Italiche viscere La pancia degli italiani di Beppe Severgnini

Siamo nuovamente a un passo dalle così dette “elezioni” per antonomasia, o sia quella farsa tragicomica nazionalpopolare che pressappoco una volta al lustro pretende di portare una cinquantina di milioni di pecore (ribattezzate per l’occasione “elettori” e vezzeggiate come “popolo” – di volta in volta della libertà [sic], della rete, dei moderati, dei forconi, dei responsabili, dei rivoluzionari civili [ri-sic] e così via) a mettere la propria crocetta sulla schedina. Il bello è che, come ogni volta, non si rischia di vincere nulla, anzi… Anche in questa nuova “tornata” la mia domanda non è tanto per chi si va a votare, ma perché. Non sono riuscito, negli anni, a darmi una risposta soddisfacente; di primo acchito abborraccerei che è tutta una questione di “tifo”, ma i conti continuerebbero a non tornare con coloro che perseverano a tifare, cioè a “votare” secondo il gergo burocratico, per il mitico “meno peggio”.

Elettori pecore

Cercando una risposta, mi sono imbattuto in un libro d’un paio d’anni fa. Un po’ riluttante – sarà per il formato cartonato, la sovracopertina che sbrilluccica e soprattutto la firma e il ritratto saccentello e detestabilissimo di Beppe Severgnini – mi decido comunque a prenderlo (a mia imperitura giustificazione, lo davano al prezzo d’una birra scrausa…). Trattasi di La pancia degli italiani (Rizzoli 2010) in prima edizione (nel frattempo è uscita un’edizione aggiornata con una copertina non meno intollerabile, raffigurante la Venere di Botticelli sfregiata da un maniaco). Ma guardiamo ai contenuti. Il sottotitolo vorrebbe essere eloquente: “Berlusconi spiegato ai posteri”; la dedica è «all’elettore e al detrattore»; la tesi è che «se B. – così, con gran risparmio d’inchiostro, Severgnini cita il suo idolo ispiratore – ha dominato la vita pubblica per quasi vent’anni, c’è un motivo. Anzi, ce ne sono dieci».

Beppe Severgnini

Immagino già l’altissimo interesse per la tematica. Diciamolo subito: leggere la mezza dozzina di paginette delle “conclusioni iniziali” (una sorta di sommario in apertura del libro) non ci farebbe perdere granché dei contenuti del resto dell’operetta, a parte una ricca e tediosa aneddotica sui politici italiani. Come se non bastasse il libro puzza già di muffa, se è vero che la squadra azzurra – la prima grande squadra con un Presidente – questa volta è in affanno. Ma diamogli ugualmente una chance. Il primo dei dieci “motivi” è, per l’autore, il “fattore umano”: «Cosa pensa la maggioranza degli italiani? “Ci somiglia, è uno di noi”». Ecco svelarsi il senso del titolo del libro: S. (risparmiamo inchiostro anche noi) non scrive tanto su B. e le sue porcate, quanto sugli italiani e i loro vizi. Il problema, insomma, non è l’eletto ma gli elettori. Giusto, diciamo noi; ma allora il libro assume un carattere universale, e B. diventa solo una contingenza che potrà presto essere sostituita da un’altra lettera dell’alfabeto – da un altro affabulatore. È ormai sempre più chiaro (ma mai abbastanza, e non a tutti) che l’uno vale l’altro; avremo variazioni sottili, quasi impercettibili, solo nella parte aneddotica.

