La pericolosa idea di Darwin

Il mio personale (blandamente) omaggio a Darwin, oggi, vuole essere un tributo alla pericolosità della sua idea rifacendomi (ampiamente) a Dennett, il quale assimila l’evoluzione all’acido universale. No, non il desossiribonucleico: l’“acido universale” è un’idea acida degli anni ’60, la fantasia di un ipotetico acido in grado di sciogliere qualunque cosa. L’analogia con l’evoluzione naturale è presto detta:

«L’idea di Darwin […] mostra un’indubbia somiglianza con l’acido universale: corrode quasi ogni concetto tradizionale, lasciando dietro di sé una visione del mondo rivoluzionata, con la maggior parte dei vecchi punti di riferimento ancora riconoscibili, ma trasformati in maniera sostanziale» (Dennett 1995, p. 77).

Secondo Dennett, infatti,

«L’idea di Darwin è nata come risposta a quesiti di tipo biologico, ma ha minacciato di sconfinare, offrendo soluzioni – gradite o meno – a interrogativi cosmologici (procedendo in una direzione) e psicologici (nella direzione opposta)» (Dennett 1995, p. 77).

Salta subito agli occhi la pretesa di universalità avanzata da Dennett per il paradigma evoluzionistico1, inteso come in grado di fornire chiavi esplicative per la totalità dei processi del mondo (dalla morale alla religione, dalla conoscenza alla coscienza).

Darwin

Verrebbe da chiedersi se la pericolosità non stia proprio nella possibilità di applicare il modello evolutivo indiscriminatamente a tutto, quasi ad assurgere il darwinismo a religione. Neanche Darwin osò tanto; o piuttosto sì ma in maniera affatto differente: se vogliamo seguire il suggerimento del Dell’Ombra, lo stesso Darwin intese l’evoluzionismo come una sorta di fede – io direi piuttosto una “credenza”, dunque una teoria ancora da confermare, ai suoi tempi – contrapposta alle altre due “religioni naturali”, il fissismo aristotelico e il creazionismo giudaico-cristiano2. Potremmo piuttosto concordare con Gould, il quale ritiene che le vie imboccate da Dennett per rivisitare il darwinismo3 non siano pericolose, ma piuttosto metaforiche4 – e perciò forse tanto più perigliose.

Dennett

Io ritengo tuttavia, anche a voler seguire la lettura gouldiana, che l’utilità di una metafora sta nella sua eleganza e nella sua capacità di rischiarare determinate caratteristiche dell’oggetto analizzato (a proposito, Dennett s’è già esercitato con il tema della libertà e quello della religione). È con la lente in-formante del darwinismo che oggi possiamo rivedere concetti un tempo inesplicabili se non ricorrendo alla mera fede non scientifica; senz’altro però la conquista più urt(ic)ante è il modo in cui l’idea dell’evoluzione per selezione naturale ha minato le basi della cosiddetta “piramide cosmica”, ovvero quella gerarchia che da Dio – la prima “Mente” – discende fino al caos della materia, passando per gli uomini e le altre creature viventi. L’evoluzione ha infatti mostrato come il “progetto” (apparente!) che costituisce l’ordine naturale delle cose (gli esseri viventi, le menti, la cultura umana) viene dal basso5 – dalla materia caotica – e non dall’alto – dal dio creatore o ordinatore6!

Darwin Day 2009

Temo dunque che il senso di pericolo con cui è stata (e viene tuttora) percepita e avversata la teoria darwiniana stia essenzialmente in questa sua implicazione, che rende l’idea di Dio superflua e ributtante.

Riferimenti bibliografici:
DARWIN, C. (1859, 1872), L’origine delle specie, Newton Compton, Roma 2000.
DELL’OMBRA, D. (2009), Un esame della dottrina darwiniana, Catania 2009.
DENNETT, D.C. (1995), L’idea pericolosa di Darwin, Bollati Boringhieri, Torino 1997.
EDELMAN, G. (1992), Sulla materia della mente, Adelphi, Milano 1993.
GOULD, S.J. (1997), Darwinian Fundamentalism, “The New York Review of Books”, 12 giugno 1997, pp. 34-37.
MARCHESINI, R. (2002), Post-human, Bollati Boringhieri, Torino 2002.


Note:
  1. Gerald Edelman ha definito un tale modo di ragionare “programma darwiniano”, implicante l’accettazione della tesi che «non vi sia alcun aspetto del comportamento umano del quale non si possa, alla fine, dar conto in termini evolutivi» (Edelman 1992, pp. 76-77). Ovviamente Dennett – come in gran parte lo stesso Edelman – aderisce con pieno entusiasmo a tale programma, assente nell’originaria formulazione darwiniana, ed è in buona compagnia: basti pensare a Dawkins
  2. Cfr. Dell’Ombra 2009, p. 6, avallato da Darwin 1859, p. 176: «Chi crede nella lotta per l’esistenza…».
  3. Oltre all’idea di evoluzione come acido universale, vi è quella del processo evolutivo come algoritmo e la sua similitudine con una (cascata di) gru.
  4. Cfr. Gould 1997: «Dennett bases his argument on three images or metaphors».
  5. Si tratta di un modo di ragionare analogo alle teorie emergentiste del mentale: «In una logica bottom-up è […] possibile spiegare come una funzione cognitiva possa emergere da entità non cognitive, in altri termini in una logica emergenziale non vi è bisogno né di un progettista né, tanto meno, di un disegno per realizzare una realtà complessa» (Marchesini 2002, p. 94).
  6. Come puntualizza Dennett, «il Dio Artefice si trasforma dapprima nel Dio Legislatore, il Dio Promulgatore di leggi, che ora vediamo fondersi con il Dio Scopritore di leggi. L’ipotizzato contributo di Dio diviene così meno personale – e dunque più facilmente fattibile da parte di qualcosa che sia continuo e privo di una mente!» (Dennett 1995, p. 223).
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