai – prima di poter poggiare anche solo la prima pietra. Pensare è ripensare quel che è stato per dispensare saggezza per il presente, come presente per i presenti. E la filosofia, prima di essere politica, è pensiero di pensiero. Dite che è una cosa divina? Così disse Aristotele, alle cui cure mi rimetto – così, razionalmente, dalla Repubblica balzo sulla Politica.


Note:
  1. Cfr. Resp. VI, 487d.
  2. Per Platone non sono i filosofi ad essere inutili – se mai sono resi tali da coloro che non si rivolgono a loro: cfr. Resp. VI, 488b.
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