Elettori tifosi

Dieci, dicevamo, sono i fattori che secondo S. spingono gli italiani ad apporre croci, crocifiggendosi all’istante. Il primo, il fattore umano, stigmatizza la multiformità del politico («B. seduce da molti anni gli italiani: imitandoli. Non tutti: molti, abbastanza da ottenere la maggioranza») e di conseguenza il carattere del popolo. Scrive S.: «B. è l’autobiografia aggiornata della nazione». Bene, ma in due anni la nazione pare essere lievemente cambiata: adesso si mostra indignata, incazzata, apparentemente stufa dei soprusi dei politici. Poco male: nell’autobiografia aggiornata al 2013 basterà sostituire B. con G. e il gioco è fatto. Si troverà sempre un demagogo pronto a incarnare gli umori del demos, presentandosi come provvidenziale homo novus. La cosa preoccupante è che si tratta sempre di un comico pronto ad assidersi dopo aver calcato i palchi…

Berlusconi-Grillo

«È nei bar, non nei centri-studi, che si vincono le elezioni», osserva S.: ora, saranno i caffè o gli amari, ma nei bar non ci si rende spesso conto che quei candidati che mettono in luce i problemi lo fanno in maniera parziale e, quel che è peggio, proponendo sé stessi come soluzione. È vero, votiamo da “appena” due terzi di secolo, ma non abbiamo ancora imparato nulla. Dimentichiamo il “fattore divino”, tra gli altri, e il Vaticano che adesso appoggia M.; dimentichiamo pure il “fattore Robinson”, sul quale S. si permette di ironizzare («Ognuno di noi si sente Robinson Crusoe. Lo Stato, misterioso e inospitale, è la spiaggia su cui dobbiamo sopravvivere (le leggi inutili, le procedure infinite, le imposte asfissianti)») senza realmente trarre le dovute conseguenze: non è all’interno dello Stato che si può trovare rimedio ai problemi dello Stato. Lo Stato è strutturalmente monolitico, autoritario, logorante, illibertario; non è cambiando i suoi rappresentanti (e men che meno mutando loro orwellianamente nome!) che cambierà veramente qualcosa. La democrazia, se ha da farsi, dev’essere senza intermediari, senza “eletti” né “portavoce”: altrimenti è gerarchia, è immancabilmente oligarchia e oligocrazia e quasi sempre anche plutocrazia…

Plutocrazia

Aprire gli occhi su cosa sia veramente ciò che viene chiamata “democrazia” non sarebbe nemmeno così difficile, ma ad impedirlo, tra le altre cose, c’è di mezzo il “fattore Truman”, cioè il fatto che gli italiani informati siano solo «più o meno cinque milioni» mentre il resto si rifà alla televisione – o, posso ormai dirlo non senza tristezza, all’internet del social medium blu, del primo blog del Paese e dell’informazione partitica. Osserva S. che «la massa, come il pubblico del Truman Show, non vuole obiezioni, ma conferme. Non chiede problemi, ma una trama. Non cerca informazioni, ma intrattenimento». Ora, non so se ciò sia una peculiarità della massa o una stortura causata da anni e anni di esposizione catodica; certo è che nei movimenti di massa eterodiretta l’uomo dà il peggio di sé: riempie piazze (anche in luoghi sonnolenti come Ragusa!), sporca, rumoreggia e non centra nemmeno il bersaglio.

Grillo a Ragusa

Segue il “fattore Hoover”, che paragona il politico a un venditore di aspirapolvere. «Lui saprà vendere, ma diciamolo: in giro c’era voglia di comprare». Basta ritoccare la confezione, senza cambiare il prodotto; e tra le altre etichette c’è quella dell’“uomo nuovo” (quanti continuiamo a vederne ancora in giro? Come se la “novità” giustificasse l’eleggibilità; peggio, come se il nuovo non sarà un futuro delinquente…). C’è poi il “fattore Zelig” («immedesimarsi negli interlocutori»), il “fattore harem” (superfluo spiegarlo) e il “fattore Medici” (non i dottori ma i Signori rinascimentali), ma più interessanti mi sembrano gli ultimi due: il “Fattore T.I.N.A.” (There Is No Alternative) e il “fattore Palio” (di Siena). Il fattore T.I.N.A. è forse un altro modo per nominare il “meno peggio”: «i vincitori riescono a vincere perché i perdenti sono decisi a perdere. Votare è una questione di alternative». Il fattore Palio ha a che fare invece col tifo: «la gioia della vittoria sul rivale è ben piccola cosa, se comparata al tripudio per la di lui sconfitta». Questi i dieci motivi per cui si è votato B. – e si continua ancora a votare in maniera non troppo dissimile.

