L’anarchia in azione Anarchia come organizzazione di Colin Ward

Nel momento in cui scrivo, ci dicono, l’Italia è divisa in tre. Tre diverse tifoserie reclamano confusamente ciascuna la propria vittoria e/o l’altrui sconfitta. Il triello, in cui si stenta a capire quale sia il buono, sta appassionando milioni di italiani che non vedono l’ora di essere governati. Tutti gli altri sono semplicemente invisibili, o addirittura “nemici della Patria”: se solo mi arrischiassi a dire pubblicamente che questa situazione di “ingovernabilità” non è necessariamente un male dal punto di vista anarchico – tutt’altro! – rischierei l’immediato linciaggio. Meglio restare appartato, ché per la vera rivoluzione (non “civile” né stellare, ma sociale), devo prenderne atto, c’è tempo; e piuttosto che pendere dalle labbra di giornalisti, telecronisti e guru del web, preferisco rileggere un ottimo libro.

In realtà l'attuale situazione politica italiana ricorda più un triello del genere...

Anarchia come organizzazione (Elèuthera 2010) «è un libro sui modi in cui la gente si organizza da sé, si auto-organizza, in ogni genere di società: primitive, tradizionali, moderne, capitaliste o comuniste», come scrive l’autore, Colin Ward, nella prefazione. L’approccio non vuole essere teorico dunque, ma pratico: non a caso il titolo originale è “Anarchy in Action”. Ward è infatti convinto che il modo migliore per convincere la gente della bontà dell’anarchia è dimostrarle che funziona, e che anzi «una società anarchica, una società che si organizza senza autorità, esiste da sempre, come un seme sotto la neve, sepolta sotto il peso dello Stato e della burocrazia, del capitalismo e dei suoi sprechi, del privilegio e delle sue ingiustizie, del nazionalismo e delle sue lealtà suicide, delle religioni e delle loro superstizioni e separazioni».

Colin Ward

L’anarchismo, più che come utopia di una società futura, viene inteso da Ward come «un modo umano di organizzarsi radicato nell’esperienza della vita quotidiana, che funziona a fianco delle tendenze spiccatamente autoritarie della nostra società e nonostante quelle». Se non è diffuso come auspicheremmo non è dovuto alla pretesa che “non funziona”, ma al fatto che molta, troppa gente crede negli stessi “valori” che propugnano i loro governanti, cioè il principio di autorità, la gerarchia e il potere. Ward, per contro, è fermamente convinto che la società possa organizzarsi anche «senza il Potere» in modo migliore. Cominciamo dalla pars destruens. In ultima analisi, «spogliato dalla giustificazione metafisica di cui filosofi e politici l’hanno ammantato, lo Stato si può definire come “un meccanismo politico che si serve della violenza”». Tale violenza è al contempo diretta contro il “nemico esterno” ma usata contro l’intera “società soggetta”, e si esercita, di fatto, nel temibile potere coercitivo in mano a una minoranza: «la nostra è una società nella quale, in ogni campo, a prendere le decisioni, a esercitare controlli, a limitare le scelte, è sempre un gruppo ristretto di persone, mentre la stragrande maggioranza della gente può solo accettare quelle decisioni, sottoporsi al controllo, restringere il proprio campo d’azione nei limiti delle scelte impostele dall’esterno».

Voting changes nothing!

