Ospitalità

L’estraneo non è solo qualcuno da discriminare o un nemico da abbattere, come posso avere erroneamente suggerito nei miei post precedenti. Lo straniero può essere anche qualcuno che affascina1 – il diverso da accogliere e comprendere, dopo l’inevitabile antitesi, per giungere a una pacifica sintesi, per decifrare la stessa umanità dell’altro, per scoprirsi e sentirsi membri di un medesimo gruppo2 a prescindere dalla cultura originaria di appartenenza. È il motivo condotto sobriamente e con vana efficacia nell’ultimo film che ho visto, L’ospite inatteso.

l'ospite inatteso

Era anche un concetto ben vivo presso i Greci, il più feroce dei popoli, che contemplavano la xenia, quell’ospitalità sacra, del divino, che fa apparire d’improvviso i cristiani sotto una luce impietosa. Non è facile capire come, quando e perché questa nobile tradizione si sia persa. Due dei primi e principali etologi, Lorenz e Morris, hanno ipotizzato che sia colpa del sovrappopolamento. Non solo troppi possibili ospiti rendono gli ospitanti inospitali3, ma anche il fatto che gli sconosciuti superino il numero dei noti rende gli ignoti ostili4 o, nel migliore dei casi, del tutto indifferenti.


Note:
  1. È quel che ha suggerito anche Fabristol in un commento.
  2. Basta trovare una caratteristica comune – l’appartenere alla stessa specie è l’ultima risorsa – perché scatti il filantropico meccanismo…
  3. «Bisogna aver fatto una volta l’esperienza di arrivare all’improvviso, ospite inatteso, in una casa situata in una regione poco popolata, dove i vicini siano separati da molti chilometri di strade disagiate, per riuscire a valutare quanto ospitale e generoso possa essere l’uomo quando la sua disponibilità ai contatti sociali non viene sottoposta di continuo a eccessive sollecitazioni». Konrad Lorenz, Gli otto peccati capitali della nostra civiltà.
  4. «[L’uomo] era divenuto un cittadino, membro di una supertribù, e la differenza fondamentale era che nella supertribù non conosceva più personalmente ogni membro della sua comunità. Fu questo mutamento, il passaggio da una società personale a una impersonale, a provocare nei millenni successivi le più grandi sofferenze dell’animale umano». Desmond Morris, Lo zoo umano.
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