Parlamentari

Giunto a fine libro quasi rimpiango la Moretti: S. non è anarchico né astensionista, e anzi difende a spada tratta la trita questione del votare il meno peggio con quello stucchevole e ipocrita “senso di responsabilità” proprio di questi complici della pseudodemocrazia. Sono sempre più convinto che il danno fatto da questi fiancheggiatori del regime sia incalcolabile: la speranza del cambiamento non passa per lo Stato, non ci stancheremo mai di ripeterlo; cambiare attori politici è tutt’al più un antidoto alla noia. Detto questo, buon tifo a tutti, e che vinca, ancora una volta, chi meritiamo di sorbirci: il Rappresentante Politico.

(Recensione anarchica pubblicata nel numero 325 di Sicilia Libertaria).

Pubblicato in www.davidetomasello.it | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 12 commenti

Ragusa un po’ meno grande? Breve trattato sulla decrescita serena di Serge Latouche

Un freddo giorno di dicembre l’usuale torpore ragusano viene scosso da una conferenza di Serge Latouche. Sì, il teorico della decrescita s’è spinto fin sugli Iblei; la cosa che ha fatto più sensazione, però, non è stata la sua presenza, quanto l’organizzazione dell’evento a cura di una sedicente “associazione culturale” che ha nel simbolo quelle “ciùse” che a Ragusa ormai non ci sono più. (A beneficio dei lettori non ragusani: tale associazione, vero e proprio movimento politico ben insediato all’Ars, è diretta emanazione del sindaco che più d’ogni altro ha contribuito alla cementificazione della città e alla totale sparizione di campi verdi dal panorama cittadino).

Latouche

Turandoci il naso per bene, abbiamo deciso di andare ugualmente a sentire Latouche. Effettivamente, dietro un tripudio di giacche eleganti e colletti ben inamidati nelle prime file, la chiesa (sì, a Ragusa gli auditorium si allestiscono sugli altari…) era gremita soprattutto di gente a vario titolo di sinistra. Da bravi anarchici prendiamo posto a terra, purtroppo ai piedi di personaggi poco raccomandabili dalla scarpa ben lustra. Nella conferenza Latouche ha ripercorso esattamente quel che si può trovare nel Breve trattato sulla decrescita serena (Bollati Boringhieri 2008) con l’ovvia sintesi dovuta all’oralità. Concetti che i nostri lettori conoscono bene (ne abbiamo già parlato nel numero di maggio 2011, pochi giorni prima delle ultime fatali elezioni comunali): partendo dalla limitatezza del pianeta e delle sue risorse, e constatando che il capitalismo mira a una crescita sfrenata e “infinita”, Latouche sostiene che dobbiamo invertire la rotta riducendo i nostri consumi e sgravando l’impatto sulla Terra – in una parola: “decrescita”.

Latouche

«La parola d’ordine della decrescita ha soprattutto lo scopo di sottolineare con forza la necessità dell’abbandono dell’obiettivo della crescita illimitata, obiettivo il cui motore è essenzialmente la ricerca del profitto da parte dei detentori del capitale, con conseguenze disastrose per l’ambiente e dunque per l’umanità». Vediamo bene come Latouche, pur non essendo esattamente anarchico, sia fermamente anticapitalista oltre che ambientalista. La decrescita prevede l’abbandono della fede nella crescita, trasversale ai vari movimenti politici (compresi quelli autodefinentisi “comunisti” che tanto tengono alle fabbriche inquinanti…). «Il suo obiettivo è una società nella quale si vivrà meglio lavorando e consumando di meno».

