Platone sui regimi non politi(ci)

Facciamo un salto: atterriamo sull’ottavo libro e trascuriamo, per il momento, sesto e settimo, i più teoretici della Repubblica1. Saltiamo, abbandonando il dissodato terreno dell’utopia platonica per piombare su quello sodo e solido, solito e reale, del tipico – del topico. Platone, volendo mostrarci i vantaggi della sua polita politeia, ci illustra gli altri tipi di costituzione. Se la sua è un’aristocrazia, giù giù troviamo: timocrazia, oligarchia, democrazia e tirannide2. Commenterò poco o punto: essendo una parte meno normativa che descrittiva, voglio (ri)gustarmi alcuni passaggi assieme a voi. Ovviamente l’aristocratico – il migliore che governa – è «buono e giusto» (Resp. VIII, 544e); tuttavia, «poiché ogni cosa che nasce è soggetta a corruzione, nemmeno una simile conformazione resisterà per sempre e finirà col dissolversi» (Resp. VIII, 546a)3. Si incrina l’armonia tra le classi sociali, in particolare tra le prime due (filosofi-governanti e guerrieri); costoro, dissolvendo l’aristocrazia,

«con mutue violenze e controversie giungono a un compromesso: si spartiscono terreni e case, li riducono a possessi privati, rendono schiavo chi prima custodivano come libero, da persona amica e incaricata di nutrirle4; e lo tengono allora come perieco e servo e si assumono direttamente la cura di fare la guerra e di custodirlo» (Resp. VIII, 546b-c).

E questa è soltanto la timocrazia, in cui i governanti hanno giusto fame di fama! V’è di peggio – la sete di danaro. Nell’oligarchia

«i ricchi governano, mentre il povero non può partecipare del potere. […] Cominciano con l’inventarsi delle spese e a questo scopo storcono le leggi, senza obbedirvi né loro né le loro donne. […] Poi, scrutandosi e gareggiando a vicenda, rendono la massa del popolo simile a loro. […] E da allora procedono a far denaro e più pregiano quest’attività, meno pregiano la virtù» (Resp. VIII, 550c-e).

Questo è un regime che suscita la severa condanna di Platone5: «pensa se si creassero piloti di nave così, in base al censo, e si escludesse il povero, anche se fosse pilota più bravo…» (Resp. VIII, 551c). Non solo: «un simile stato è per forza non uno, ma duplice: quello dei poveri e quello dei ricchi. Essi abitano lo stesso luogo e si tendono continuamente reciproche insidie» (Resp. VIII, 551d). Questo divario economico genera invidie e dunque insidie e instabilità crescenti, se è vero che dove esistono mendichi stanno dei potenziali ladri6 – e l’oligarchia di accattoni è piena. Proprio dall’insurrezione dei poveri nasce l’ennesima degenerazione, la democrazia:

«Credi che il povero non pensi allora che è la codardia di loro stessi, i poveri, ad arricchire simili persone? e che, quando i poveri s’incontrano separatamente tra loro, non si passino la parola dicendo: “Li abbiamo in mano nostra, perché non valgono nulla”? […] Ora, credo, la democrazia nasce quando i poveri, dopo aver riportata la vittoria, ammazzano alcuni avversari, altri ne cacciano in esilio e dividono con i rimanenti, a condizioni di parità, il governo e le cariche pubbliche, e queste vi sono determinate per lo più col sorteggio» (Resp. VIII, 556d-557a).

Bene, non è esattamente la democrazia che abbiamo in mente noi (l’odierna, specie da queste parti, invero sembra assai più simile alla suddetta oligarchia); sembrerebbe certo una costituzione assai più “equa” e di quella (utopica) platonica e di quella (pessima) attuale. Platone lo sa bene e ne mostra il duplice aspetto: prima quello allettante:

«Ora, in primo luogo, non sono liberi? e lo stato non diventa libero e non vi regna libertà di parola? e non v’è licenza di fare ciò che si vuole? […] Dove c’è questa licenza, è chiaro che ciascuno può organizzarvisi un suo particolare modo di vita, quello che a ciascuno più piace. […] Forse, tra le varie costituzioni, questa è la più bella» (Resp. VIII, 557b-c);

poi, ironicamente, quello terrificante, dovuto all’eccesso di libertà – di licenza:

«Non aver alcun obbligo di governare in questo stato, nemmeno se ne sei idoneo, né di essere governato, se non lo vuoi, né di fare guerra quando la fanno gli altri, né di mantenere la pace quando la mantengono gli altri, se non ne hai voglia; e ancora, se una data legge ti vieta di stare al governo o di sedere in tribunale, poter ciononostante governare e giudicare se te ne viene l’estro, tutto questo modo di vivere, di primo acchito, non è prodigioso e dolce? […] A quanto sembra, sarà una costituzione piacevole, anarchica e varia, dispensatrice di uguaglianza indifferentemente a uguali e ineguali» (Resp. VIII, 557e-558c).

Questi, assieme «all’indulgenza e all’assoluta mancanza di meticolosità che le sono proprie, anzi al disprezzo dei principi» (Resp. VIII, 558a-b), sono alcuni degli aspetti foschi della democrazia, che per Platone è sostanzialmente un’anarchia – nel senso deteriore del termine: mancanza assoluta di princìpi oltre che di principi, e di valori che possano mantenere una differenza tra governanti e governati, tra migliori e peggiori cioè. L’abbiamo già detto: per Platone la giustizia è (anche) che ciascuno attenda al proprio compito; ma nella democrazia, nel nome di libertà e uguaglianza esasperate, ciò viene meno e ognuno fa terribilmente quel che meglio crede, giungendo alla rovina di ogni rispetto sociale – e si vedranno padri che temono figli e figli che non rispettano i genitori, e ancora maestri che per timore adulano gli scolari i quali se ne infischiano7… Magie dell’uomo “egualitario”, che «rumoreggia senza tollerare chi parli diversamente» (Resp. VIII, 564d); sortilegi del governo deciso dal popolo, ossia

«tutti coloro che lavorano per sé e si astengono dalla vita politica, gente che possiede ben poco. Questa classe forma, in democrazia, il gruppo più numeroso e sovrano, tutte le volte che viene radunata […] – ma non vuole farlo spesso, a meno che non ottenga una parte di miele. – Beh!, l’ottiene sempre, quel tanto che resta dopo che i capi, sottraendo il patrimonio a chi possiede e distribuendolo al popolo, si sono fatti la parte del leone» (Resp. VIII, 565a).

Proprio un simile atteggiamento del popolo apre le porte all’ultima, e peggiore, costituzione, la tirannide: infatti «il popolo è sempre solito mettere alla propria testa, in posizione eminente, un solo individuo, mantenerlo, farlo crescere e ingrandire» (Resp. VIII, 565c); costui, dopo essersi fatto concedere delle guardie del corpo per assicurarsi l’incolumità “nell’interesse del popolo stesso”8, mostrerà il suo doppio volto: prima quello sorridente:

«Ebbene, nei primi giorni e in un primo tempo non sorride e non saluta affettuosamente chiunque incontri? Non nega forse di essere tiranno, non fa molte promesse in privato e in pubblico, non libera dai debiti e non distribuisce terra al popolo e ai suoi seguaci? Non mostra d’essere benigno e mite con tutti?» (Resp. VIII, 566d-e),

poi quello tirannico. Ma questo è già l’argomento del nono libro, il penultimo dell’opera di colui che, oltre che politico, si sta rivelando fine sociologo e profondo conoscitore dell’animo umano.


Note:
  1. Laddove possiamo trovare la teoria della linea, il mito della caverna e sottilissime quanto oscure trattazioni sull’idea del bene.
  2. Cfr. Resp. VIII, 544c.
  3. Anche per questo l’utopia sembra destinata a rimanere tale; proprio per questo le leggi devono evitare che subentrino mutamenti nella costituzione.
  4. L’ultima classe provvedeva a vitto e alloggio dei custodi, giacché questi non possono detenere ricchezze.
  5. Perlomeno la timocrazia veniva identificata con la costituzione spartana, senz’altro ammirata da Platone – tra quelle terrenamente disponibili.
  6. Cfr. Resp. VIII, 552d.
  7. Cfr. Resp. VIII, 562e-563a
  8. Cfr. Resp. VIII, 566b.
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