Dodici (mesi di) disillusioni

Ogni anno, pressappoco in questo periodo, si fa la conta di ciò che i dodici mesi trascorsi ci hanno condotto, e ci si augura altresì che i dodici mesi a venire possano essere ancor più fruttuosi – trascurando affatto il senso della fecondità per i più. Per me, per fortuna, questi mesi sono stati meno produttivi che distruttivi. Illusioni si sono disaggregate, per sempre; pensieri persi, pseudosaperi sepolti; sparse le ceneri: addio!

1. Bisogna badare ai fatti, non alle parole. Stiamo troppo spesso a sorbirci chiacchiere altrui, ad ascoltare e auscultare dichiarazioni più o meno ufficiali di questo e quello: intanto ognuno continua a dipingersi soprattutto per come non è, cioè bene. Vediamo cosa sa fare, sentiamo cosa fa, parliamo di cosa ha fatto!

2. Informarsi serve solo ad assumere la forma che ci viene propinata. Quella compulsività che ci fa rimbalzare tra l’Ansa (che ansia!), la Repubblica (quanta roba pubica!) e infine perfino il Fatto (roba da fatti…) in realtà è la passione – ché più passiva non si può – che meglio amplifica le summentovate parole (chi va a ricordare a Travaglio quella massima niciana – very nice – che conoscono anche i muli?).

3. Ogni evento in nostro dominio, nella vita, deve poter aumentare la nostra letizia. Altrimenti quel benedetto uomo è vissuto per niente e nessuno; altrimenti noi stessi, emuli filosofi, vivremo per la malizia. Non dimentichiamo, tuttavia, che gli eventi non sono perlopiù sotto il nostro controllo: ci restano i fatti, personali – ma solo dopo averli compiuti.

4. Probabilmente siamo più masochisti di quanto saremmo disposti ad ammettere. Non si spiega altrimenti la cocciutaggine nel volerci fare informare, o nel voler credere che è possibile cangiare il mondo nella sua interezza ed esteriorità. Meglio mutare sé stessi; o stare muti, benché in mutande: sempre meglio che murarci vivi.

5. Il soldo compra tutto – ogni idea, ogni ideale e finanche tua madre. Tutti hanno un prezzo; semplicemente, con alcuni si deve contrattare di più. Ma viviamo in Italia, e i valori non sono mai troppo elevati; pertanto, chi è senza valore è un invalido.

6. Siamo tutti infarciti di merda: è solo questione di quantità. E solitamente chi ne ha meno costa di più – tutta questione di tare.

7. Per disgustarci serve naso. Occorre un buon sistema di riferimento che ci indichi quale sia la puzza da tenere sotto le narici, o lontano da esse.

8. Internet non può non fare la fine della tv. Ed è anche colpa nostra – dato che per noi ha soppiantato la televisione. Ma è anche colpa loro. E alla fine non sarà colpa di nessuno, come sempre.

9. La “social life” ci sottrae vita e socialità. Rompe i ponti con la comunità e, mischiando pubblico e privato, ci rende guardoni – o esibizionisti. Siamo dunque al punto che la piazza è più sicura – è un buon punto di partenza.

10. Meglio celare le proprie quantità. Se è vero che ogni visione è indiscreta, essendo qualitativa. E se è vero che a nessuno interessano le tue qualità (gassose), bensì le tue quantità (fluide e solide).

11. Ci si deve accompagnare solo con gente che (lo) merita. O si zoppicherà presto – o peggio, con tutti i muscoli guizzanti, ci si ritroverà tutti sotto lo stesso tetto a compiere esercizi ripetitivi, in attesa di spogliarsi.

12. Ogni proposito è ininfluente finché rimane tale. Per questo ogni nostro volere – purché nell’ambito delle azioni alla nostra portata – deve diventare un ordine, un imperativo. Altrimenti pasciamoci nel piagnisteo o consoliamoci del masochismo sopra svelato.

Si meditino queste mie minime, aspiranti massime per il mio duemilaeundici: forse da esse – o da una parte di esse – ne ricaverò un sistema, prima o poi. (Si può essere più demodè? Oggi trattano sistemi solo i più incalliti giocatori di lotterie). O più probabilmente un’etica – per il comportamento. Se si è convinti di certe cose, infatti, e si agisce altrimenti, qualcosa non va per la dritta via – o i pensieri, claudicanti, o le azioni, svolazzanti.

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