Descolarizziamoci tutti Descolarizzare la società di Ivan Illich

Settembre, andiamo. È tempo di migrare – ma alla transumanza dei pastori con le loro bestie verso i litorali s’è sostituita oggi quella di nuove greggi che dal mare tornano su in città e, puntualmente e quotidianamente fino alle soglie della maggiore età, si recano a scuola. Una scuola dilaniata dai tagli, che non soddisfa più nessuno; una scuola controversa, che non sembra mai sufficiente a genitori e insegnanti e sempre superflua agli alunni – e agli odierni politici.

Molteplici negli anni sono state le ricette – le ‘riforme’ – per tentare di risollevare le sorti della scuola. Eppure una soluzione alternativa a quella di sinistra (più obbligo di scuola pubblica) e a quella di destra (finanziamenti alle scuole private, cioè cattoliche) esiste da tempo, e venne teorizzata da Ivan Illich ormai quarant’anni fa. Descolarizzare la società (ristampato da Mimesis nel 2010, ma disponibile liberamente anche in rete) è il testo che ha reso popolare il concetto di ‘descolarizzazione’, ovvero la fine della tradizionale scolarizzazione obbligatoria e la sua sostituzione con altre forme di apprendimento. Come molti di noi, anche Illich era convinto dell’importanza di estendere a tutti la scuola dell’obbligo; ma poi ha compreso che «per la maggior parte delle persone l’obbligo della frequenza scolastica è un impedimento al diritto di apprendere».

I motivi di tale disillusione sono molteplici. Anzitutto, nota Illich, si tende a confondere insegnamento e apprendimento, cioè processo e risultato: in tal modo non si concepisce altra forma di apprendimento al di fuori della scuola, anzi si inorridisce al solo pensiero di potersi ‘formare’ al di fuori dell’istituzione scolastica (nonostante che «i più acquistano la maggior parte della loro cultura fuori della scuola» e che «quasi tutto ciò che s’impara lo si apprende casualmente»…); inoltre essere istruiti diventa sinonimo di ‘possedere un diploma’. Da ciò ovviamente consegue la discriminazione tra chi ha un titolo di studio e chi no – ossia tra chi ha i soldi per permetterselo e chi non li ha – senza alcuna effettiva valutazione sul merito. In secondo luogo, la scuola ripropone e riproduce il meccanismo capitalistico dell’escalation verso il successo – misurato in anni di studio prima e in conseguente capacità di guadagnare dopo. Questo comporta una cultura del produrre più che del ‘fare’, privilegiando la poiesis a discapito della praxis: la scuola abitua a consumare servizi ‘professionali’ e merci industriali come nessun’altra istituzione (anzi «plasma il consumatore che apprezza i prodotti istituzionali più dell’aiuto non professionale del vicino»), e pertanto è funzionale a una società illiberale, grazie al suo indottrinamento coatto che educa al consumismo. I miti che la scuola persegue, infatti, sono quelli della misurazione dei valori (rigorosamente istituzionalizzati e confezionati) e del ‘progresso autoperpetuantesi’. Per finire, dal mero punto di vista libertario, la scuola resta pur sempre un’imposizione che comporta la mancanza della libertà di imparare cosa e dove meglio si crede; fenomenologicamente, «la scuola obbligatoria diventa presto fine a sé stessa: un soggiorno forzato in compagnia di insegnanti, compensato con il discutibile privilegio di una dose ulteriore di tale compagnia».

A questo punto immagino già le contestazioni, anche da parte di alcuni sedicenti anarchici: meglio ammaestrati dalla scuola pubblica (sì, statale!) che ignoranti e inermi nelle mani dei potenti. La risposta di Illich è esemplare: «certo il dare a tutti eguali possibilità d’istruzione è un obiettivo auspicabile e raggiungibile, ma identificare questo obiettivo nella scolarizzazione obbligatoria è come confondere la salvezza eterna con la chiesa» (il che, detto da un ex sacerdote, fa ancora più effetto). Descolarizzare non significa bandire l’apprendimento e foraggiare l’insipienza: significa soltanto togliere alla scuola il primato di agenzia formativa permanente e obbligatoria, considerati i suddetti rischi che comporta; significa capire che la scuola è uno ‘pseudoservizio pubblico’ basato sul falso presupposto che l’apprendimento sia il risultato di un insegnamento programmatico; significa comprendere che «la scuola, facendo abdicare gli uomini alla responsabilità del proprio sviluppo, ne conduce molti a una sorta di suicidio spirituale». Inoltre – non per ultimo – «descolarizzare significa abolire il potere di una persona di costringere un’altra a partecipare a una riunione»!

Illich, indagando le dinamiche dell’apprendimento, propone delle alternative alla scuola, immaginando delle ‘trame di possibilità’ – delle reti sociali che offrano servizi per la consultazione di oggetti didattici e di educatori, ma soprattutto che facciano sorgere delle ‘centrali delle capacità’ (in cui chiunque sia capace possa mettere a disposizione degli interessati le proprie abilità, indipendentemente dal proprio iter scolastico) e che favoriscano il cosiddetto ‘assortimento degli eguali’, ossia lo scambio di contatti proficui tra gente con gli stessi interessi e la medesima voglia di riunirsi per perseguire obiettivi simili. In ciò Illich fu profetico: immaginava che simili reti potessero essere messe in piedi coi computer. Gli utenti più smaliziati ricordano ancora con nostalgia i newsgroup e successivamente i forum, purtroppo praticamente spazzati via prima dall’individualismo e dal protagonismo dei blog e poi dalla ‘socialità’ voyeuristica dei cosiddetti social network…

A questo punto (vergognandomi non poco del mio sterile percorso pubblico di studi, per fortuna concluso) lascio ai perplessi l’ultima breve considerazione libertaria di Illich. «Dappertutto il programma occulto della scolarizzazione inizia il cittadino al mito dell’efficienza e benevolenza delle burocrazie guidate dalla conoscenza scientifica». Il laureato di oggi, che ieri sognava soltanto di entrare tra i ricchi, è lo schiavo dei potenti di domani.

(Recensione anarchica pubblicata nel numero 309 di Sicilia Libertaria).

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