Della tassazione La mano che prende e la mano che dà di Peter Sloterdijk

Forse l’unico pregio dell’attuale governo, privo anche di quel minimo di legittimazione elettorale che possa pur solo farsescamente farlo passare come “democratico”, è la totale assenza di ipocrisia in ambito fiscale. Nessun proclamo né vanto di diminuzione delle tasse; anzi viene rivendicato con fierezza l’aumento delle stesse – indispensabile, dicono, per appianare quell’entità nota come “debito pubblico” – e si inasprisce la lotta all’evasione fiscale sguinzagliando spietatamente i mastini di Equitalia.

Credo che, al di là delle critiche verso la condotta di un governo fagocitante e niente affatto redistributivo, si debba riflettere nuovamente sul senso della tassazione – argomento purtroppo negletto presso diverse cerchie di anarchici, timorosi forse di passare per filocapitalisti. Peter Sloterdijk, noto filosofo contemporaneo, ci ha provato con una serie di articoli pubblicati a partire dal 2009 su varie riviste tedesche, parzialmente riproposti per i lettori italiani in “La mano che prende e la mano che dà” (Raffaello Cortina 2012).

La riflessione di Sloterdijk, da lui stesso definita “provocazione”, è presto detta: consiste nel «prendere in considerazione la graduale conversione dell’attuale sistema fiscale da rituale burocratico, basato sul prelievo obbligatorio d’imposte, in prassi basata sui contributi volontari dei cittadini a beneficio della collettività». Per quanto Sloterdijk presenti come “inusuale” questa tesi, a ben vedere non si tratta altro che del mutualismo tanto caro agli anarchici. Le reazioni dei lettori e di diversi ammiratori del filosofo non si sono fatte attendere: Sloterdijk è stato tacciato di difendere i ricchi, di minare lo Stato sociale a favore del capitalismo e di sostenere una “mendicità” disonorevole; quasi tutti hanno prospettato uno scenario in cui nessuno, egoisticamente, avrebbe più versato un solo centesimo a vantaggio della comunità.

In realtà la proposta di Sloterdijk di abbandonare l’imposizione fiscale a favore della volontarietà del contributo si basa su una visione antropologica che non è quella pessimistico-egoistica dei suoi critici (visione peraltro ormai predominante nelle nostre società, vista anzi come l’unica davvero realistica): l’uomo, secondo il nostro filosofo, è caratterizzato sia da moti “erotici”, tendenti all’appropriazione e all’egoismo, che da moti “timotici”, riconducibili all’orgoglio e al dono. L’errore di molti è di vedere nell’uomo, sulla scorta di Hobbes, soltanto un lupo per gli altri uomini – concezione che, come sappiamo, ha sempre giustificato ogni sorta di autoritarismo. In un certo senso Sloterdijk tende ad avvicinarsi a Rousseau – non facendo l’opposto errore di credere nella totale e incondizionata bontà dell’uomo primitivo o selvaggio, ma riflettendo su come l’innata solidarietà umana sia stata sopraffatta dagli attuali meccanismi fiscali impositivi e coercitivi. Negli Stati attuali non solo il “dono” diventa obbligatorio e routinario – smettendo perciò di essere tale – ma addirittura non si scorge più il nesso tra ciò che si dà e quel che ne viene fatto. La “mano che dà” – quella del contribuente – vede soltanto una rapace “mano che prende” che non è quella del destinatario finale ma quella dello Stato. La redistribuzione, se c’è, avviene in una misura forse non molto diversa da quella operata dalla Chiesa cattolica (a proposito, auspico una ricerca sui costi dello Stato non dissimile da quella sui costi della Chiesa pubblicata online ormai da qualche tempo…). In tal modo una «collettività capace di empatia» – l’obiettivo della ricerca del filosofo – diventa sempre più un’utopia remota.

