Italiche viscere La pancia degli italiani di Beppe Severgnini

Siamo nuovamente a un passo dalle così dette “elezioni” per antonomasia, o sia quella farsa tragicomica nazionalpopolare che pressappoco una volta al lustro pretende di portare una cinquantina di milioni di pecore (ribattezzate per l’occasione “elettori” e vezzeggiate come “popolo” – di volta in volta della libertà [sic], della rete, dei moderati, dei forconi, dei responsabili, dei rivoluzionari civili [ri-sic] e così via) a mettere la propria crocetta sulla schedina. Il bello è che, come ogni volta, non si rischia di vincere nulla, anzi… Anche in questa nuova “tornata” la mia domanda non è tanto per chi si va a votare, ma perché. Non sono riuscito, negli anni, a darmi una risposta soddisfacente; di primo acchito abborraccerei che è tutta una questione di “tifo”, ma i conti continuerebbero a non tornare con coloro che perseverano a tifare, cioè a “votare” secondo il gergo burocratico, per il mitico “meno peggio”.

Elettori pecore

Cercando una risposta, mi sono imbattuto in un libro d’un paio d’anni fa. Un po’ riluttante – sarà per il formato cartonato, la sovracopertina che sbrilluccica e soprattutto la firma e il ritratto saccentello e detestabilissimo di Beppe Severgnini – mi decido comunque a prenderlo (a mia imperitura giustificazione, lo davano al prezzo d’una birra scrausa…). Trattasi di La pancia degli italiani (Rizzoli 2010) in prima edizione (nel frattempo è uscita un’edizione aggiornata con una copertina non meno intollerabile, raffigurante la Venere di Botticelli sfregiata da un maniaco). Ma guardiamo ai contenuti. Il sottotitolo vorrebbe essere eloquente: “Berlusconi spiegato ai posteri”; la dedica è «all’elettore e al detrattore»; la tesi è che «se B. – così, con gran risparmio d’inchiostro, Severgnini cita il suo idolo ispiratore – ha dominato la vita pubblica per quasi vent’anni, c’è un motivo. Anzi, ce ne sono dieci».

Beppe Severgnini

Immagino già l’altissimo interesse per la tematica. Diciamolo subito: leggere la mezza dozzina di paginette delle “conclusioni iniziali” (una sorta di sommario in apertura del libro) non ci farebbe perdere granché dei contenuti del resto dell’operetta, a parte una ricca e tediosa aneddotica sui politici italiani. Come se non bastasse il libro puzza già di muffa, se è vero che la squadra azzurra – la prima grande squadra con un Presidente – questa volta è in affanno. Ma diamogli ugualmente una chance. Il primo dei dieci “motivi” è, per l’autore, il “fattore umano”: «Cosa pensa la maggioranza degli italiani? “Ci somiglia, è uno di noi”». Ecco svelarsi il senso del titolo del libro: S. (risparmiamo inchiostro anche noi) non scrive tanto su B. e le sue porcate, quanto sugli italiani e i loro vizi. Il problema, insomma, non è l’eletto ma gli elettori. Giusto, diciamo noi; ma allora il libro assume un carattere universale, e B. diventa solo una contingenza che potrà presto essere sostituita da un’altra lettera dell’alfabeto – da un altro affabulatore. È ormai sempre più chiaro (ma mai abbastanza, e non a tutti) che l’uno vale l’altro; avremo variazioni sottili, quasi impercettibili, solo nella parte aneddotica.

Elettori tifosi

Dieci, dicevamo, sono i fattori che secondo S. spingono gli italiani ad apporre croci, crocifiggendosi all’istante. Il primo, il fattore umano, stigmatizza la multiformità del politico («B. seduce da molti anni gli italiani: imitandoli. Non tutti: molti, abbastanza da ottenere la maggioranza») e di conseguenza il carattere del popolo. Scrive S.: «B. è l’autobiografia aggiornata della nazione». Bene, ma in due anni la nazione pare essere lievemente cambiata: adesso si mostra indignata, incazzata, apparentemente stufa dei soprusi dei politici. Poco male: nell’autobiografia aggiornata al 2013 basterà sostituire B. con G. e il gioco è fatto. Si troverà sempre un demagogo pronto a incarnare gli umori del demos, presentandosi come provvidenziale homo novus. La cosa preoccupante è che si tratta sempre di un comico pronto ad assidersi dopo aver calcato i palchi…