Che fare, dunque? «Dovrebbe essere ovvio che non si può cominciare con il sostenere i partiti esistenti, associandovisi o sperando di cambiarli dall’interno, né con il fondarne di nuovi per partecipare alla lotta per il potere. Il nostro compito non è di prenderci il potere, bensì di eroderlo, di risucchiarlo via dallo Stato». In altre parole dobbiamo mirare all’autogoverno, non a sostituire i politici vecchi con quelli nuovi e “certificati”, operazione funzionale solo allo scopo di mantenere in piedi l’apparato statale e a perseverare nella dicotomia elettori/eletti, ossia governati/governanti! Ma passiamo alla pars costruens: il primo consiglio di Ward è quello di applicare i principi libertari già nel nostro piccolo. La “via anarchica” è possibile in qualsiasi organizzazione sociale così come in ogni azione umana – nell’abitare, nell’amare, nel lavorare e nell’imparare – ed è abbracciata con convinzione (benché spesso inconsapevolmente) da molti gruppi informali, senza capi e privi di qualsiasi forma di leadership gerarchica, autoritaria, privilegiata e permanente (pensiamo a tante associazioni volontarie…). L’anarchismo non ha alcun interesse a porsi ai vertici, ed è allergico a ogni istituzione; secondo Ward l’ordine sorgerà spontaneamente, per tentativi ed errori: l’armonia nasce dalla complessità, e dunque dall’autonomia e dall’autorealizzazione degli individui.

L'autogestione è per vivere

Ward vuole però liberare il campo da certi fraintendimenti. Intanto «l’anarchia risulta non dalla semplicità di una società priva di organizzazione sociale, ma dalla complessità e dalla molteplicità di forme di organizzazione sociale»; e ancora: «l’alternativa anarchica è quella che propone la frammentazione e la scissione al posto della fusione, la diversità al posto dell’unità, propone insomma una massa di società e non una società di massa». Per far capire meglio agli irriducibili critici che anarchia non significa caos, Ward porta come esempio il sistema postale o quello ferroviario (avrebbe potuto citare anche internet, ma la prima edizione dell’opera risale al 1973…) per spiegare come sia possibile il funzionamento di reti complesse senza il coordinamento e la pianificazione da parte di un’autorità centrale: possiamo spedire una lettera all’altra parte del mondo, o viaggiare in treno attraverso vari paesi, grazie ad accordi federativi tra i vari sistemi.

Anarchici

Nell’ultimo capitolo, “Anarchia e futuro plausibile”, l’autore cerca di trarre le somme. Premette, molto realisticamente, che «una società anarchica è difficile che si realizzi, non perché l’anarchia sia irrealizzabile, o fuori moda, o impopolare, ma perché la società umana è diversificata». Al contempo, però, delinea certe vie da percorrere. Molte le conosciamo già: antiautoritarismo, descolarizzazione, decrescita, decentralizzazione, permacultura; ce n’è però una che abbiamo dimenticato. Scrive Ward: «non si è mai assistito all’abdicazione volontaria al privilegio e al potere. Questo è il motivo per cui l’anarchismo è un appello alla rivoluzione». E la rivoluzione deve servire ai popoli ad allargare la propria sfera di autonomia e ridurre la sottomissione all’autorità, non a «installare una nuova cricca di oppressori»! Nel caso non si trovasse la motivazione per la disobbedienza e la rivolta, ricordiamo sempre che «lo Stato è una forma di organizzazione sociale che differisce da tutte le altre da due punti di vista: in primo luogo perché rivendica l’adesione di tutta la popolazione e non solo di coloro che intendono farne parte; in secondo luogo perché dispone di mezzi coercitivi per imporre tale adesione». Sta a noi capire fino a che punto sostenere questa associazione a delinquere.

(Recensione anarchica pubblicata nel numero 326 di Sicilia Libertaria).

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Italiche viscere La pancia degli italiani di Beppe Severgnini

Siamo nuovamente a un passo dalle così dette “elezioni” per antonomasia, o sia quella farsa tragicomica nazionalpopolare che pressappoco una volta al lustro pretende di portare una cinquantina di milioni di pecore (ribattezzate per l’occasione “elettori” e vezzeggiate come “popolo” – di volta in volta della libertà [sic], della rete, dei moderati, dei forconi, dei responsabili, dei rivoluzionari civili [ri-sic] e così via) a mettere la propria crocetta sulla schedina. Il bello è che, come ogni volta, non si rischia di vincere nulla, anzi… Anche in questa nuova “tornata” la mia domanda non è tanto per chi si va a votare, ma perché. Non sono riuscito, negli anni, a darmi una risposta soddisfacente; di primo acchito abborraccerei che è tutta una questione di “tifo”, ma i conti continuerebbero a non tornare con coloro che perseverano a tifare, cioè a “votare” secondo il gergo burocratico, per il mitico “meno peggio”.

