Contro la servitù Discorso sulla servitù volontaria di Étienne de La Boétie

Ci sono periodi in cui, per il troppo o il troppo poco lavoro, manca il tempo o la voglia di leggere. Ma al caldo sotto le coperte dopo l’ennesima giornata stressante, o al freddo nei tir che stanno paralizzando l’Italia, è difficile sottrarsi al fascino d’un libello senza età, un grande classico che si divora in un’oretta ma resta impresso a vita.

Discorso sulla servitù volontaria (ripubblicato da Chiarelettere nel 2011, ma reperibile gratuitamente in rete) è l’opera unica di Étienne de La Boétie, filosofo francese del Cinquecento. Scritto attorno ai vent’anni e noto anche come “Il Contr’uno”, il Discorso è un pamphlet anarchico e disobbediente che mette in guardia contro i nascenti Stati assoluti (ma esistono stati che non siano assoluti, ossia sciolti da ogni vincolo esterno?) e contro ogni padrone, che sia uno soltanto o più d’uno, come accade nelle democrazie rappresentative (ma esistono democrazie non rappresentative, ossia dirette?). Infatti «è un’estrema disgrazia esser soggetti a un padrone della cui bontà non si può mai esser sicuri poiché ha sempre il potere d’incattivirsi a proprio piacimento, e avere parecchi padroni significa essere parecchie volte vittime di una tale disgrazia».

Ma ciò che maggiormente lascia perplessi non è tanto l’esistenza di padroni, quanto di servi e schiavi che volontariamente accettano di subire un potere superiore: «vorrei solo comprendere – si chiede La Boétie – come è possibile che tanti uomini, tanti borghi, tante città, tante nazioni sopportino talvolta un tiranno solo, che non ha forza se non quella che essi gli danno, che ha il potere di danneggiarli unicamente in quanto essi vogliono sopportarlo, che non potrebbe far loro alcun male se essi non preferissero subirlo invece, in forma estesa, di contrastarlo». Certo, oggi ci sono eserciti di picchiatori professionisti pronti a sedare sul nascere ogni insubordinazione, ma La Boétie ci ricorda la grande disparità numerica tra le migliaia di uomini asserviti e quell’uno o quell’élite che di questa servitù si avvantaggia. La sola disumanità e ferocia dei governanti che tiranneggiano un numero sterminato di uomini-servi dovrebbe spingere questi ultimi a scrollarsi di dosso le catene – sempre che non siano ormai irrimediabilmente vili e codardi o privi di dignità…

La ricetta proposta da La Boétie per disfarsi del tiranno ed essere liberi è semplice: smettere di servirlo. «Non v’è bisogno di distruggerlo; egli vien meno da solo a patto che il paese non acconsenta alla propria servitù. Non è necessario strappargli alcunché, basta solo non dargli nulla». L’invito alla disobbedienza è chiaro; il metodo da adoperare è un po’ più implicito: non dare modo allo Stato di sostenersi. In altre parole: non pagare le tasse. È vero che diversi anarchici non sono, almeno in linea di principio, contrari alla tassazione, vista come strumento di redistribuzione; ciò purtroppo potrebbe essere vero solo in una utopica società collettivizzata, non nelle nostre “democrazie” che di fatto creano una contrapposizione tra governanti e governati – o tra padroni e servi, per usare un gergo che da La Boétie, tramite Hegel, giungerà a Marx – e in cui le tasse servono per soggiogare più che per dispensare servizi. Se usassimo contro la tassazione statale lo stesso zelo che adoperiamo contro l’otto per mille alla Chiesa – di cui viene ridistribuito ai poveri appena un quinto – saremmo già a metà dell’opera di abbattimento del regime…

«I tiranni, quanto più saccheggiano, tanto più pretendono, quanto più rovinano e distruggono, tanto più ricevono, quanto più li si serve, tanto più si fortificano e diventano sempre più forti e più capaci di annientare e distruggere tutto; ma se non gli si consegna niente, se non gli si obbedisce affatto, senza combattere, senza colpirli, ecco che restano nudi e sconfitti, non sono più nulla, come rinsecca e muore il ramo che non riceve più linfa dalle radici». La resistenza, dunque, non dev’essere necessariamente attiva e violenta; può avere inizio dalla disobbedienza civile – come suggerisce La Boétie, dal rifiuto di lasciarsi sottrarre sotto gli occhi il reddito, i campi, le case (Equitalia ci dice qualcosa?). Si dovrebbe inoltre smettere di dare al tiranno gli occhi per spiarci e le mani per colpirci che noi stessi forniamo (è un caso se chiamiamo costoro “fascisti”?).

La Boétie vede, purtroppo, non poche difficoltà per il trionfo della libertà. Una è il fatto che spesso la servitù deriva dall’abitudine, se non dall’indottrinamento, o dalla stolta convinzione di non essere servi per il solo fatto che ci si è scelti i propri padroni. Un’altra è l’isolamento in cui credono di vivere i libertari («per quanto sia grande il numero di coloro che sono rimasti fedeli alla libertà, il loro zelo e l’attaccamento che essi hanno per la libertà restano inefficaci, dato che non si conoscono tra loro… nelle loro fantasticherie, essi restano del tutto isolati»). L’ultima, forse la più importante, è ciò che oggi chiameremmo clientelismo: il tiranno controlla direttamente cinque o sei persone, alle quali obbediscono seicento, e questi a loro volta «ne hanno sotto di loro seimila cui fanno fare carriera, ai quali fanno avere il governo delle provincie». In pratica il sistema funziona bene (per i governanti!) perché la rete in apparenza avvantaggia parecchi: «insomma, grazie a favori o vantaggi, a guadagni o imbrogli che si realizzano con i tiranni, alla fin fine quelli cui la tirannide sembra vantaggiosa quasi equivalgono a quelli che preferirebbero la libertà».

L’invito libertario di La Boétie è rivolto dunque a tutti coloro che non hanno alcun vantaggio dal tiranno: «siate risoluti a non servire più, ed eccovi liberi». I dubbi, le ombre o lo snobismo che si sono diffusi contro i forconi hanno purtroppo offuscato la consapevolezza che la protesta partita da agricoltori e autotrasportatori in realtà tocca tutti noi – commercianti, artigiani, studenti, disoccupati – in quanto vessati da un medesimo sistema economico-politico criminale.

(Recensione anarchica pubblicata nel numero 314 di Sicilia Libertaria).

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