Indignati, non indifferenti! Indignatevi! di Stéphane Hessel; Odio gli indifferenti di Antonio Gramsci

Sotto l’ombrellone in una spiaggetta incastonata tra porti turistici e scarichi abusivi, o in una campagna sempre più cementificata e devastata da speculazioni edilizie, con la stordente canicola di un globo terracqueo che abbiamo irrimediabilmente riscaldato, le letture non potranno essere troppo grevi. Meglio portare con sé un paio d’agili libelli, di poche pagine e tuttavia intensi.

Uno è un best seller a sorpresa, Indignatevi! (Add editore 2011) di Stéphane Hessel, protagonista ormai più che novantenne della Resistenza francese. L’età è di quelle che spingono a guardarsi alle spalle, nostalgicamente; eppure Hessel fissa il suo sguardo acuto in un presente che non può non suscitare indignazione. I valori della Resistenza, dai quali nacque la ‘Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo’, sono ormai tramontati: le conquiste sociali sono messe in discussione, i diritti umani quotidianamente calpestati, il divario tra ricchi e poveri in continua crescita; proprio per questo «spetta a noi, tutti insieme, vigilare perché la nostra società sia una società di cui andare fieri». Una nuova resistenza contro lo sfascio politico, sociale ed economico a cui assistiamo è ormai inevitabile. E se il motore della Resistenza fu l’indignazione, l’appello di uno degli ultimi resistenti alle nuove generazioni non può che essere – indignatevi!

«Il mio augurio a tutti voi, a ciascuno di voi, è che abbiate un motivo per indignarvi. È fondamentale. Quando qualcosa ci indigna come a me ha indignato il nazismo, allora diventiamo militanti, forti e impegnati». Questa la convinzione di Hessel. Eppure da più parti è stato detto che se c’è una cosa che non manca, in Italia, è proprio l’indignazione. Forse la correlazione tra l’indignazione e l’azione non è così automatica: palesemente a noi sudditi dello Stato italiano manca l’impegno. Probabilmente il motivo di ciò è da ricercare nel nostro passato (l’Italia non è nata da una rivoluzione, ma da un Risorgimento pianificato a tavolino); forse non è ancora giunto il momento, come è già accaduto in Spagna con gli ‘indignados’; resta però il sospetto che tutto dipenda da un lassismo diffuso e da una crescente stanchezza e sfiducia verso la politica che portano piuttosto verso l’indifferenza.

Hessel coglie benissimo il punto. «L’indifferenza è il peggiore di tutti gli atteggiamenti, dire “Io che ci posso fare, mi arrangio”. Comportandoci in questo modo, perdiamo una delle componenti essenziali dell’umano. Una delle sue qualità indispensabili: la capacità di indignarsi e l’impegno che ne consegue». Forte è l’esortazione all’azione: «ai giovani dico: guardatevi attorno, e troverete gli argomenti che giustificano la vostra indignazione… Troverete situazioni concrete che vi indurranno a intraprendere un’azione civile risoluta» – un’azione non-violenta, nella consapevolezza che la violenza non è efficace e anzi volta le spalle alla speranza. A scapito della generazione d’appartenenza, Hessel ci offre pure un valido suggerimento: «oggi per essere efficaci occorre organizzarsi in una rete, approfittando di tutti i moderni mezzi di comunicazione». Solo con una diffusa consapevolezza della propria forza e con una organizzazione in cui gli interessi privati non siano in contrasto con quelli pubblici – un’organizzazione dunque dal basso, e non eterodiretta dal leader del momento – si può sperare di ottenere qualcosa!

Indignatevi!

Sempre sull’indifferenza che si tramuta in indolenza si soffermava un autore più lontano nel tempo ma più vicino nello spazio, Antonio Gramsci. Odio gli indifferenti (Chiarelettere 2011) è una raccolta di scritti gramsciani del biennio 1917-18. Quasi un secolo ci separa da quei tempi bellici, eppure – scenari di guerra a parte – poco sembra essere cambiato: i privilegi per certi ceti, la burocrazia paralizzante, i professionisti della guerra, le leggi liberticide sono mali che non ci siamo ancora messi alle spalle. La causa di ciò per Gramsci è chiaramente l’indifferenza. «Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti». Era ancora lontano il carcere e lo spirito anno dopo anno sempre più rassegnato con cui Gramsci lo affrontò…

Leggiamo ancora. «L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità» (cosa per cui i siciliani in particolare sono tristemente noti). «Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare… lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare» (dunque se l’élite continua a dominare è anche perché il popolo è abulico). «Dei fatti maturano nell’ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa». Il discorso è ormai chiaro: se lasciamo che gli altri decidano per noi, e non smuoviamo un dito affinché qualcosa cambi, non abbiamo davvero diritto di lamentarci. Ecco la versione italiana dell’indignazione, allora come oggi: «alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo?».

Entrambi i pensatori, pertanto, concordano: se di fronte alla realtà non si può restare indifferenti, tuttavia non si deve nemmeno disperare: l’esito più naturale dell’indignazione è l’azione indignata, non l’inazione frustrata. Beati gli stoici e gli apatici e quanti si accontentano della libertà che (non) hanno; coloro ai quali la libertà è cara, che siano socialisti o anarchici, sanno benissimo che «sarà l’iniziativa politica dei sovversivi, nel presente come nel passato, che travolgerà le inettitudini e gli interessi particolaristici delle classi dominanti».

(Recensione anarchica pubblicata nel numero 308 di Sicilia Libertaria).

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