Elettori pecore

Cercando una risposta, mi sono imbattuto in un libro d’un paio d’anni fa. Un po’ riluttante – sarà per il formato cartonato, la sovracopertina che sbrilluccica e soprattutto la firma e il ritratto saccentello e detestabilissimo di Beppe Severgnini – mi decido comunque a prenderlo (a mia imperitura giustificazione, lo davano al prezzo d’una birra scrausa…). Trattasi di La pancia degli italiani (Rizzoli 2010) in prima edizione (nel frattempo è uscita un’edizione aggiornata con una copertina non meno intollerabile, raffigurante la Venere di Botticelli sfregiata da un maniaco). Ma guardiamo ai contenuti. Il sottotitolo vorrebbe essere eloquente: “Berlusconi spiegato ai posteri”; la dedica è «all’elettore e al detrattore»; la tesi è che «se B. – così, con gran risparmio d’inchiostro, Severgnini cita il suo idolo ispiratore – ha dominato la vita pubblica per quasi vent’anni, c’è un motivo. Anzi, ce ne sono dieci».

Beppe Severgnini

Immagino già l’altissimo interesse per la tematica. Diciamolo subito: leggere la mezza dozzina di paginette delle “conclusioni iniziali” (una sorta di sommario in apertura del libro) non ci farebbe perdere granché dei contenuti del resto dell’operetta, a parte una ricca e tediosa aneddotica sui politici italiani. Come se non bastasse il libro puzza già di muffa, se è vero che la squadra azzurra – la prima grande squadra con un Presidente – questa volta è in affanno. Ma diamogli ugualmente una chance. Il primo dei dieci “motivi” è, per l’autore, il “fattore umano”: «Cosa pensa la maggioranza degli italiani? “Ci somiglia, è uno di noi”». Ecco svelarsi il senso del titolo del libro: S. (risparmiamo inchiostro anche noi) non scrive tanto su B. e le sue porcate, quanto sugli italiani e i loro vizi. Il problema, insomma, non è l’eletto ma gli elettori. Giusto, diciamo noi; ma allora il libro assume un carattere universale, e B. diventa solo una contingenza che potrà presto essere sostituita da un’altra lettera dell’alfabeto – da un altro affabulatore. È ormai sempre più chiaro (ma mai abbastanza, e non a tutti) che l’uno vale l’altro; avremo variazioni sottili, quasi impercettibili, solo nella parte aneddotica.

Elettori tifosi

Dieci, dicevamo, sono i fattori che secondo S. spingono gli italiani ad apporre croci, crocifiggendosi all’istante. Il primo, il fattore umano, stigmatizza la multiformità del politico («B. seduce da molti anni gli italiani: imitandoli. Non tutti: molti, abbastanza da ottenere la maggioranza») e di conseguenza il carattere del popolo. Scrive S.: «B. è l’autobiografia aggiornata della nazione». Bene, ma in due anni la nazione pare essere lievemente cambiata: adesso si mostra indignata, incazzata, apparentemente stufa dei soprusi dei politici. Poco male: nell’autobiografia aggiornata al 2013 basterà sostituire B. con G. e il gioco è fatto. Si troverà sempre un demagogo pronto a incarnare gli umori del demos, presentandosi come provvidenziale homo novus. La cosa preoccupante è che si tratta sempre di un comico pronto ad assidersi dopo aver calcato i palchi…

