Mendel e i principi dell’ereditarietà

Il grande limite della teoria darwiniana è il fatto che non possedesse una concezione adeguata e “scientifica” di ereditarietà. Per dirla con Dennett:

«Malgrado tutte le sue riflessioni geniali, Darwin non imbroccò mai il concetto più importante, senza il quale la teoria dell’evoluzione è quasi inutile: il concetto di gene. Darwin non aveva un’unità adeguata per l’ereditarietà, quindi la sua descrizione del processo di selezione naturale era tormentata da dubbi del tutto ragionevoli riguardo alla possibilità di un possibile funzionamento» (Dennett 1995, p. 22).

Lo stesso Darwin si trovò costretto ad ammettere che «le leggi che governano l’eredità sono del tutto sconosciute» (Darwin 1859, p. 49) e, nel caso migliore, riuscì a concepire soltanto che le caratteristiche dei discendenti fossero dovute semplicemente a una “mescolanza” dei caratteri dei genitori1; nella peggiore ipotesi si rifece addirittura a Lamarck e alla teoria in base alla quale l’uso e il disuso di determinati organi o caratteristiche influenzasse la trasmissibilità degli stessi (cfr. Darwin 1859, pp. 142-145). Eppure proprio in quegli stessi anni un monaco moravo, Gregor Mendel (1822-1884), conducendo degli esperimenti sulla variabilità delle celeberrime piantine di pisello, era giunto ad intuire i meccanismi basilari dell’ereditarietà nella discendenza. Questa non appariva affatto come un indistinto mélange o come una modificazione continua, ma piuttosto si rivelò essere un fenomeno particellare, “discreto” e ben poco graduale. Ciò era apparentemente uno scacco per la teoria darwiniana, in quanto le scoperte di Mendel sembravano corroborare teorie “saltazionistiche” e confutare il cauto “gradualismo” darwiniano delle modificazioni ereditarie. Dagli esperimenti mendeliani, infatti, non emerse una fusione dei caratteri alternativi che venivano incrociati (diverse caratteristiche “notevoli” delle piantine dei piselli, come forma dei semi o colore dei fiori): vi era invece alternanza e permanenza dei caratteri col procedere delle generazioni, in obbedienza a leggi statistiche ben precise2. (Tali caratteri ereditari contrapposti verranno più tardi identificati con le caratteristiche veicolate dagli alleli dei geni.)

Gregor Mendel
Gli studi di Mendel rimasero tuttavia semisconosciuti e dimenticati fino all’inizio del XX secolo, quando gli esperimenti mendeliani vennero replicati e verificati scientificamente da Hugo de Vries e Carl Correns nel 1900. Ciò però inizialmente non portò alla sintesi del darwinismo con le leggi genetiche: anzi, come fa notare Giulio Barsanti, «c’era uno scarto, uno scollamento fra la prospettiva diacronica della geologia, della paleobotanica, della paleoecologia, della paleoantropologia, dell’ecologia ai suoi promettenti esordi e la dimensione sperimentale della cosiddetta “neobiologia”: la biologia funzionale, genetica, cellulare, biochimica» (Barsanti 2005, p. 347). Servirono altri decenni di studi perché lo scollamento cominciasse a ricomporsi. (A tale sintesi dedicherò il prossimo articolo.)

Riferimenti bibliografici:
BARSANTI, G. (2005), Una lunga pazienza cieca. Storia dell’evoluzionismo, Einaudi, Torino 2005.
DARWIN, C. (1859, 1872), L’origine delle specie, Newton Compton, Roma 2000.
DENNETT, D.C. (1995), L’idea pericolosa di Darwin, Bollati Boringhieri, Torino 1997.


Note:
  1. L’erronea teoria darwiniana della pangenesi ipotizzava che i gameti ricevessero particelle ereditarie ed ereditabili, battezzate “gemmule”, da tutto l’organismo. Oggi sappiamo che in realtà sono ereditabili soltanto le mutazioni presenti nella linea di cellule germinali, ovvero nei gameti.
  2. La “legge della dominanza”, originariamente chiamata da Mendel “legge di applicazione generale per la produzione e lo sviluppo degli ibridi”, prevede un rapporto di ¼ D : ½ Dr : ¼ r, laddove D indica il carattere dominante, r il carattere recessivo e Dr l’ibrido che manifesta il carattere dominante. Ciò comporta che alla prima generazione i tre quarti della discendenza mostreranno nel fenotipo il carattere dominante.
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