Una delle fabbriche simbolo di "progresso"

Latouche denuncia con forza le tre “molle” della società della crescita: «la pubblicità, che crea il desiderio di consumare, il credito, che ne fornisce i mezzi, e l’obsolescenza accelerata e programmata dei prodotti, che ne rinnova la necessità». Inutile dire che nella società ideale prospettata dalla decrescita queste tre «istigazioni a delinquere» andrebbero estirpate e abolite. Altro punto cruciale su cui si sofferma Latouche è l’esternalizzazione dei costi della crescita, che vengono fatti ricadere sui dipendenti, sui paesi del Sud, sui servizi pubblici, sulle generazioni future e soprattutto sulla natura, «diventata al tempo stesso fornitrice di risorse e secchio della spazzatura». La modesta proposta di Latouche è quella dell’istituzione di una “ecotassa” che faccia pagare ai produttori il prezzo subito dall’ambiente a causa di inquinamento, trasporti, imballaggi e così via.

inquinamento

Affinché la decrescita possa essere una “utopia concreta”, Latouche individua «un circolo virtuoso di otto “R”: rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare». «Questi otto obiettivi interdipendenti possono innescare un processo di decrescita serena, conviviale e sostenibile». Le otto R si spiegano da sé; rinviamo il lettore all’opera di Latouche per ulteriori dettagli. Mettiamo in evidenza solo il fatto che le prime R implicano un cambio di mentalità – per dirla con Ivan Illich, pensatore al quale Latouche si rifà esplicitamente, una “decolonizzazione dell’immaginario” – senza la quale la riduzione dei consumi, il riutilizzo e il riciclo rimarrebbero impensabili. Bisogna inoltre ridurre l’orario di lavoro e «ritrovare le dimensioni della vita che sono state rimosse: il tempo per fare il proprio dovere di cittadino, il piacere della produzione libera, artistica o artigianale, la sensazione del tempo ritrovato per il gioco, la contemplazione, la meditazione, la conversazione, o semplicemente la gioia di vivere».

chiocciola

Il resto del libro si sofferma sulla decrescita come progetto politico, giungendo a proporre un vero e proprio programma elettorale in cui il primo punto è «recuperare un’impronta ecologica uguale o inferiore a un pianeta» e il resto è tutto un corollario a codesta premessa (introdurre ecotasse, rilocalizzare le attività, restaurare l’agricoltura contadina, ridurre il tempo di lavoro e lo spreco di energia, penalizzare la pubblicità). Latouche inoltre, forse deluso dall’esperienza con le sinistre parlamentari, tiene a puntualizzare come il suo movimento non sia né di destra né di sinistra (per quanto naturalmente più vicino a quest’ultima) proprio perché la crescita è purtroppo un’ideologia ampiamente condivisa lungo tutto l’arco costituzionale. Il suo obiettivo, pertanto, non è quello di fondare un partito o un “movimento”, ma «far sentire un peso nel dibattito, influenzare le posizioni dei diversi attori politici, far prendere in considerazione alcuni argomenti, contribuire a far evolvere la mentalità».

ciusa

Forse è proprio in base alle suddette ragioni se Latouche è intervenuto in quel covo di cementificatori (comunque, come detto, in minoranza nell’auditorium); più probabilmente non sapeva nulla dello scellerato andazzo della politica locale. Le tensioni in sala erano palpabili; alla fine della conferenza c’è stato un dibattito in cui nessuno, con la parziale eccezione del presidente di Legambiente, ha avuto il coraggio di ricordare gli stupri paesaggistici compiuti allo slogan di “Ragusa ancora più grande” (alla faccia della decrescita!). Bastava poco, è vero; alla fine forse ha prevalso il rispetto verso l’ospite. Chissà se gli alfieri del territorio, dopo la conferenza, hanno avuto la “faccia” di portare Latouche a visitare il porto di Marina piuttosto che Ibla.