Berlusconi-Grillo

«È nei bar, non nei centri-studi, che si vincono le elezioni», osserva S.: ora, saranno i caffè o gli amari, ma nei bar non ci si rende spesso conto che quei candidati che mettono in luce i problemi lo fanno in maniera parziale e, quel che è peggio, proponendo sé stessi come soluzione. È vero, votiamo da “appena” due terzi di secolo, ma non abbiamo ancora imparato nulla. Dimentichiamo il “fattore divino”, tra gli altri, e il Vaticano che adesso appoggia M.; dimentichiamo pure il “fattore Robinson”, sul quale S. si permette di ironizzare («Ognuno di noi si sente Robinson Crusoe. Lo Stato, misterioso e inospitale, è la spiaggia su cui dobbiamo sopravvivere (le leggi inutili, le procedure infinite, le imposte asfissianti)») senza realmente trarre le dovute conseguenze: non è all’interno dello Stato che si può trovare rimedio ai problemi dello Stato. Lo Stato è strutturalmente monolitico, autoritario, logorante, illibertario; non è cambiando i suoi rappresentanti (e men che meno mutando loro orwellianamente nome!) che cambierà veramente qualcosa. La democrazia, se ha da farsi, dev’essere senza intermediari, senza “eletti” né “portavoce”: altrimenti è gerarchia, è immancabilmente oligarchia e oligocrazia e quasi sempre anche plutocrazia…

Plutocrazia

Aprire gli occhi su cosa sia veramente ciò che viene chiamata “democrazia” non sarebbe nemmeno così difficile, ma ad impedirlo, tra le altre cose, c’è di mezzo il “fattore Truman”, cioè il fatto che gli italiani informati siano solo «più o meno cinque milioni» mentre il resto si rifà alla televisione – o, posso ormai dirlo non senza tristezza, all’internet del social medium blu, del primo blog del Paese e dell’informazione partitica. Osserva S. che «la massa, come il pubblico del Truman Show, non vuole obiezioni, ma conferme. Non chiede problemi, ma una trama. Non cerca informazioni, ma intrattenimento». Ora, non so se ciò sia una peculiarità della massa o una stortura causata da anni e anni di esposizione catodica; certo è che nei movimenti di massa eterodiretta l’uomo dà il peggio di sé: riempie piazze (anche in luoghi sonnolenti come Ragusa!), sporca, rumoreggia e non centra nemmeno il bersaglio.

Grillo a Ragusa

Segue il “fattore Hoover”, che paragona il politico a un venditore di aspirapolvere. «Lui saprà vendere, ma diciamolo: in giro c’era voglia di comprare». Basta ritoccare la confezione, senza cambiare il prodotto; e tra le altre etichette c’è quella dell’“uomo nuovo” (quanti continuiamo a vederne ancora in giro? Come se la “novità” giustificasse l’eleggibilità; peggio, come se il nuovo non sarà un futuro delinquente…). C’è poi il “fattore Zelig” («immedesimarsi negli interlocutori»), il “fattore harem” (superfluo spiegarlo) e il “fattore Medici” (non i dottori ma i Signori rinascimentali), ma più interessanti mi sembrano gli ultimi due: il “Fattore T.I.N.A.” (There Is No Alternative) e il “fattore Palio” (di Siena). Il fattore T.I.N.A. è forse un altro modo per nominare il “meno peggio”: «i vincitori riescono a vincere perché i perdenti sono decisi a perdere. Votare è una questione di alternative». Il fattore Palio ha a che fare invece col tifo: «la gioia della vittoria sul rivale è ben piccola cosa, se comparata al tripudio per la di lui sconfitta». Questi i dieci motivi per cui si è votato B. – e si continua ancora a votare in maniera non troppo dissimile.

