Questioni d’identità

I. Mi sono sempre chiesto cosa possa definire correttamente la nostra identità. Risposta scontata (ceduta tanto quanto vale): le differenze con gli altri – quel che si è, quel che si fa. Ma spesso, troppo spesso, specie in ambito sociale, è il lavoro a identificarci appieno1. Basta che manchi, e si viene irrimediabilmente (mal)visti come fannulloni, o fantasmi – invisibili, dunque dall’identità incerta.

II. Per un laureato in filosofia, poi, la questione è ancora più subdola. Non solo – non tanto – perché la norma è che il lavoro gli è precluso più che ad un diversamente abile; piuttosto, perché del nostro il più che si possa dire è che sia uno “storico della filosofia”. Di competenze, taciamone; tutto quello che gli pertiene è l’ambito ristretto della storia della letteratura filosofica, che sovente tenta pure di scimmiottare.

III. Prima di (ri)cominciare quest’opera mi sono posto alcune domande sulle categorie da utilizzare. L’idea era quella di separare, ma riunire al contempo, i miei diversi gusti – filosofo chitarrista fotografo cuoco webmaster linuxiano satiro poeta eterologo ragusano. Ma l’emulsione impazzì. Ognuno assaggiava a modo suo: molti percepivano solo il sale della chitarra o il pepe delle foto, trascurando l’olio della filosofia e l’uovo della satira. Alla faccia del sentirsi cuoco.

Davide Tomasello

IV. Per un filosofo la questione diventa spinosa – senza tirare in ballo Spinoza. Finché non si viene riconosciuti dagli altri filosofi non si verrà mai riconosciuti filosofi tout court – è un po’ come per l’arte, ma qua vi è piena coincidenza tra artisti, critici e pubblico. A poco serve l’autocoscienza d’essere filosofo; a nulla vale scriversi da sé una paginetta su Wikipedia. Il filosofo è una categoria instabile e scomoda come una sedia traballante, e altrettanto inutilizzabile2.

V. Emergono due problemi d’identità. Il primo è una questione di riconoscimento – non conosco ancora nessuno che mi riconosca come cuoco, se non forse gli amici commensali3. Il secondo è una questione di impegno – non posso dirmi cuoco se non esercito l’arte e il mestiere costantemente, con dedizione e scienza. Posso riaffermare, certo, la mia identità molteplice al di là del lavoro, ma senza un lavorio resterò pur sempre un dilettante, un eclettico mediocre – o sia un paninaro.


Note:
  1. Più d’uno, ivi compreso mio padre, mi chiama “professore” – benché io non abbia mai svolto quella professione…
  2. Almeno in un’era così consumistica, in cui nulla si trasforma ma tutto si ricompra.
  3. Al contempo sono convinto che chi mi riconosce come chitarrista in realtà non mi conosce veramente.
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