Spinoza. Quello vero

Qualche anno fa – cosa volete che siano quattro secoli di fronte alla divina eternità? – nasceva un uomo straordinario, veramente benedetto, ma di cui è stato proclamato tutto il male possibile. Costui era Spinoza.

Spinoza

La vita di Benedictus comincia il 27 luglio 1656, allorché viene pronunciato il cherem contro di lui. Da quel momento è tagliato fuori1 dalla comunità d’appartenenza (religiosa e sociale, come di prassi): «Sappiate che non dovete avere con Spinoza alcun rapporto né scritto né orale. Che non gli sia reso alcun servizio e che nessuno si avvicini a lui più di quattro gomiti. Che nessuno dimori sotto il suo stesso tetto e che nessuno legga alcuno dei suoi scritti» – ciò è valido per ogni ebreo di buon spirito. Eppure è proprio da questo momento che Spinoza decide di seguire uno dei precetti rabbinici, quello di imparare un mestiere manuale – il tornitore di lenti. Immaginiamolo applicato così, curvo sulle sue preziose ottiche che saranno usate anche da Huygens.

In precedenza – in gioventù, quando ancora lo chiamavano Baruch – era un commerciante, agiato per giunta: aveva ereditato gli affari dal padre. Adesso i soldi non gli servono più: Spinoza non è fatto per contrattare, ma per trattare. Il suo corpo, la sua mente – in una parola: il suo pensiero – non è in vendita: a nulla servì il tentativo di corruzione (una rendita di mille fiorini) da parte della comunità ebraica pur di evitare lo scandalo della sua fuoriuscita. Questo anteporre la propria libertà di pensiero al danaro – a qualsiasi offerta pecuniaria – sarà una costante della vita di Spinoza: clamorosamente rifiuterà una cattedra ad Heidelberg offertagli dall’Elettore Palatino – l’illimitata libertas philosophandi gli era più cara.

Spinoza

Quest’uomo si accontentava davvero di poco: ci si faceva maraviglia di quanto poco mangiasse; ci si stupì quando ridimensionò la rendita che un amico e allievo volle lasciargli, riducendola all’osso. Insomma, quest’uomo era lieto così: col suo lavoro tecnico e umile – che lo porterà alla morte per silicosi, ma che gli permise di camparsi con frugalità ma senza stenti2 lasciandogli il tempo di comporre almeno due capolavori, e che lo mise in contatto con gli scienziati dell’epoca; con la sua filosofia, libera da qualsiasi ingerenza teologica, affrancata da ogni religione costituita, mirante a una sempre maggiore perfezione – all’incremento della Letizia; con la sua cerchia di amici e allievi (banditi gli ebrei), gli unici che potessero realmente capire, o almeno intuire, il suo pensiero; con le sue poche cose – il letto a baldacchino, unica eredità accettata; lo scrittoio; la libreria, con volumi di Descartes e Hobbes tra gli altri. Quello che sembrava un esilio più o meno volontario in realtà era un’apertura al mondo – ma quello di proprio gradimento, quello che lo rendesse lieto – e all’universo intiero.

Quest’uomo si accontentava di poco, ma aspirava a molto – a tutto, a quel Dio-Natura che era l’infinita sostanza dell’universo e di cui tutte le cose visibili non erano che frammenti. Eppure quest’uomo andò veramente al di là del bene e del male: il bene era semplicemente ciò che aumentava la letizia – non un traguardo verso una perfezione prestabilita, impossibile, ma un percorso privato di continua trasformazione, di costante automiglioramento, di evoluzione soggettiva più ottimizzante che ottimale.
Quest’uomo capì che il filosofare è possibile solo in tranquillità, e che la tranquillità stessa è l’obiettivo della filosofia. Quest’uomo così prudente, attento, cauto – come recitava il suo sigillo – eppure orgoglioso della propria autonomia di pensiero, fu lo stesso che rivendicò piena libertà di pensiero ed espressione per tutti, in un’epoca in cui non era facile né saggio dire la propria.

Quest’uomo che venne accusato di empietà ed ateismo perché il suo dio era tutto, ovunque – e non un niente in nessun luogo.
Quest’uomo che ritenne le religioni un’accozzaglia di superstizioni, buone solo per i paurosi – coloro che non vogliono comprendere le difficoltà della vita.
Quest’uomo che riusciva ad argomentare logicamente, in modo stringente, con ordine geometrico; che ordinò le passioni – mai le vietò, anzi suggerì di stemperarle in questo grande amore intellettuale universale, ad aumento della letizia propria e di tutti.
Quest’uomo razionale e passionale, anzi – passionalmente razionale e razionalmente razionale, ma che non volle mai farsi distrarre da ricchezze, onori e piaceri sensuali – passioni irrazionali e volgari.
Questo filosofo – scienziato e teologo, fisico e metafisico, etico e poetico. Questo politico che prefigurava uno stato laico, veramente libero – che accrescesse la libertà di ciascuno.
Ebbene, quest’uomo è riuscito in tutto ciò a cui aspiro anch’io: non posso non amarlo.


Note:
  1. E tenteranno davvero di tagliarlo, fuori: una sera in cui un ignoto tenta di accoltellarlo fa capire a Spinoza che è tempo di abbandonare la pur liberale Amsterdam.
  2. Beh, certo, aveva pure quella piccola rendita…
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