Non figliare

A Ivo (ormai troppo tardi)
e a Aurelia (spero ancora in tempo)

Mi sono sempre chiesto cosa la gente trovi di bello o di buono nel fare figli. Tanto più che si tratta di una facoltà alla portata di tutti (fortunati sterili a parte), come scaracchiare o spingere un carrello. Se interrogo, non odo risposte che vadano oltre l’estetico («è bello – che tenerezza!») o l’etico («si deve fare – pensa ai tuoi genitori – lo devi a dio!»). Niente di teoretico – ma neanche di scientifico. Pensiamoci, orsù – con raziocinio non mammifero.

Primo. Fare figli è una gran perdita di tempo – così grande che il tempo andato per tentare di fecondare l’ovulo sarà stata la parte migliore, nonché più breve. V’è perdita di tempo per produrre altro che latte da parte della donna, e per un’attività extralavorativa non finalizzata all’infame infante da parte dell’uomo. V’è perdita di tempo prenatale (analisi, nausee, ricoveri). V’è perdita di tempo neonatale (i pianti che tolgono il sonno, le pappe che rubano i pranzi…). V’è perdita di tempo finché campi – finché campano. Non c’è più tempo per la tua crescita personale, dovendo far crescere – allevare – un essere ancor più incompleto di te: addio studi che non siano infantili. E un uomo, senza tempo né studio, cosa diventa se non una bestia?

Secondo. Fare figli significa un pressoché infinito sperpero di danaro. Pannolini pappe omogeneizzati latte ciucci biberon medicine passeggini carrozzine copertine vestitini scarpette cameretta – e siamo ancora al di qua del primo anno. Pensa ai giocattoli. Ai riti che devi alla famiglia (battesimo feste compleanni). Ma va bene, l’hai svezzato, l’hai cresciuto oltre i giochi: ecco la scuola. E non son spese per mezze lezioni ma per merci leziose (una penna bic, un portapenne riciclato e uno zaino usato sono impensabili); e i grembiuli (eccolo omologato in divisa fin da piccolo), e i libri che tu scriveresti meglio… Poi diventa anche peggio. Ecco l’influenza dei compagnetti – ed eccolo bramare il videogioco il telefonino l’iPod-per-musica-fighissima. E quando verrà a chiederti venti euri per la discoteca (e prima ancora per il compleanno dell’amico, e per la serata sballa il fumo l’alcol la roba) – e tu che rimandi l’acquisto di quel libro da una vita…

Terzo: addio serenità – come sempre, quando subentrano responsabilità. Prenatale (le complicazioni); postnatale, soprattutto. La cacchina. Il dentino. La prima febbre. I pianti, e ogni singolo starnuto o colpo di tosse. Ecco che cade: bernoccoli – sangue croste lacrime. E quando poi comincia a mettere piede fuori casa – finalmente! – è anche peggio! Un cellulare spento diventa la tua – la sua – morte. Tu che non vedevi l’ora di non sentirlo strepitare più, di non averlo ancora tra i piedi, di non vedere quella faccia che ti ricorda tanto il peggio di te e del tuo consorte1


Note:
  1. Prima di lasciarvi ai vostri pii desideri genitoriali – e preparandomi per tornare all’attacco, consapevole che non saranno queste poche parole a (dis)convincervi – vorrei mostrarvi una teoria d’immagini che riassume paradigmaticamente la perdita di tempo, soldi e quiete: Shit My Kids Ruined. A vedere cosa resta di computer, schermi, televisori, telefoni, elettrodomestici, automobili e financo chitarre – per non dire delle case! – dopo il passaggio d’un figlio viene da piangere come un bimbetto
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