Trentasei passi sotto il cielo

A Cateno

Lo spazio merita d’essere invaso dai libri. La transitorietà del cammino dev’essere segnata dalle erme dei grandi e dai genitali dei genî, rischiarata dalle loro parole impresse e durevoli – per quanto la meta possa essere illusoria, giacché irraggiungibile. Se il fine della vita resta quello di orïentarsi nel pensiero – ostinatamente fuggendo l’oscuro occaso – niente di meglio che sbattere la testa non sulle nude mura, ma contro carte croccanti. Ogni libro è, per tanto, un nodo della rete della conoscenza, un nido per la crescita della sapienza – sostanze spettrali, è vero: in fatti da questa parte non amiamo incupirci.
Nel 2010 ho letto 36 libri (riviste escluse). La lettura di un libro è un passaggio per una scorciatoia angusta ma augusta: ognuno ha le sue mete, chi superne chi superbe e chi superabili; e pure, finché leggeremo dalla carta, saranno affari terreni. Ecco i miei sette suggerimenti per concimare meglio.

S. Blackmore, La macchina dei memi. La summa e il canto di cigno della memetica. Perché, che vogliamo dar loro il nome di memi o idee o concetti o pensieri, restano pur sempre il nostro prodotto più originale. E l’idea di studiarli basandosi sulla potenzialità della loro diffusione – come fossero geni – e dunque sulla loro capacità di attecchire nella mente e ‘replicarsi’ per le menti può portare nuova linfa alla storia delle idee e financo alla concezione della coscienza.

Platone, La Repubblica. L’opera da cui il pensiero occidentale ha il suo cominciamento. Politica, certo, ma anche pedagogica, epistemologica, sociologica, psicologica – teoretica ed etica al contempo, come ogni opera filosofica (e per tanto politica) dovrebbe essere. Imprescindibile, insuperabile, condensa una vita di riflessioni – con le quali si potrebbe discordare, ma giammai supporre che non siano aporeticamente ben poste.

J. Dupré, Natura umana. Restando fedeli al titolo originale1 è un libro che cerca i limiti della scienza. Cosa che mi sono ostinatamente rifiutato di vedere, forse nella speranza dell’onnipotenza del pensiero così detto ‘esatto’. Non sappiamo se il pensiero delle scienze ‘dure’ possa realmente decodificare la realtà tutta (oggi ne sono convinti solo alcuni filosofi ma quasi nessuno scienziato); sappiamo di certo che i saperi ‘soffici’ – quelli della seconda cultura – sono ancora validi, comodi, esplicativi. Una garbata riabilitazione della filosofia.

M. Motterlini, Trappole mentali. Una lettura leggera e fresca (come ben si addice all’estate) ma intensa. Un poderoso disvelamento degli autoinganni a cui andiamo continuamente e inevitabilmente incontro per tutelare la nostra sanità mentale, il nostro concetto del sé, la nostra autostima. Il migliore elogio possibile delle illusioni – dalle quali siamo messi in guardia, ma a ragione: solo capendo che la felicità è una beata illusione si può vivere in pace.

D.F. Wallace, Brevi interviste con uomini schifosi. Anteposto alla lettura dei volumi postumi della Recherche (concessione più unica che rara nella mia lunga e ininterrotta lettura), mi ha svelato l’autore che forse più di tutti, nella contemporaneità2, ha raccolto l’eredità di Proust pur incarnando, almeno in questo lucido e cinico manuale delle bassezze umane, l’antiproustianeità in persona. (Ciò significa che la ricerca dopo la Ricerca si fermerà su Infinite Jest).

Th. Hobbes, Il Leviatano. L’opera che ha fatto vacillare i miei ideali libertari; il testo che pone e impone alla riflessione, con una chiarezza disarmante, la profonda contraddizione tra il credere nella libertà umana e il non ritenere l’uomo capace di agire bene – senza cioè tentare di prevaricare la libertà altrui. Lo stato di natura, per quanto costrutto astratto, rimane pur sempre il limite estremo – il memento mori – di ogni filosofo-politico.

I. Illich, Disoccupazione creativa. Una raccolta di lungimiranti e illuminate proposte di un autore più che profetico. La diffusa disoccupazione diviene solo un pretesto per parlare di un’economia di mercato malata perché rende il consumatore da servo – potenzialmente libero – a schiavo (una merce tra le altre); per tanto la povertà, più che pecuniaria, è generica – nella misura in cui il ‘professionalismo’ più o meno professionale ha spazzato via ogni non futile sapere. Da meditare per le proposte conviviali alternative.

Superfluo aggiungere, a questo punto, che la conoscenza va scoperta – e condivisa. Altrimenti continuerà a predominare l’insopportabile mercato dei pretestuosi ‘saperi’ – quello ammantato di «abbellimenti rettorici» tanto utili a chi vuol lucrare col brutto. La ‘verità’ lasciamola ai pornomani; accontentiamoci di amare la saggezza – questa fessa coerenza da filosofi.


Note:
  1. Parzialmente tradito in italiano: Human Nature and the Limits of Science è diventato Natura umana con sottotitolo ‘Perché la scienza non basta’.
  2. Finita un paio d’anni fa appena a una corda.
Questa voce è stata pubblicata in www.davidetomasello.it e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.