Sulla fisica delle società L'atomo sociale di Mark Buchanan

L’anarchismo, come è risaputo, basa le proprie concezioni politiche sulle capacità di autorganizzazione di gruppi di individui. Per molti ciò può sembrare una fede senza fondamento; noi pensiamo invece che non ci sia nulla di strano nel fatto che aggregazioni umane prendano forma senza bisogno di leggi imposte, calate dall’alto: del resto fenomeni di autorganizzazione si possono riscontrare comunemente nell’ambito biologico e, più genericamente, in molti eventi fisici; non stupiamoci dunque se anche le società umane possono essere soggette a simili moti spontanei.

Mark Buchanan, in L’atomo sociale (Mondadori 2008), intende proprio mostrare le similitudini tra sistemi fisici e sociali, sostenendo che «dovremmo pensare alle persone come ad atomi o molecole che seguono regole abbastanza semplici e cercare di cogliere le strutture cui queste regole portano». Può sembrare una visione riduzionista e riduttiva ma è l’esatto opposto: questi assembramenti di atomi, “sociali” o fisici che siano, manifestano proprietà emergenti e complesse – in termini più semplici, “il tutto è più della somma delle parti”. Semplicemente l’autore vuole spostare l’attenzione dalle singole persone alle “strutture” che esse creano, conscio che «gli atomi sono semplici, le persone no» ma anche che «la struttura vincola le scelte dei singoli, rendendo più probabile che essi agiscano in un modo che la rafforza». In pratica, spesso il comportamento delle persone si può spiegare guardando alle strutture nelle quali esse operano; proprio l’interazione tra strutture e persone crea il mondo sociale in cui viviamo.

«L’essenza dell’autorganizzazione sta in questo: che una certa cosa o processo A porta a un’altra cosa o processo B, che a sua volta porta a un di più di A, che porta a un di più di B e così via in una spirale in crescendo di feedback». Così si spiegano fenomeni sociali di rivolte e di masse critiche – ma anche di mode e, purtroppo, di violenze, stermini e segregazioni razziali. «Gli uomini faranno sempre cose che renderanno il mondo umano imprevedibile» proprio perché non sono atomi né tanto meno agenti perfettamente razionali. Qua l’autore ne approfitta per evidenziare l’insufficienza del modello economico standard, che parte dal presupposto che siamo tutti esseri razionali che agiscono esclusivamente per il proprio interesse. «Se supponiamo che ogni individuo sia perfettamente razionale, diventiamo tutti uguali». In realtà l’economia non funziona come previsto dagli economisti; se poi essa fin troppo spesso favorisce i capitalisti, è per biechi accordi economico-politici, non certo perché il mercato si autoregola…

Nel prosieguo dell’opera, Buchanan si attesta su posizioni evoluzionistiche: poiché il nostro cervello si è evoluto quando eravamo cacciatori-raccoglitori che vivevano in piccole tribù (così è trascorso il 99% dell’avventura umana su questo pianeta!), inevitabilmente tenderemo a comportarci come «scaltri giocatori d’azzardo» e «opportunisti adattivi». Questo non significa che tutto è perduto ai fini delle nostre utopie: significa semplicemente che nei nostri progetti politici dobbiamo tenere in conto le caratteristiche della natura umana. Personalmente dubito, ad esempio, che una società “di massa”, o una nazione con milioni di abitanti, possa mai giungere ad essere anarchica; non dispero, tuttavia, che il libertarismo possa fiorire in piccole comunità, e da queste diffondersi fino ad esplodere. Il naturale “opportunismo adattivo”, infatti, non conduce all’egoismo, come sarebbe scontato pensare, ma alla collaborazione. Per di più, «oltre che elastici esseri adattivi, siamo nati imitatori». Tutto dipende da che esempio diamo e che esempi vediamo…

«Non pensiamo del tutto per conto nostro: ciò in cui crediamo e il perché vi crediamo dipendono moltissimo dalle nostre interazioni con gli altri». È chiaro che ciò è un’arma a doppio taglio: intanto possiamo frequentare “cattive” compagnie (ma gli stessi anarchici sono tali per molti!); in secondo luogo anche il libertarismo può sfociare in una sconcertante uniformità… Per Buchanan dobbiamo dunque considerare anche altri tipi di interazioni umane oltre a quella adattiva e quella imitativa: si tratta delle interazioni cooperative, basate sui forti sentimenti della fiducia e del suo opposto, la diffidenza.

In apparente contrasto con le predizioni evoluzionistiche, vi è il fenomeno del sacrificio di sé, ammirato in ogni cultura. Biologi, sociologi ed economisti sono sconcertati da simili comportamenti; al più li considerano come “falso” altruismo. In realtà la “teoria dell’interesse personale” sostenuta dalle suddette scienze è erronea. Può essere corretta se abbiamo a che fare con una singola interazione isolata; ma nella quotidianità, nell’incontro ripetuto tra le persone e nei loro reciproci e reiterati scambi, mirare al proprio egoistico interesse è controproducente: il rischio è quello di perdere la fiducia dell’altro, ottenendo a lungo termine un danno superiore al temporaneo beneficio. Ovviamente ciò non ci salva dal rischio sempre incombente della “tragedia dei beni comuni” (mio grande cruccio nei confronti delle teorie collettivistiche); Buchanan tuttavia sostiene che in un gruppo «una cooperazione stabile può emergere e perdurare senza interventi esterni» se solo si fa in modo di allontanare gli approfittatori.

Come si sarà capito, il libro è vario e di argomenti non strettamente anarchici; ciò non significa però che non sia ricco di spunti per una riflessione libertaria. L’importanza della cooperazione nella costruzione della fiducia sociale, i limiti della collaborazione umana, la falsità della visione economica dell’uomo come essere dominato esclusivamente dall’interesse personale, il ruolo dell’imitazione nella diffusione di comportamenti collaborativi virtuosi, il legame tra comportamento collettivo e atteggiamento individuale sono tutte tematiche che dovremmo analizzare e comprendere meglio per rendere più fondate e credibili le nostre proposte.

(Recensione anarchica pubblicata nel numero 318 di Sicilia Libertaria).

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