Parlamentari

Giunto a fine libro quasi rimpiango la Moretti: S. non è anarchico né astensionista, e anzi difende a spada tratta la trita questione del votare il meno peggio con quello stucchevole e ipocrita “senso di responsabilità” proprio di questi complici della pseudodemocrazia. Sono sempre più convinto che il danno fatto da questi fiancheggiatori del regime sia incalcolabile: la speranza del cambiamento non passa per lo Stato, non ci stancheremo mai di ripeterlo; cambiare attori politici è tutt’al più un antidoto alla noia. Detto questo, buon tifo a tutti, e che vinca, ancora una volta, chi meritiamo di sorbirci: il Rappresentante Politico.

(Recensione anarchica pubblicata nel numero 325 di Sicilia Libertaria).

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Ragusa un po’ meno grande? Breve trattato sulla decrescita serena di Serge Latouche

Un freddo giorno di dicembre l’usuale torpore ragusano viene scosso da una conferenza di Serge Latouche. Sì, il teorico della decrescita s’è spinto fin sugli Iblei; la cosa che ha fatto più sensazione, però, non è stata la sua presenza, quanto l’organizzazione dell’evento a cura di una sedicente “associazione culturale” che ha nel simbolo quelle “ciùse” che a Ragusa ormai non ci sono più. (A beneficio dei lettori non ragusani: tale associazione, vero e proprio movimento politico ben insediato all’Ars, è diretta emanazione del sindaco che più d’ogni altro ha contribuito alla cementificazione della città e alla totale sparizione di campi verdi dal panorama cittadino).

Latouche

Turandoci il naso per bene, abbiamo deciso di andare ugualmente a sentire Latouche. Effettivamente, dietro un tripudio di giacche eleganti e colletti ben inamidati nelle prime file, la chiesa (sì, a Ragusa gli auditorium si allestiscono sugli altari…) era gremita soprattutto di gente a vario titolo di sinistra. Da bravi anarchici prendiamo posto a terra, purtroppo ai piedi di personaggi poco raccomandabili dalla scarpa ben lustra. Nella conferenza Latouche ha ripercorso esattamente quel che si può trovare nel Breve trattato sulla decrescita serena (Bollati Boringhieri 2008) con l’ovvia sintesi dovuta all’oralità. Concetti che i nostri lettori conoscono bene (ne abbiamo già parlato nel numero di maggio 2011, pochi giorni prima delle ultime fatali elezioni comunali): partendo dalla limitatezza del pianeta e delle sue risorse, e constatando che il capitalismo mira a una crescita sfrenata e “infinita”, Latouche sostiene che dobbiamo invertire la rotta riducendo i nostri consumi e sgravando l’impatto sulla Terra – in una parola: “decrescita”.

Latouche

«La parola d’ordine della decrescita ha soprattutto lo scopo di sottolineare con forza la necessità dell’abbandono dell’obiettivo della crescita illimitata, obiettivo il cui motore è essenzialmente la ricerca del profitto da parte dei detentori del capitale, con conseguenze disastrose per l’ambiente e dunque per l’umanità». Vediamo bene come Latouche, pur non essendo esattamente anarchico, sia fermamente anticapitalista oltre che ambientalista. La decrescita prevede l’abbandono della fede nella crescita, trasversale ai vari movimenti politici (compresi quelli autodefinentisi “comunisti” che tanto tengono alle fabbriche inquinanti…). «Il suo obiettivo è una società nella quale si vivrà meglio lavorando e consumando di meno».

Una delle fabbriche simbolo di "progresso"

Latouche denuncia con forza le tre “molle” della società della crescita: «la pubblicità, che crea il desiderio di consumare, il credito, che ne fornisce i mezzi, e l’obsolescenza accelerata e programmata dei prodotti, che ne rinnova la necessità». Inutile dire che nella società ideale prospettata dalla decrescita queste tre «istigazioni a delinquere» andrebbero estirpate e abolite. Altro punto cruciale su cui si sofferma Latouche è l’esternalizzazione dei costi della crescita, che vengono fatti ricadere sui dipendenti, sui paesi del Sud, sui servizi pubblici, sulle generazioni future e soprattutto sulla natura, «diventata al tempo stesso fornitrice di risorse e secchio della spazzatura». La modesta proposta di Latouche è quella dell’istituzione di una “ecotassa” che faccia pagare ai produttori il prezzo subito dall’ambiente a causa di inquinamento, trasporti, imballaggi e così via.