(Recensione anarchica pubblicata nel numero 324 di Sicilia Libertaria).

Pubblicato in www.davidetomasello.it | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 5 commenti

Il lavoro è finito La fine del lavoro di Jeremy Rifkin

Credo di avere una visione particolarmente tragica del lavoro. Sarà un effetto collaterale della mia formazione, che mi ha tenuto giocoforza lontano dallo “sbocco” lavorativo; sarà una conseguenza del mio disincantato guardarmi attorno, e notare che per gli altri non va poi tanto meglio. Giovani o meno giovani, laureati o no, il lavoro non è più una certezza: il “posto” è sempre meno fisso e garantito; i suoi surrogati – unica strada percorribile per tanti della mia generazione e non solo – sempre più umilianti, ammesso che se ne trovino (anche per “lavorare” in un call-center occorre una raccomandazione!).

Call center

Facile sarebbe dare, anche stavolta, la colpa al governo, o pretendere che sia lo Stato a doverci “sistemare”: appurato che l’impiego statale è interdetto ai più e riservato a un’élite che dovremmo tirar giù, bisogna capire che la realtà è più complessa, più grave. Così ho ripreso in mano un’opera dal titolo emblematico, La fine del lavoro (Mondadori 2002). L’autore, Jeremy Rifkin (noto attivista oltre che economista), già nel 1995 vi tratteggiava cosa sarebbe avvenuto all’inizio del nuovo secolo (il sottotitolo del libro parla chiaro: «Il declino della forza lavoro globale e l’avvento dell’era post-mercato»).

Jeremy Rifkin

La tesi centrale dell’opera, sviscerata in oltre quattrocento pagine, è che nei processi produttivi le macchine sostituiranno sempre più l’uomo, il quale rimarrà senza lavoro – perlomeno senza lavoro quale attualmente lo conosciamo. Rifkin profetizza che entro questo secolo «il lavoro “di massa” nell’economia di mercato verrà probabilmente cancellato in quasi tutte le nazioni industrializzate del mondo». Oggi vediamo distintamente tale processo in atto: chi ha un lavoro se lo tiene ben stretto, subendo condizioni vessatorie e sopportando l’aleggiare del licenziamento; gli altri – chi è entrato da poco nel cosiddetto “mercato del lavoro”, o chi è stato licenziato – stentano a trovare un’occupazione dignitosa. Tutti fenomeni di cui negli USA si vedevano le prime avvisaglie già negli anni ’90.

End of work

Qualche tempo fa, le fantasie di un mondo liberato dal lavoro erano radiose, e splendida appariva la visione di un mondo immerso nell’utopia tecnologica. Oggi risaltano più le tinte fosche: la crescente disparità tra ricchi e poveri, la guerra tra i meno abbienti, la fatica delle famiglie ad arrivare a fine mese. Eppure non è la prima volta nella storia che l’umanità – almeno quella del mondo “occidentale” – attraversa una simile crisi. È avvenuto ad ogni rivoluzione industriale, tutte accompagnate da un crollo dell’occupazione nei settori tradizionali e un reimpiego spesso traumatico in nuovi settori. Il problema è che quest’ultima “rivoluzione” telematica richiede sempre meno lavoratori, e sempre più specializzati per giunta. La possibilità di riaddestrarsi, o di essere riassorbiti in piani di previdenza sociale, è sempre più remota. D’altro canto né le aziende né molti lavoratori sono disposti a “rimodulare” gli impieghi (“Lavorare meno per lavorare tutti”). Su tutto, incombe la folle corsa al profitto, all’iperproduzione e al consumismo, che ci fanno intuire come l’uomo sia ancor meno razionale di quanto saremmo disposti a concedere.