In uno degli articoli contenuti nella raccolta Sloterdijk traccia una storia dell’attuale sistema di tassazione, ricollegandolo al tardoassolutismo. «Lo Stato odierno, come tutti i suoi precursori, è uno Stato che prende… che prende sempre quanto effettivamente riesce a prendere», interpretando il ruolo del “terzo invisibile” in qualsiasi scambio bilaterale. La giustificazione stessa della tassazione è spesso assente: il desiderio del cittadino di voler capire nuocerebbe al sistema fiscale stesso, indispensabile allo Stato per continuare a perpetuarsi. In tutto ciò Sloterdijk scorge solo «grossi relitti di pensiero predemocratico» – basti pensare al semplice fatto che la politica fiscale rientra nel novero di decisioni totalmente interdette ai cittadini, i quali non possono neanche scegliere verso cosa destinare i loro contributi, se alla pace piuttosto che alla guerra e ai bisognosi anziché ai politici…

Secondo Sloterdijk sono possibili quattro giustificazioni della tassazione. La prima deriva dai «“saccheggi” della tradizione bellico-predatoria» – messi ancora in atto dagli USA con le guerre per il petrolio, nonché in genere da tutti i paesi capitalistici con le loro economie globalizzanti. Tuttavia oggi la tassazione è perlopiù interna; si sono perciò fatte strada altre giustificazioni, come quella «autoritaria e assolutistica delle “imposte”» consistente in «“balzelli” spettanti allo Stato su ogni sorta di reddito, patrimonio, merce e servizio». Ovviamente una visione del genere non spiega un bel niente, visto che può basarsi soltanto sulla dovuta “gratitudine” dei cittadini verso lo Stato padre (e padrone). Il terzo modo per spiegare e procurare le tasse si basa sull’argomento della “retro-espropriazione” – che è poi quello proposto dai marxisti nella forma di “espropriazione degli espropriatori”. Questo “contro-furto” necessita nondimeno di una struttura statale o parastatale (in ogni caso autoritaria e violenta) per essere messo in atto – cosa che sembra ancora sfuggire a diversi anarcocomunisti… «Il quarto modo per reperire e giustificare le entrate della mano pubblica è rappresentato dall’attività di donatori e benefattori inseriti nella tradizione filantropica», ed è chiaramente l’unico accettato da Sloterdijk. Il problema, se mai, sarebbe quello di suscitare dei sentimenti di solidarietà che rendano non solo auspicabile ma anche possibile una simile forma di fiscalità. In tal senso la filosofia di Sloterdijk, sebbene non apertamente, sembra stemperarsi in una pedagogia – o meglio in un’educazione all’automiglioramento – che ha ancora da venire.

È chiaro che oggi la tassazione, non potendo più basarsi – non del tutto almeno – sulla prima modalità né erigendosi ancora sulla base dell’ultima, è tutta fondata su un misto di autoritarismo ammantato dell’ideologia della “redistribuzione” (propri, rispettivamente, del secondo e del terzo argomento); «fondendosi, i due complessi hanno prodotto un blocco che non ha lasciato alla parte che dà altra opzione se non quella di sottomettersi». L’alleanza democratica tra cittadini viene totalmente eclissata; lo Stato si autorappresenta come la sola «potenza operante per il bene comune» nonché come unica «agenzia autorizzata, sul piano morale, a occuparsi dell’assistenza sociale complessiva». Si distoglie così del tutto l’attenzione dalla mano che dà – aprioristicamente e forzatamente intesa come necessariamente egoistica – a favore della mano che prende: il “fabbisogno dello Stato” sovrasta qualsiasi altra possibile motivazione; di conseguenza «il fisco è il vero sovrano della società moderna».

Il lettore curioso troverà nel libro altre analisi della tassazione, affiancate da riflessioni su un’“etica del dare” ancora tutta da costruire. Sloterdijk si autodefinisce come “socialdemocratico” ed è apertamente per una «volontarietà nelle vicende sociali», mortificata a tutte le latitudini con lo spauracchio della “naturale” misantropia umana – cosa purtroppo sostenuta, rileva il filosofo, non solo dalle Destre ma anche dalla Sinistra reazionaria. A noi anarchici, per finire, resta solo da chiederci: a chi nuoce, oggi, non pagare le tasse? Anni fa, sinistroidamente, avrei pensato: ai reietti, agli emarginati, agli onesti; ora non ho dubbi: allo Stato e al suo nefasto mantenimento.

(Recensione anarchica pubblicata nel numero 320 di Sicilia Libertaria).

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