Nel mezzo del cammin di nostra vita Considerazioni del 35° genetliaco

Così diceva quel tizio, ed era stato pure abbastanza perentorio: trentacinque anni. Sarà che lo sapeva, che quella è l’età della selva oscura. Ma come mi ci sono ritrovato, io?

Qualcuno era anarchico (e anche un po’ fricchettone)

Poco dopo i trent’anni decisi di dare una svolta alla mia vita. Quella cittadina, borghesotta, mi stava stretta; la campagna, con la sua aria pulita e la gente buona, mi attraeva non poco, mi appariva come la promessa di un’utopia finalmente a portata di mano. Nonostante il mio pessimismo e le mie convinzioni neodarwiniane e sociobiologiche, misi tutto da parte e cominciai a lavorare. Non su di me, ahimè: per quattro lunghi anni accantonai le letture, dunque la mia crescita personale, dimenticando idee e argomentazioni; cercai con l’azione di corroborare la preminenza del gruppo sul singolo, di dimostrare l’intrinseca bontà della socialità tribale a scapito dell’egoistica individualità personale. Ciò significò tacere più del dovuto, conformarsi e conservare dei miei studi solo l’idea soteriologica della mutualità e dell’altruismo reciproco. Come se la vita fosse fatta per donarci solo Pace & Amore, concordia e fratellanza.

Qualche mese fa capii che non è così: la vita riserva, com’è ovvio, anche merda, tanta merda, che non è facile arginare: nemmeno con la massima attenzione la si riesce a tenere fuori dalla porta di casa. Di colpo, provando sulla mia pelle la forza di emozioni e istinti cosiddetti atavici, tutte le teorie anarco-collettiviste e gli ideali fricchettoneschi mi apparvero per quello che sono: lenti deformanti che cercano di vedere il mondo come non è, mere menzogne che magari confortano ma non aiutano certo a comprendere, anzi!

Ritorno sulla Terra

Il sogno confuso e felice – perché emendato dalla complessità – della neotribalità si infranse. Se già mi ero ritirato dalla grande società per limitarmi a quella “piccola”, credendo e anzi illudendomi che questa fosse esente dai meccanismi malati della maggiore, una volta appurato che non è così mi rifugiai in me. Allora un bel po’ di meditazioni mi hanno ricondotto alla diritta via. E dire che era così a portata di mano!

Anche stavolta i libri mi hanno salvato. Davvero ho più buoni amici tra gli scrittori che tra i vicini di casa: i soliti Jared Diamond (Il mondo fino a ieri, Il terzo scimpanzé), Irenäus Eibl-Eibelfeldt (L’uomo a rischio), Steven Pinker (Tabula rasa) e Matt Ridley (La Regina Rossa), ma anche i più filosofici Arthur Schopenhauer (Metafisica dell’amore sessuale) ed Henri Laborit (Elogio della fuga) e, perché no, pure Sabine Kuegler (Figlia della giungla e Il richiamo della giungla) e Marino Niola (Homo dieteticus). Tutti mi hanno detto in fondo la stessa cosa: l’Homo sapiens è un animale con certe peculiarità che non vanno dimenticate, e la sua evoluzione l’ha portato a sviluppare una biologica natura umana che non va edulcorata, negata o fraintesa con libertarismi, fricchettonismi, sentimentalismi, rousseauianismi, pretesi naturalismi e utopismi vari, ma va compresa aprendo gli occhi – e va corretta quando si fa dannosa.

L’evoluzione cont(inu)a

Se siamo arrivati fin qui è stato perché chi ci ha preceduto si è riprodotto. Prima di quel momento avrà cooperato ma avrà anche combattuto, si sarà incontrato e pure scontrato con altri, dentro e fuori dalla sua tribù, riuscendo a sopravvivere almeno fino alla riproduzione, spesso a scapito di altri. A nessuno dei nostri antenati è andata troppo male, in fin dei conti: hanno lottato per la vita e hanno lasciato nuove vite.

In questo strano anno l’evoluzione e la biologia hanno avuto il “sopravvento” anche su di me. Avrò presto anch’io un discendente, che provvisoriamente chiamerò Alex – nella vana pretesa che almeno lui possa vivere senza legge, almeno per un po’. Merito e colpa – sono la stessa cosa, etologicamente – anche della mia amatissima, che mi scuserà se finora ho parlato al singolare: metà dei geni sono suoi. Se volete, le donazioni sono per lui.

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