Gli eredi di Darwin: Stephen Jay Gould

Se Dawkins basa la sua concezione evoluzionistica sui geni e sul loro presunto egoismo, Stephen Jay Gould auspica un ritorno a Darwin, riportando l’attenzione sull’interezza dell’organismo:

«Troppo spesso il programma adattazionista ci dona una biologia di parti e di geni, ma non dell’organismo. Si suppone che tutte le transizioni possano avvenire passo a passo sottovalutando l’importanza dei blocchi integrati di modelli di sviluppo e delle costrizioni passive della storia e dell’architettura. Una visione pluralistica potrebbe rimettere gli organismi, con tutta la loro complessità recalcitrante, ma ancora comprensibile, al centro della teoria dell’evoluzione» (Gould e Lewontin 1979, p. 26).

La conclusione dell’articolo di Gould e Lewontin inneggia ad un nuovo approccio, contrapposto a quello incentrato sui geni; in realtà il loro scritto è duplicemente avverso alle concezioni di Dawkins in quanto l’obiettivo primario era quello di mostrare le lacune e i difetti dell’adattazionismo1: lo spostarsi ad un nuovo livello di selezione è soltanto una necessaria conseguenza della visione pluralista dei due autori. Secondo Gould e Lewontin il programma adattazionista, da loro ribattezzato “paradigma panglossiano”2 e nel quale rientra anche Dawkins, ha avuto il torto di procedere suddividendo un organismo in “caratteri” di cui spiegare l’ottimalità. Tale approccio è troppo riduzionista e rischia di far perdere di vista ciò che è veramente importante, l’organismo nel suo ambiente e nella sua evoluzione storica non priva di vincoli:

«Gli organismi devono essere considerati come delle unità integrate, con piani costruttivi [Baupläne] talmente costretti dall’eredità filogenetica, dai modelli di sviluppo e dall’architettura generale, che le costrizioni stesse diventano più interessanti e importanti nel delimitare le vie del cambiamento di quanto non lo siano le forze della selezione che possono mediare il cambiamento quando questo avviene» (Gould e Lewontin 1979, p. 2).

Dal basso livello dei geni l’attenzione viene spostata al livello medio dell’organismo focalizzandosi sui “vincoli3 di natura architettonica (spandrel, in analogia coi pennacchi decorativi della cattedrale di San Marco a Venezia), sulle costrizioni che rendono l’evoluzione limitata e non più onnipotente, meno ottimizzante che vincolata, storicamente determinata dalle contingenze e non libera di fluttuare nella casualità delle variazioni verso l’ottimalità.

Stephen Gould
Questa contrapposizione tra le concezioni di Dawkins e quelle di Gould, che sul finire degli anni ’70 del Novecento era ancora tutta teorica, si esacerba in seguito fino ad assumere i toni del contrasto personale. Nel 1997 Gould pubblica su “The New York Review of Books” due articoli significativi: Darwinian Fundamentalism e Evolution: The Pleasures of Pluralism. Nel primo egli afferma:

«Richard Dawkins vorrebbe restringere ulteriormente il punto focale della spiegazione fino ai geni che lottano per il successo riproduttivo all’interno di corpi passivi (gli organismi) posti sotto il controllo dei geni – un’idea iperdarwiniana che a mio giudizio è una caricatura fondamentalmente sciocca e logicamente carente dell’intento autenticamente radicale di Darwin.» (Gould 1997a).

In realtà Gould, così facendo, presenta della concezione di Dawkins una caricatura non meno sciocca, travisata da un astio che verso Dennett assume toni addirittura sprezzanti4. Le idee di Gould sono più apprezzabili quando egli afferma pacatamente (ma non troppo) che l’adattazionismo deve essere sostituito da un approccio pluralista, nel nome dell’autentico spirito di Darwin che nell’Origine delle specie affermò che «la selezione naturale è stata la causa principale, ma non l’unica, delle modificazioni» (Darwin 1859, p. 44). Gould accetta questo invito a cercare altre cause evolutive oltre alla selezione naturale, e al contempo si scaglia contro gli “ultras” che vogliono fare della selezione l’unico principio evolutivo:

«La selezione non può bastare come spiegazione completa di molti aspetti dell’evoluzione; altri tipi e stili di cause diventano pertinenti, o addirittura prevalenti, in domini molto al di sotto o al di sopra dell’organismo, il classico locus darwiniano. Queste altre cause non sono, come gli ultras spesso sostengono, il prodotto di tentativi debolmente mascherati di re-introdurre clandestinamente il fine nella biologia. Questi ulteriori princìpi sono privi di una direzione, non teleologici e materialistici tanto quanto la stessa selezione, ma operano in modo diverso dal meccanismo fondamentale di Darwin. In altre parole, concordo con Darwin che la selezione naturale “non è l’unica causa delle modificazioni”» (Gould 1997a).

Nel prossimo articolo faremo il punto della contrapposizione tra Dawkins e Gould indicando, se possibile, delle soluzioni alla disputa.

Riferimenti bibliografici:
GOULD, S.J. (1997a), Darwinian Fundamentalism, “The New York Review of Books”, 12 giugno 1997, pp. 34-37.
GOULD, S.J. (1997b), Evolution: The Pleasures of Pluralism, “The New York Review of Books”, 26 giugno 1997, pp. 47-52.
GOULD, S.J. e LEWONTIN, R.C. (1979), I pennacchi di San Marco e il paradigma di Pangloss, Einaudi, Torino 2001.


Note:
  1. Ovvero l’ipotesi evoluzionistica in base alla quale la “sopravvivenza del più adatto” porta verso l’ottimizzazione delle forme viventi.
  2. Dal nome di Pangloss, il mitico dotto del Candido di Voltaire il quale aveva inteso con tale caricatura ironizzare su Leibniz e sulla sua concezione che questo sia il migliore dei mondi possibili: similmente la visione adattazionista riterrebbe che la selezione opera sempre verso il “meglio”.
  3. «Vincoli architettonici che non sono mai stati adattamenti, ma piuttosto conseguenze dei materiali e dei progetti scelti per costruire i Baupläne fondamentali» (Gould e Lewontin 1979, p. 23).
  4. Dennett viene definito in questo articolo “Dawkins’s lapdog”, il cagnolino di Dawkins. Ma credo che tanto rancore sia giustificato dal trattamento che Dennett riservò a Gould nel cap. 10 dell’Idea pericolosa di Darwin.
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