Ingegnare l’agendina

Ingegnare: mettere in opera. Perché la prassi è sempre roba da ingegneri? (Come se i filosofi non agissero, nisi in spirito.)

Potessi avere un euro per ogni quarto d’ora che mi affanno a campare!

I Continentali, così aulici, così oracolari. E gli Analitici, tanto sobri, tanto chiari. È lotta a chi si prenda più seriamente sul serio. (L’ironia fu solo socratica? – Del tristo Socrate prono alle leggi.)

Perché parlare, quando altri (molti) lo fanno già al nostro posto? (Non abbiamo proprio pudore a dire, dopo e peggio, quel che riteniamo nostro, quand’al più sarebbe mostro.)

O opinioni antinomiche tra le quali oscillo, come lancetta dei secondi di un orologio scarico!

Appello al Dio. Lei ha formato, fermato (anche: chiuso) e firmato le loro menti. Preoccupato che le svuotassero altrove?

Leggere il prezzo ancora in lire su qualche vecchio libro: che ammirevole furto mi appare!

Ho come l’idea persistente di aver scritto nulla di originale – nemmeno flatus vocis, solo un continuo e perpetuo lapsus calami.

Concedere o no al pubblico – alla plebe – i miei pensieri, per un soldino o anche meno. Come se potessero capirli – come se potessero capirmi!

O diario, fatti scannerizzare – e poi scannare.

I miei pensieri sono quasi tutti posticci1.

Cercare l’uditorio, il plauso (la concordanza di menti, se non uguali, simili – ma possibilmente inferiori). Questa è la quintessenza del cosiddetto “creato” — creature credenti e creanti.

Comincio a rileggere libri, o a leggerne di quelli contrabbandati come letti “per davvero” o sul serio. (Certe pagine ci assilleranno ciclicamente, in un eterno ritorno di sillabe e punti e virgole.)

Avessi sottolineato! Avrei avvertito le mie umili tracce (come sentore di muffa su pane vecchio) o avrei trascurato quanto non allineato? (Ogni allineamento è temporaneo; una linea non esiste se non deforme, in forma di segmento, o di cerchio.)

Privilegiare ciò che è senza massa – e dunque senza peso. Ma un momento, memento: niente onere niente onore.

Condotto dall’abitudine, mi rimiro allo specchio riscoprendo con orrore l’affezione verso quella fetida effigie.

Trovare il limite in ogni forma, o deformare per delimitare?

L’usura, questa turpe consunzione di mura, di limiti e confini di forme ormai inferme…

Strapparsi ai morsi di Morfeo, e ai dardi delle molle del materasso…

Ho ancora parecchie cartucce. Ma manterrò la forza di tirare il grilletto, o di togliere il salve?

Far precedere ogni nota dall’oggetto in corsivo, e lasciarla dilatare oltre l’informazione, al di là dei limiti della decenza e della coscienza. Perché l’aforisma è afoso, e l’argomentazione algida e algoritmica…

Vellutarsi le dita di caolino, di note beote e di vino… (L’ispirazione sta nel fondo di un bicchiere, laddove è annegata la disperazione, razione quotidiana di ragione.)

Una porzione di pozione, grazie. E con impazienza.

Filosofare per assonanza, nel circuito dei giochi di parole – per questo ben poco seri, tanto più serotini sono.

L’impegno in più arti, su più fronti – con il malcelato obiettivo d’imprimersi su quante più possibili fronti altrui… (Ma si può essere equi fra immagini, suoni e parole?)

Nomadismo letterario: definire casa propria quella che ha più libri; trovarsi indi a proprio agio con parecchi di essi. Sogno l’harem di libri, in una azzardata polifilia.

La debolezza forte del filosofo è quella di essere in grado di argomentare egualmente due posizioni antitetiche – o perlomeno trovare appoggi a destra e manca.

Solo una lingua inventata, ingegnata, costruita e personalissima può star dietro ai propri pensieri, o addirittura precederli.

Anche lo scrivere – anzi esso soprattutto – obbedisce alle leggi di gravità.

Lo spunto in uno spuntino…

libri sul comodino

Non capisco perché si accaniscono a quadrettare o rigare i fogli. Forse che uno spirito perito ha bisogno di guide per scrivere?

Ahi quanto siamo lettori parziali! Leggere Dodds per scovarvi il Platone Sciamano non è forse tristo quanto leggere Jünger e volervi ignorare il Milite Ignoto?

Colui che mi parla di teologia mi sdegna. Eppure la si accomuna – cioè la si mette insieme, con Hegel – all’arte e alla filosofia. Se la teologia, ovverosia la Religione, non avanzasse pretese di credibilità potrebbe essermi grata al pari delle sue comari.

C’è il rischio che la metafilosofia sia una mezza filosofia?

L’indefinibilità della filosofia: è questo che mi sfugge, come una saponetta zuppa!

Sempre il filosofo, per sua natura, si aggrappa alle parole; terribile è però quando s’appende a una sola – o un paio al massimo, avendo due mani. Farebbe meglio, in quel caso, ad usarle per suonare la campana a morto.

Avviene che la maschera aderisce meglio fino a farsi confortevole, flessibile, trasparente: in quel caso i nostri simili sono attratti come coleotteri allo sterco.

Della città detesto il perdermi i mandorli in fiore.

Ecco che leggo un libro e vorrei che il mondo intiero, o perlomeno i miei venticinque lettori, lo leggesse(ro) assieme a me… (In quei casi la recensione diventa superflua; l’esortazione alla lettura già non convince più…)

Il fascino, o sia il potere, di Jünger – e di Sgalambro e molti altri dritti – sta nel far sentire il proprio lettore parte di una élite, di quella massa di esaltati ai quali il libro è “destinato”. Chi, tra chi può dire “io”, vorrebbe dirsi particella della massa?

Ci sovrastimiamo oltre il dovuto, anche quando apparentemente siamo umili. (Anch’io in questo momento mi sto sovrastimando, credendo di enunciare chissà quali verità che solo io posso ora afferrare e affermare.)

Chi legge e gode di un libro non può fare a meno di pensare che anch’egli!, anch’egli potrebbe – dovrebbe! – scriverne uno tale, o migliore pure.

Non si dà distinzione tra culture. È già difficile distinguere i culi…

Al buio le conoscenze fermentano — rischiando di fetere.

Al Sedicente Filosofo si dovrebbe ribattere, ad ogni Sua Declamazione: – In Altre Parole?

Dopo il quarto di secolo diventa impensabile2 che qualcuno possa ancora insegnarci veramente qualcosa. Al più, si accettano orbi consigli.

Ermeneutico esercizio: l’esegesi delle proprie esternazioni a una settimana o un lustro di distanza.

Rifiutare la macchina. Tutto ciò che non può muoversi verso me è ignorante.

È deprimente rivedere le proprie note. Non se ne vorrebbe riconoscere la paternità, come un figlio di rotto condom o di pene impaziente.

Quando la scrittura si fa elegante come quella d’un epistemologo…

Sommamente avversi alla filosofia sono – lo spagnolo, il latino; l’italiano.

Devo (an)notare che anch’io, quando ho sonno o sono al buio, scrivo un pacco di belle corbellerie.

Il sesso, più è peloso più è penoso.

Certe cose sono proprio perse. Persone incluse.

Accadde che mi colse la sindrome della mancanza di ipocrisia, e mi venne da sputtanare tutti – o mandarli cordialmente a puttane, in fila. Fu un vero barlume di lustro, per quanto frusto.


Note:
  1. Permane il dubbio ch’io abbia scritto pasticci: non riesco a distinguere.
  2. Non si legga indispensabile per la fretta.
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