Torniamo a zappare! Il tuo orto per negati di Charlie Nardozzi

«Il faut cultiver notre jardin», concludeva Candide alla fine delle sue terribili peripezie mondane. Amarezza, disappunto e pessimismo sono infatti le reazioni più comuni alla realtà quotidiana, in cui il nostro spazio di manovra è sempre minore e sempre più osteggiato dallo Stato e dalle altre mafie. Qualcuno, temerario don Quijote, prova a lottare invano contro aquile e altri rapaci; altri, per l’ennesima volta, si rifugiano nelle parole urlate da qualche Novello Salvatore; i più, affranti, si chiudono a casa nell’immobilismo, ché mettere il naso fuori spaventa e costa.

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Ad un anarchico, a meno che non sia convintamente individualista, un’affermazione come quella di Voltaire non può che fare inorridire: sembra quasi un invito al disimpegno e al vivere appartati. In realtà, a ben vedere, Candido non dice “il mio orto”, e anzi non è nemmeno solo in questa nuova avventura. L’orto e la casa – in una parola la fattoria – vanno mandati avanti in sinergia da un manipolo di persone, da una vera e propria tribù che veramente farà economia – gestione dell’ambiente, non della moneta.

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Ora, sono pienamente convinto che ciascuno di noi può fare qualcosa per mitigare la crisi – ovvero per limitare i danni di massa causati da uno Stato arraffone e da un capitalismo coglione. Questo qualcosa sta nella terra, non nelle banche né negli uffici. Coltivare un orticello organico è il primo passo per la definitiva presa di coscienza, nonché una delle azioni più rivoluzionarie che possiamo compiere – del resto, se la storia è ciclica, rivoluzione è tornare al primario dopo il tramonto finanche del terziario.

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Ci sono parecchi buoni libri in giro per cominciare a coltivare qualcosa, tra cui alcuni quasi filosofici (penso alle opere di Bill Mollison, di cui forse parlerò presto) per arrivare a quelli addirittura “spirituali” (come dimenticare gli spunti di Rudolf Steiner, oggi tanto di moda?). Tuttavia penso che per concludere veramente qualcosa la cosa migliore da fare sia studiarsi un bel manuale che parta dalle basi. A me il migliore, cioè il più chiaro e il più mirato all’azione, è parso Il tuo orto per negati (Mondadori 2010) di Charlie Nardozzi. Ennesima pubblicazione della celebre serie “For Dummies”, nonostante sia scritto da un americano riesce a coniugare la proverbiale pragmaticità d’oltreoceano alla saggia decisione di mantenersi nell’ambito del biologico. Leggerlo non dà mai la sensazione di avere a che fare con un tomo di chimica o una bibbia esoterica. L’edizione italiana, inoltre, è riadattata per i nostri climi e le nostre varietà di ortaggi (cosa che accade di rado in simili pubblicazioni).

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Le premesse di Nardozzi sono condivisibilissime: «Nel corso degli anni ci si è allontanati dalla pratica dell’orticoltura domestica in nome del progresso e grazie a una maggiore ricchezza delle famiglie. In tempi recenti, tuttavia, si è diffusa la consapevolezza che coltivare i cibi che mangiamo, pur non essendo dispensabile alla sopravvivenza come in passato, può comunque rivelarsi importante per la salute del corpo, della mente, dello spirito, oltre che a migliorare il nostro stile di vita e il senso di appartenenza a una comunità». Aggiungo io: se non è ancora questione di sopravvivenza, ci siamo quasi. A meno che non vogliamo accontentarci degli pseudocibi spacciati a pochi soldi nei discount…

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Continua Nardozzi: «Fare l’orto non è solo una questione di gusto. Ha a che fare con l’aspirazione a un’alimentazione sana e a chilometri zero, basata su ortaggi di cui è noto se e con che prodotti sono stati trattati. Concerne il nostro desiderio di nutrire la famiglia e gli amici con cibi ricchi di vitamine e antiossidanti… Favorisce relazioni di buon vicinato nella propria comunità… Ha a che fare con la riduzione dell’inquinamento e la lotta al riscaldamento globale, perché i prodotti del nostro orto non viaggiano per migliaia di chilometri dal luogo di produzione al nostro supermercato. Infine rivendica la nostra capacità di produrre direttamente il cibo che mangiamo – sia pure solo un vaso di basilico – e avere così un maggiore controllo sulla nostra esistenza». In poche parole coltivare un orto è un’esperienza totale e sociale – ecologica, economica e dunque politica.

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Dopo queste premesse il libro passa subito al sodo – parola che per gli ortolani ha a che fare anche con lo stato del terreno. Suggerirne lo studio adesso, in pieno autunno, ha almeno tre scopi: il primo è farsi una cultura di base e avere più tempo per pianificare le semine primaverili (ma possiamo già adesso cominciare a coltivare qualcosa di facile come fave o spinaci). Il secondo è provare a lanciarsi subito in una di quelle che Nardozzi definisce «sagge pratiche colturali», il sovescio (siamo ancora in tempo per azotare il terreno con delle leguminose!). Il terzo è comunque il più importante: meditare sulle nostre scelte di vita, sulla situazione in cui viviamo e sui modi per uscire fuori da questo sistema marcio e asfissiante. Il primo passo da fare, se possibile, è cambiare aria (una qualsiasi campagna a venti minuti di macchina dalla città avrà un’aria abbastanza buona) e dunque la gente che si frequenta (se parlano di stenti e di mancanza di soldi e poi strusciano le dita sul loro iPhone, è bene darsela a gambe levate). In ogni caso bisogna cambiare stile di vita, e si può cominciare provando a fare il più a meno possibile del supermercato nonché di ogni altro tempio del capitalismo. Se riciclando e recuperando è possibile procurarsi un po’ di tutto, col cibo ci toccherà faticare un poco. Si può cominciare anche a raccogliere le numerose verdure selvatiche e spontanee dei dintorni (dalle borragini alle ortiche, passando per cicorie, biete e senapi), per poi passare ai vasi in balcone…

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Mi dilungherei ancora, ma il tempo stringe e c’è ancora l’orzo da seminare – ci saranno altre occasioni per riparlare di colture e permacultura. Una cosa mi preme ribadire: non c’è anarchia senza autarchia. Se è vero che non sempre è possibile essere totalmente autarchici, e anzi siamo schifosamente complici del peggior capitalismo già quando digitiamo dal nostro amato computer, cerchiamo almeno di cominciare da ciò di cui ci nutriamo, ciò di cui in fondo siamo fatti. Il cammino verso l’autoproduzione e dunque verso l’indipendenza dal Sistema Statale (autentico generatore di povertà e ingiustizie) è lungo e contorto, ma è una scelta ormai obbligata, conveniente e salutare. Chi non vuole convincersene resti pure a piagnucolare dietro le porte del potere.

(Recensione anarchica pubblicata nel numero 334 di Sicilia Libertaria).

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