Work buy consume die

Che fare, allora, visto che è declinata non solo la domanda di agricoltori e di operai, ma ormai anche quella degli addetti ai servizi? Le soluzioni, tanto urgenti quanto necessarie, vengono proposte dall’autore tutte nell’ultima parte del libro. La prima comporta il “re-engineering” della settimana lavorativa. Secondo Rifkin sarà inevitabile ridurre l’orario lavorativo a 30, o perfino 20 ore settimanali. Ciò, è vero, comporterà una diminuzione degli stipendi, ma anche meno disoccupazione generale e una divisione più equa del lavoro all’interno della società e anche delle stesse famiglie. Purtroppo oggi le aziende preferiscono torchiare quei dipendenti che hanno già piuttosto che cercarne di nuovi per un vero part-time…

Lavoro part-time

La seconda soluzione è più generale e mira a ristabilire un “nuovo contratto sociale”, considerato che «la sostituzione massiccia del lavoro umano con quello delle macchine lascia la massa lavoratrice priva di un’autodefinizione e di una funzione sociale». È qui che Rifkin si rivela più propositivo e lungimirante – nonché più anarchico. Basti leggere questo periodo (e incorniciarselo bene in mente): «Oggi – con il settore commerciale e quello pubblico che non sono più in grado di garantire alcuni dei bisogni fondamentali della gente – i cittadini hanno la possibilità di ricominciare a guardare a sé stessi, ristabilendo uno spirito comunitario che possa fungere da ammortizzatore tanto delle forze impersonali del mercato globale, quanto dell’incompetenza e della debolezza delle autorità di governo centrale». Rifkin auspica «la ricostruzione di migliaia di comunità locali e la creazione di una terza forza che riesca a sopravvivere indipendente dal privato e dal pubblico». Dovremmo insomma impegnarci in questo “terzo settore” che sta tra il pubblico/Stato e il privato/mercato, pur essendo ben distante da entrambe queste funeste realtà. Rifkin stesso – al di là dell’esortazione a fondare enclave libertarie – pensa che un governo realmente democratico dovrebbe stimolare il volontarismo, riconoscendolo e incentivandolo.

Esodata

Certo, non è semplice parlare di simili argomenti. C’è sempre lo spauracchio “da dove prendere i soldi” (chi però ne è ossessionato dimentica che potremmo provvedere autosufficientemente a buona parte dei nostri bisogni nell’ambito di piccole e funzionali comunità…). Resta poi il problema di cosa fare con gli “esodati”, ai quali simili discorsi possono apparire semplicemente inconcepibili… Sono dilemmi complessi, e non è agevole trattarli in poche righe. Proviamo nondimeno a chiudere, sulla scorta di Rifkin, con uno spiraglio di speranza. «La fine del lavoro potrà pronunciare la sentenza di morte della nostra civiltà o dare il segnale di partenza di una grande trasformazione, di una rinascita dello spirito umano. Il futuro è nelle nostre mani».

(Recensione anarchica pubblicata nel numero 323 di Sicilia Libertaria).

Pubblicato in www.davidetomasello.it | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , | 22 commenti

Poche letture, e cattive Le mie migliori letture del 2012

Diceva sempre mia madre, quando una quindicina d’anni fa arrivava il postino con un pacco pieno di 100 pagine 1000 lire ordinati tramite cedola libraria – I LIBRI NON SI MANGIANO!1. Frattanto la vetrinetta, prima zeppa di ninnoli e quisquilie, cominciava a cedere sotto il peso dei libri allo stesso ritmo delle mie occhiaie.

Quest’anno non ho letto molto. Ho doppiato l’età in cui il materno monito mi rimbombava nelle orecchie: forse ha finalmente varcato la soglia del cranio. Di mezzo, ammettiamolo, c’è stata quella legge illiberale che in un anno ha avuto come unico effetto quello di far crollare gli acquisti librari. Più danaro per cibo non mentale? No, sono scemati pure gl’introiti pecuniari, per cui i libri ho cominciato a venderli, preferendo l’insalata e l’uva passa.

