Le Superputtane

Si cincischiava per l’ennesima volta del confronto/scontro tra culture, della superiorità dell’occidente rispetto all’oriente (che nella migliore delle ipotesi viene visto come “ancora nel medioevo”) e cose simili. L’oggetto della contesa, manco a dirlo, anche stavolta era la donna, e in particolare la femmina araba, senza diritto alcuno ma col suo bel dovere del burka coprente (che per le leggi civili italiane dovrebbe pure essere illegale, a quanto pare: ma non scendiamo nei dettagli della discussione). Un discorso assai simile l’avevo già fatto con la mia compagna di vita e di filosofia circa un anno fa: per quell’occasione avevo ideato un demente e futile illuminante ed appropriato esperimento mentale, come da tradizione nei più brillanti filosofi, per gettare una nuova luce sull’argomento. Immaginiamo una popolazione “aliena” (per i nostri canoni), le sensuali e sguaiate Superputtane1. Non è difficile figurarcele – specie per noi maschiacci – come femmine umane (troppo umane!) che gironzolano ignude anche in pubblico, o peggio in vertiginose lingerie (e se proprio non possono, ad esempio d’inverno, indossano futuristici abiti in pvc trasparente termoassistito, perché per esse mostrare seno e pube è assolutamente normale e auspicabile come per le nostre donne esibire il volto); come se non bastasse non lesinano accoppiamenti repentini e non mascherano il desiderio sessuale in alcun modo2. Insomma, i loro costumi sia fisici che morali sono “avanzatissimi” e assolutamente impudici, il tutto nell’esclusivo nome della libertà.

Fin qui nulla di male: facciano pure quel che vogliono, ma non dalle nostre parti (anche se molti lo desidererebbero tanto3…), ché la legge le arresterebbe ed estrometterebbe all’istante. Il problema è che queste Superputtane anche da lontano, dalla loro patria, non perdono occasione per criticare i nostri arretratissimi e grettissimi costumi, e rivendicano maggiore e vera libertà per le donne dei nostri paesi: si battono per l’abolizione del reggiseno non solo nei rari topless da spiaggia ma anche nella mise usuale da passeggio; vorrebbero diffondere i loro slip trasparenti dalle nostre parti, e come se non bastasse premono affinché le nostre donne prendano coscienza della loro situazione sottomessa al maschio (al quale spesso sono unite nel vincolo asfissiante del matrimonio, cosa inconcepibile per le Superputtane) e rivendichino la loro assoluta libertà sessuale perché nulla dovrebbe vincolarle ad un uomo, un’altra persona alla quale sacrificano buona parte dei loro inalienabili diritti di nascita (le sfrenate – per noi – libertà di costumi sopra descritte).

È inutile e superfluo trarre la morale da questa storiella, questo divertissement compiaciuto e trasognato. Quel che mi premeva mostrare è comprendere cosa può essere il velo per una donna araba – e non per una donna nostra, o peggio per gli occhi degli uomini occidentali e a loro modo di vedere evoluti. Io penso che, crescendo in una data cultura, certe condizioni si interiorizzano e diventano del tutto naturali (è inevitabile!): un capo velato per una donna araba non è molto diverso da un capezzolo coperto di una donna europea o americana; per quelle sfoggiare i capelli in testa potrebbe equivalere all’esibire i peli pubici delle nostre4… Capisco bene che così il problema si sposta su un altro piano, probabilmente da quello morale a quello pedagogico (È lecito far crescere esseri umani in determinate condizioni? Qual è il miglior modo di educare? È giusto che certi esseri umani debbano interiorizzare degli obblighi e dei divieti che diventano presto parte inscindibile della persona stessa?). Purtroppo a mio avviso le culture (ma anche le loro incarnazioni singolari, gli esseri umani) sono scarsamente confrontabili o affatto incommensurabili5, e soprattutto è del tutto inutile e anzi deleterio proporre una classificazione in meri termini di progresso, in una fittizia e convenzionale scala di valori. Già una prospettiva darwiniana, evoluzionistica e del tutto priva di giudizi di valore, andrebbe infinitamente meglio per comprendere la realtà nel suo binomio indissolubile di natura e cultura (un topo non è migliore di un uomo, e un contadino non è inferiore ad uno scienziato: e il fatto che in condizioni più difficili sarebbero rispettivamente il sorcio ed il villano ad avere la meglio la dice lunga…). So che questo significa demolire tutto (e per tutto intendo proprio i fondamenti sui quali si poggia l’umanità), ma del resto sono uno scettico sfrenato, anzi: un Superrelativista…


Note:
  1. So che il nome fa sorridere o eccitare, ma qualcuno avrà intuito che strizza l’occhio ai Superspartani immaginati da Putnam.
  2. Qualcuno potrebbe pensare che non siamo molto distanti da una simile condizione: basta guardarsi attorno, accendere la tv o sfogliare riviste specie in questo periodo in cui si affollano e appesantiscono di calendari. Secondo me però basta farsi un giretto in un qualsiasi paese occidentale per capire che le Superputtane, con la loro radicalità, sono ben lungi dall’essere tra noi. (C’è un paese in cui la nudità ostentata non è condannata come atto osceno in luogo pubblico?)
  3. Molti ma non troppi: chi vorrebbe sinceramente che la propria compagna divenisse una Superputtana? (Il contrario semmai è più auspicato: una Überhure per amante.)
  4. Non è un caso se nella Bibbia (Gen. 3, 7) il primo atto della presa di coscienza dell’umanità è il farsi delle cinture di foglie di fico che nascondano il pube; non è un caso se oggi una donna nostra non andrebbe mai al mare senza aver prima estirpato tutti i peletti ribelli che fuoriescono naturalmente dal bikini…
  5. I più arguti obietteranno che così dicendo invalido il mio stesso esperimento. In realtà io sostengo che i confronti sono possibili, le graduatorie impossibili. Distinguo naturalmente la categoria del diverso; quella del migliore, la discerno solo culturalmente.
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