Berlusconi-Grillo

«È nei bar, non nei centri-studi, che si vincono le elezioni», osserva S.: ora, saranno i caffè o gli amari, ma nei bar non ci si rende spesso conto che quei candidati che mettono in luce i problemi lo fanno in maniera parziale e, quel che è peggio, proponendo sé stessi come soluzione. È vero, votiamo da “appena” due terzi di secolo, ma non abbiamo ancora imparato nulla. Dimentichiamo il “fattore divino”, tra gli altri, e il Vaticano che adesso appoggia M.; dimentichiamo pure il “fattore Robinson”, sul quale S. si permette di ironizzare («Ognuno di noi si sente Robinson Crusoe. Lo Stato, misterioso e inospitale, è la spiaggia su cui dobbiamo sopravvivere (le leggi inutili, le procedure infinite, le imposte asfissianti)») senza realmente trarre le dovute conseguenze: non è all’interno dello Stato che si può trovare rimedio ai problemi dello Stato. Lo Stato è strutturalmente monolitico, autoritario, logorante, illibertario; non è cambiando i suoi rappresentanti (e men che meno mutando loro orwellianamente nome!) che cambierà veramente qualcosa. La democrazia, se ha da farsi, dev’essere senza intermediari, senza “eletti” né “portavoce”: altrimenti è gerarchia, è immancabilmente oligarchia e oligocrazia e quasi sempre anche plutocrazia…

Plutocrazia

Aprire gli occhi su cosa sia veramente ciò che viene chiamata “democrazia” non sarebbe nemmeno così difficile, ma ad impedirlo, tra le altre cose, c’è di mezzo il “fattore Truman”, cioè il fatto che gli italiani informati siano solo «più o meno cinque milioni» mentre il resto si rifà alla televisione – o, posso ormai dirlo non senza tristezza, all’internet del social medium blu, del primo blog del Paese e dell’informazione partitica. Osserva S. che «la massa, come il pubblico del Truman Show, non vuole obiezioni, ma conferme. Non chiede problemi, ma una trama. Non cerca informazioni, ma intrattenimento». Ora, non so se ciò sia una peculiarità della massa o una stortura causata da anni e anni di esposizione catodica; certo è che nei movimenti di massa eterodiretta l’uomo dà il peggio di sé: riempie piazze (anche in luoghi sonnolenti come Ragusa!), sporca, rumoreggia e non centra nemmeno il bersaglio.

Grillo a Ragusa

Segue il “fattore Hoover”, che paragona il politico a un venditore di aspirapolvere. «Lui saprà vendere, ma diciamolo: in giro c’era voglia di comprare». Basta ritoccare la confezione, senza cambiare il prodotto; e tra le altre etichette c’è quella dell’“uomo nuovo” (quanti continuiamo a vederne ancora in giro? Come se la “novità” giustificasse l’eleggibilità; peggio, come se il nuovo non sarà un futuro delinquente…). C’è poi il “fattore Zelig” («immedesimarsi negli interlocutori»), il “fattore harem” (superfluo spiegarlo) e il “fattore Medici” (non i dottori ma i Signori rinascimentali), ma più interessanti mi sembrano gli ultimi due: il “Fattore T.I.N.A.” (There Is No Alternative) e il “fattore Palio” (di Siena). Il fattore T.I.N.A. è forse un altro modo per nominare il “meno peggio”: «i vincitori riescono a vincere perché i perdenti sono decisi a perdere. Votare è una questione di alternative». Il fattore Palio ha a che fare invece col tifo: «la gioia della vittoria sul rivale è ben piccola cosa, se comparata al tripudio per la di lui sconfitta». Questi i dieci motivi per cui si è votato B. – e si continua ancora a votare in maniera non troppo dissimile.

Parlamentari

Giunto a fine libro quasi rimpiango la Moretti: S. non è anarchico né astensionista, e anzi difende a spada tratta la trita questione del votare il meno peggio con quello stucchevole e ipocrita “senso di responsabilità” proprio di questi complici della pseudodemocrazia. Sono sempre più convinto che il danno fatto da questi fiancheggiatori del regime sia incalcolabile: la speranza del cambiamento non passa per lo Stato, non ci stancheremo mai di ripeterlo; cambiare attori politici è tutt’al più un antidoto alla noia. Detto questo, buon tifo a tutti, e che vinca, ancora una volta, chi meritiamo di sorbirci: il Rappresentante Politico.

(Recensione anarchica pubblicata nel numero 325 di Sicilia Libertaria).

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