Queste predilizioni vegetali m’hanno spinto a dedicarmi più al giardino che al comodino, irrimediabilmente invaso da volumi abbandonati2, sfogliati, appena cominciati, quasi-ma-non-ancora finiti, giusto consultati, temporaneamente messi da parte and so on. Sono comunque riuscito a portare a termine la lettura di 37 libri, o sia – a detta di aNobii – 7226 pagine. Di questi, i più degni di nota mi sono parsi i seguenti – in mero ordine di (fine) lettura.

Stesa la lista, ecco il buon proposito per il 2013: riprendere la lettura dei classici filosofici, soprattutto quelli politici, e (ri)cominciare Infinite Jest3. Tutto il resto è fuffa.


Note:
  1. Benché «tanto spesso quelli che ti fanno leggere fanno cacare».
  2. Tra cui, ignominiosamente, il Pasticciaccio gaddiano a poche decine di pagine dalla fine…
  3. E che dire di Horcynus Orca?
Pubblicato in www.davidetomasello.it | Contrassegnato , , , , , , , , , | 6 commenti

L’ateismo di Rensi Apologia dell’ateismo di Giuseppe Rensi

Mi ritrovo tra le mani, fresco fresco di (ri)stampa, un promettente libricino dal titolo Apologia dell’ateismo (La Fiaccola 2012), di Giuseppe Rensi. Premetto e ammetto che prima dello scorso mese non conoscevo Rensi, se non di nome: del resto è risaputo che nei programmi di filosofia al liceo è ancora previsto lo studio di “filosofi” come Rosmini, Gioberti e Spaventa (tutti accomunati dall’essere stati preti; gli ultimi due, per giunta, furono pure uomini di Stato…); non è andata meglio all’università, con docenti fermi a Pascal sul piano teorico ma aggiornati al più recente andazzo politico e all’ultimissimo decretino nel campo della prassi.

Dicevo, Rensi. Un filosofo ingiustamente dimenticato, come rilevava già nel 1967 Renato Chiarenza nell’introduzione. Un filosofo che ha pagato lo scotto d’essere antifascista, oltre che ateo; un filosofo al quale sono stati negati i funerali civili, ma non quelli intellettuali. Oggi, a distanza di quasi novant’anni, sapere che negli anni Venti sia stato pubblicato un libro dal titolo tanto coraggioso – alla faccia di chi crede che il primo scrittore italiano dichiaratamente ateo sia Odifreddi – fa non poca impressione.

In realtà tra le pagine di quest’opera non troviamo una mera apologia dell’ateismo, ma una vera e propria dimostrazione logica e ontologica dell’inesistenza di Dio. Rensi, in particolare, sembra ricollegarsi al neopositivismo – pur senza nominarlo apertamente – che in quegli anni s’affacciava sul panorama filosofico d’Oltralpe. Mentre in Italia imperversava l’idealismo, Rensi decide di recuperare Kant – il Kant della prima Critica, perlomeno – e pone il fenomeno alla base di ogni possibilità di conoscenza. «Essere significa ciò che si può vedere, toccare, percepire. È soltanto ciò che può essere visto, toccato, percepito». Di tutto il resto, non si può dire che esista. Ora, poiché Dio non è nemmeno «suscettibile di essere visto e toccato», è impossibile, inutile e perfino ipotizzarne l’esistenza: come aveva già ammesso Kant, senza l’esperienza la nostra conoscenza è vuota. Non si dà nulla al di fuori dello spazio e del tempo: pertanto «negare l’ateismo è cadere nell’allucinazione, nella pazzia, nella mentalità crepuscolare dei bambini e dei selvaggi, incapaci di distinguere l’è dal non è». Di più, credere che Dio esista «segna per i credenti che lo fanno la fuoruscita dalla ragione».