inquinamento

Affinché la decrescita possa essere una “utopia concreta”, Latouche individua «un circolo virtuoso di otto “R”: rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare». «Questi otto obiettivi interdipendenti possono innescare un processo di decrescita serena, conviviale e sostenibile». Le otto R si spiegano da sé; rinviamo il lettore all’opera di Latouche per ulteriori dettagli. Mettiamo in evidenza solo il fatto che le prime R implicano un cambio di mentalità – per dirla con Ivan Illich, pensatore al quale Latouche si rifà esplicitamente, una “decolonizzazione dell’immaginario” – senza la quale la riduzione dei consumi, il riutilizzo e il riciclo rimarrebbero impensabili. Bisogna inoltre ridurre l’orario di lavoro e «ritrovare le dimensioni della vita che sono state rimosse: il tempo per fare il proprio dovere di cittadino, il piacere della produzione libera, artistica o artigianale, la sensazione del tempo ritrovato per il gioco, la contemplazione, la meditazione, la conversazione, o semplicemente la gioia di vivere».

chiocciola

Il resto del libro si sofferma sulla decrescita come progetto politico, giungendo a proporre un vero e proprio programma elettorale in cui il primo punto è «recuperare un’impronta ecologica uguale o inferiore a un pianeta» e il resto è tutto un corollario a codesta premessa (introdurre ecotasse, rilocalizzare le attività, restaurare l’agricoltura contadina, ridurre il tempo di lavoro e lo spreco di energia, penalizzare la pubblicità). Latouche inoltre, forse deluso dall’esperienza con le sinistre parlamentari, tiene a puntualizzare come il suo movimento non sia né di destra né di sinistra (per quanto naturalmente più vicino a quest’ultima) proprio perché la crescita è purtroppo un’ideologia ampiamente condivisa lungo tutto l’arco costituzionale. Il suo obiettivo, pertanto, non è quello di fondare un partito o un “movimento”, ma «far sentire un peso nel dibattito, influenzare le posizioni dei diversi attori politici, far prendere in considerazione alcuni argomenti, contribuire a far evolvere la mentalità».

ciusa

Forse è proprio in base alle suddette ragioni se Latouche è intervenuto in quel covo di cementificatori (comunque, come detto, in minoranza nell’auditorium); più probabilmente non sapeva nulla dello scellerato andazzo della politica locale. Le tensioni in sala erano palpabili; alla fine della conferenza c’è stato un dibattito in cui nessuno, con la parziale eccezione del presidente di Legambiente, ha avuto il coraggio di ricordare gli stupri paesaggistici compiuti allo slogan di “Ragusa ancora più grande” (alla faccia della decrescita!). Bastava poco, è vero; alla fine forse ha prevalso il rispetto verso l’ospite. Chissà se gli alfieri del territorio, dopo la conferenza, hanno avuto la “faccia” di portare Latouche a visitare il porto di Marina piuttosto che Ibla.

(Recensione anarchica pubblicata nel numero 324 di Sicilia Libertaria).

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Il lavoro è finito La fine del lavoro di Jeremy Rifkin

Credo di avere una visione particolarmente tragica del lavoro. Sarà un effetto collaterale della mia formazione, che mi ha tenuto giocoforza lontano dallo “sbocco” lavorativo; sarà una conseguenza del mio disincantato guardarmi attorno, e notare che per gli altri non va poi tanto meglio. Giovani o meno giovani, laureati o no, il lavoro non è più una certezza: il “posto” è sempre meno fisso e garantito; i suoi surrogati – unica strada percorribile per tanti della mia generazione e non solo – sempre più umilianti, ammesso che se ne trovino (anche per “lavorare” in un call-center occorre una raccomandazione!).