Se nel primo capitolo Rensi formula la prova logica dell’inesistenza di Dio (basata, come abbiamo visto, sull’erronea identità tra Dio ed Essere), nel secondo il filosofo si occupa di quella ontologica – in antitesi con pensatori del passato come Anselmo d’Aosta e Cartesio. Rensi fa il seguente ragionamento: «o Dio è limitato, circoscritto, conforme alle condizioni formali dall’esperienza, oggetto fra oggetti, e non è più Dio. O è infinito e allora cade fuori dell’Essere, è non-Essere. O Essere e non-Dio, o Dio e non-Essere». Tertium non datur. Vaneggiano, dunque, anche gli esponenti della teologia negativa, la quale secondo Rensi «non fa che mettere in vista più saliente il carattere manicomiale (spiace dover tornare a usar questa parola, ma la probità intellettuale, al di là dei rispetti umani lo esige) proprio della credenza in Dio in generale». «Il predicato “non è” si ricava dal soggetto “Dio” con la stessa certezza e irrecusabilità logica e quasi tautologica come “esteso” da “corpo”… Questa si può ben chiamare la prova ontologica dell’inesistenza di Dio».

«L’inesistenza di Dio è dunque un ovvio principio di logica elementare; una questione di semplice logica. Chi la impugna è fuori della logica, fuori della ragione, fuori della sanità mentale». Così si apre il terzo capitolo, in cui Rensi, dopo aver dimostrato l’inesistenza di Dio, come se non bastasse demolisce gli attributi solitamente affibbiati a questa delirante costruzione mentale. Ecco come in breve ne demolisce l’attributo della bontà: Dio non è buono, perché se è infinito dev’essere anche cattivo; ma se Dio fosse solo buono, sarebbe un essere limitato, dunque non-Dio. «Dio, insomma, è non solo il non-Essere, ma l’assurdo. E appunto perché tale, nessuna forza può riuscire durabilmente a imporlo; ché (è consigliabile ripeterlo) la forza può servire solo a imporre una di diverse opinioni e soluzioni, che stanno tutte entro la sfera della ragione (e a ciò, se è saggia, la forza si limita); ma non può riuscire a imporre (come cerca di fare quando diventa cieca e pazza) un’opinione o soluzione che dalla sfera della ragione sta totalmente fuori». (Peccato che in questo passo Rensi abbia peccato di eccessivo ottimismo: si può non imporre Dio, l’importante è imporre la Chiesa…).

«Per pensare che Dio sia – vale a dire per pensare che esista ciò il cui concetto contraddice se stesso – bisogna essere pazzi». Tant’è che Kant stesso – il modello filosofico di Rensi – nella seconda Critica giunge a postulare l’esistenza di Dio (postulare, si badi bene!) solo per rendere possibile la morale; ma Rensi, nelle ultime pagine dell’opera, smonta anche la pretesa che la morale necessiti di un Dio. La vera apologia dell’ateismo sta forse in quest’ultimo capitolo, in cui viene celebrata l’estetica e l’etica dell’ateismo, libere e sciolte da ogni ingerenza ecclesiale, falsamente rivestite da immaginarie pretese soprannaturali. L’estetica della credenza, per Rensi, è “oleografica” (si pensi al Cristo col cuore fiammeggiante…), stucchevole, ristretta, monotona; l’etica basata su premi e castighi ultraterreni è inefficace. Seguire simili operazioni artistiche (ché d’opere d’arte non si può parlare) e precetti di vita può solo renderci sempre più schiavi degli uomini di chiesa, e dunque meno liberi e al contempo irresponsabili. «L’ateismo è la sola religione che bandisca completamente ogni egoismo, e, naturalmente, non abbia bisogno, a tal uopo, d’alcun immoralismo. Esso costruisce la realtà ultima con la totale eliminazione di tutti gli interessi e bisogni dell’io, col sacrificio completo del proprio “caro io”».

(Recensione anarchica pubblicata nel numero 322 di Sicilia Libertaria).

Pubblicato in www.davidetomasello.it | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , | 5 commenti