Call center

Facile sarebbe dare, anche stavolta, la colpa al governo, o pretendere che sia lo Stato a doverci “sistemare”: appurato che l’impiego statale è interdetto ai più e riservato a un’élite che dovremmo tirar giù, bisogna capire che la realtà è più complessa, più grave. Così ho ripreso in mano un’opera dal titolo emblematico, La fine del lavoro (Mondadori 2002). L’autore, Jeremy Rifkin (noto attivista oltre che economista), già nel 1995 vi tratteggiava cosa sarebbe avvenuto all’inizio del nuovo secolo (il sottotitolo del libro parla chiaro: «Il declino della forza lavoro globale e l’avvento dell’era post-mercato»).

Jeremy Rifkin

La tesi centrale dell’opera, sviscerata in oltre quattrocento pagine, è che nei processi produttivi le macchine sostituiranno sempre più l’uomo, il quale rimarrà senza lavoro – perlomeno senza lavoro quale attualmente lo conosciamo. Rifkin profetizza che entro questo secolo «il lavoro “di massa” nell’economia di mercato verrà probabilmente cancellato in quasi tutte le nazioni industrializzate del mondo». Oggi vediamo distintamente tale processo in atto: chi ha un lavoro se lo tiene ben stretto, subendo condizioni vessatorie e sopportando l’aleggiare del licenziamento; gli altri – chi è entrato da poco nel cosiddetto “mercato del lavoro”, o chi è stato licenziato – stentano a trovare un’occupazione dignitosa. Tutti fenomeni di cui negli USA si vedevano le prime avvisaglie già negli anni ’90.

End of work

Qualche tempo fa, le fantasie di un mondo liberato dal lavoro erano radiose, e splendida appariva la visione di un mondo immerso nell’utopia tecnologica. Oggi risaltano più le tinte fosche: la crescente disparità tra ricchi e poveri, la guerra tra i meno abbienti, la fatica delle famiglie ad arrivare a fine mese. Eppure non è la prima volta nella storia che l’umanità – almeno quella del mondo “occidentale” – attraversa una simile crisi. È avvenuto ad ogni rivoluzione industriale, tutte accompagnate da un crollo dell’occupazione nei settori tradizionali e un reimpiego spesso traumatico in nuovi settori. Il problema è che quest’ultima “rivoluzione” telematica richiede sempre meno lavoratori, e sempre più specializzati per giunta. La possibilità di riaddestrarsi, o di essere riassorbiti in piani di previdenza sociale, è sempre più remota. D’altro canto né le aziende né molti lavoratori sono disposti a “rimodulare” gli impieghi (“Lavorare meno per lavorare tutti”). Su tutto, incombe la folle corsa al profitto, all’iperproduzione e al consumismo, che ci fanno intuire come l’uomo sia ancor meno razionale di quanto saremmo disposti a concedere.

Work buy consume die

Che fare, allora, visto che è declinata non solo la domanda di agricoltori e di operai, ma ormai anche quella degli addetti ai servizi? Le soluzioni, tanto urgenti quanto necessarie, vengono proposte dall’autore tutte nell’ultima parte del libro. La prima comporta il “re-engineering” della settimana lavorativa. Secondo Rifkin sarà inevitabile ridurre l’orario lavorativo a 30, o perfino 20 ore settimanali. Ciò, è vero, comporterà una diminuzione degli stipendi, ma anche meno disoccupazione generale e una divisione più equa del lavoro all’interno della società e anche delle stesse famiglie. Purtroppo oggi le aziende preferiscono torchiare quei dipendenti che hanno già piuttosto che cercarne di nuovi per un vero part-time…

Lavoro part-time

La seconda soluzione è più generale e mira a ristabilire un “nuovo contratto sociale”, considerato che «la sostituzione massiccia del lavoro umano con quello delle macchine lascia la massa lavoratrice priva di un’autodefinizione e di una funzione sociale». È qui che Rifkin si rivela più propositivo e lungimirante – nonché più anarchico. Basti leggere questo periodo (e incorniciarselo bene in mente): «Oggi – con il settore commerciale e quello pubblico che non sono più in grado di garantire alcuni dei bisogni fondamentali della gente – i cittadini hanno la possibilità di ricominciare a guardare a sé stessi, ristabilendo uno spirito comunitario che possa fungere da ammortizzatore tanto delle forze impersonali del mercato globale, quanto dell’incompetenza e della debolezza delle autorità di governo centrale». Rifkin auspica «la ricostruzione di migliaia di comunità locali e la creazione di una terza forza che riesca a sopravvivere indipendente dal privato e dal pubblico». Dovremmo insomma impegnarci in questo “terzo settore” che sta tra il pubblico/Stato e il privato/mercato, pur essendo ben distante da entrambe queste funeste realtà. Rifkin stesso – al di là dell’esortazione a fondare enclave libertarie – pensa che un governo realmente democratico dovrebbe stimolare il volontarismo, riconoscendolo e incentivandolo.

Esodata

Certo, non è semplice parlare di simili argomenti. C’è sempre lo spauracchio “da dove prendere i soldi” (chi però ne è ossessionato dimentica che potremmo provvedere autosufficientemente a buona parte dei nostri bisogni nell’ambito di piccole e funzionali comunità…). Resta poi il problema di cosa fare con gli “esodati”, ai quali simili discorsi possono apparire semplicemente inconcepibili… Sono dilemmi complessi, e non è agevole trattarli in poche righe. Proviamo nondimeno a chiudere, sulla scorta di Rifkin, con uno spiraglio di speranza. «La fine del lavoro potrà pronunciare la sentenza di morte della nostra civiltà o dare il segnale di partenza di una grande trasformazione, di una rinascita dello spirito umano. Il futuro è nelle nostre mani».

(Recensione anarchica pubblicata nel numero 323 di Sicilia Libertaria).

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Poche letture, e cattive Le mie migliori letture del 2012

Diceva sempre mia madre, quando una quindicina d’anni fa arrivava il postino con un pacco pieno di 100 pagine 1000 lire ordinati tramite cedola libraria – I LIBRI NON SI MANGIANO!1. Frattanto la vetrinetta, prima zeppa di ninnoli e quisquilie, cominciava a cedere sotto il peso dei libri allo stesso ritmo delle mie occhiaie.

Quest’anno non ho letto molto. Ho doppiato l’età in cui il materno monito mi rimbombava nelle orecchie: forse ha finalmente varcato la soglia del cranio. Di mezzo, ammettiamolo, c’è stata quella legge illiberale che in un anno ha avuto come unico effetto quello di far crollare gli acquisti librari. Più danaro per cibo non mentale? No, sono scemati pure gl’introiti pecuniari, per cui i libri ho cominciato a venderli, preferendo l’insalata e l’uva passa.

Queste predilizioni vegetali m’hanno spinto a dedicarmi più al giardino che al comodino, irrimediabilmente invaso da volumi abbandonati2, sfogliati, appena cominciati, quasi-ma-non-ancora finiti, giusto consultati, temporaneamente messi da parte and so on. Sono comunque riuscito a portare a termine la lettura di 37 libri, o sia – a detta di aNobii – 7226 pagine. Di questi, i più degni di nota mi sono parsi i seguenti – in mero ordine di (fine) lettura.

Stesa la lista, ecco il buon proposito per il 2013: riprendere la lettura dei classici filosofici, soprattutto quelli politici, e (ri)cominciare Infinite Jest3. Tutto il resto è fuffa.


Note:
  1. Benché «tanto spesso quelli che ti fanno leggere fanno cacare».
  2. Tra cui, ignominiosamente, il Pasticciaccio gaddiano a poche decine di pagine dalla fine…
  3. E che dire di Horcynus Orca?
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