Contro il regime Come abbattere un regime di Gene Sharp

Continuando il discorso – il percorso – intrapreso nella scorsa recensione, facciamo un salto di cinque secoli e vediamo cosa possa significare “disobbedienza” ai giorni nostri. Rivolgiamoci a Gene Sharp, noto teorico della nonviolenza e della disobbedienza civile nonché fondatore dell’Albert Einstein Institution.

Come abbattere un regime – tradotto e stampato da Chiarelettere nel 2011, ma disponibile gratuitamente in rete – è un vero e proprio manuale di “lotta” nonviolenta, un trattatello di disobbedienza civile allo scopo di abbattere i regimi dittatoriali. Scritto per aiutare i birmani ad uscire dalla dittatura militare, ha spinto i serbi a liberarsi di Milošević e ha ispirato la primavera araba. Pubblicarlo l’anno scorso in Italia poteva avere lo scopo di spingere a protestare contro il Presidente Prescritto – almeno questo dovettero augurarsi i giustizialisti del Fatto. Rileggerlo oggi ha senso, per noi anarchici, perché non è cambiando i governanti che si riacquista la libertà – cosa che dovrebbero capire molti sedicenti “democratici”.

Tra i vari metodi per contrastare il regime, Sharp opta decisamente per quelli nonviolenti, considerati come gli strumenti più efficaci. Infatti, «confidando nella violenza, si sceglie un terreno di lotta in cui gli oppressori hanno quasi sempre la superiorità», e l’insuccesso è pressoché garantito (credere che con la violenza si possa ottenere ciò che si vuole è infatti, per l’autore, solo un pregiudizio). L’intento è quello di «lottare con successo contro le dittature senza ricorrere a colossali bagni di sangue», pur consapevoli che «tutte le forme di lotta comportano costi e sacrifici. E vittime, ovviamente». Certo, per essere quanto più efficace possibile una lotta nonviolenta deve essere diffusa e capillare. Il problema è che «spesso, la popolazione è stata atomizzata: ridotta cioè a una massa di individui isolati e incapaci di lavorare insieme per raggiungere la libertà, di confidare l’uno nell’altro o persino di agire di propria iniziativa». Superare questa sfiducia reciproca – quando si dovrebbe piuttosto essere uniti contro un nemico comune – è il primo passo da compiere.

Il secondo passo è capire come si reggono e persistono le dittature. Qua l’analisi di Étienne de La Boétie viene ripresa in toto: «I dittatori necessitano della collaborazione del popolo su cui dominano: senza questa collaborazione non possono conquistare e mantenere le fonti del potere politico». In sostanza «il tiranno ha il potere di infliggere solo ciò a cui noi non abbiamo la forza di resistere». Le fonti del potere sono l’autorità di cui gode presso le popolazioni, le persone che gli obbediscono, le risorse materiali e le sanzioni contro i disobbedienti. Dobbiamo comprendere che nella misura in cui neghiamo questa linfa al potere – qualunque sia – ne miniamo la forza alle radici. «I governi sono in grado di reggere solo finché riforniti delle necessarie fonti di potere anche grazie alla cooperazione, alla sottomissione e all’obbedienza della popolazione e delle istituzioni. La ribellione politica, a differenza della violenza, serve esclusivamente a recidere il flusso di queste fonti». Solo una visione del genere, infatti, permette di concludere che «abbattere una dittatura è possibile».

Vengono dunque elencati con più precisione i punti deboli della dittatura, tra cui il suo fare affidamento alla cieca collaborazione dei sottoposti, la sua scarsa adattabilità a nuove situazioni, gli eventuali conflitti che possono minarla dall’interno, l’instabilità della gerarchia e, soprattutto, l’apatia, lo scetticismo e l’ostilità della popolazione. La ribellione politica nonviolenta e la disobbedienza civile mirano a colpire questi talloni d’Achille tramite «armi psicologiche, sociali, economiche e politiche imbracciate dalla popolazione e dalle istituzioni sociali». Una lista di quasi duecento di queste “armi” – tra cui scioperi, boicottaggi, volantinaggi, controinformazione, opere satiriche, proclami, comizi, manifestazioni, occupazioni, marce e tant’altro – la si trova in fondo al libro, e dovrebbe essere fotocopiata, appesa e consultata quotidianamente per testare la nostra resistenza al sistema.

La seconda parte del libro si concentra sulla necessità di una pianificazione strategica della lotta nonviolenta – forse la parte meno interessante per noi, ma più essenziale per chi ha a che fare con dittature più repressive di quelle nostrane. «Per ottenere il successo in una campagna di ribellione politica contro una dittatura, è fondamentale che la popolazione afferri il concetto di non collaborazione»: la lotta politica o è un impegno costante, continuo e diffuso o è pressoché inutile.

Il finale palesa le intenzioni dell’autore, che sono quelle di aiutare i popoli a costruirsi una democrazia duratura. Il titolo originale, infatti, è “From Dictatorship to Democracy” (in italiano presente solo come occhiello in copertina). Non per questo è per noi una lettura oziosa, per vari motivi: il fatto di vivere in una democrazia – almeno sulla carta – non significa in automatico vivere democraticamente (in ogni caso, poi, una democrazia rappresentativa concede al dêmos solo l’illusione del potere); anche in paesi apparentemente civilissimi possono esistere dittature nascoste, come quella economica, che reggono le sorti di interi popoli (la Grecia ne è oggi la dimostrazione più lampante; in Italia stentiamo ad ammettere di trovarci nella stessa situazione); inoltre i metodi di lotta nonviolenta possono essere utilizzati ovunque si abbia della libertà soltanto la parvenza.

«La non collaborazione e la ribellione politica di massa sono in grado di alterare le situazioni sociali e politiche, soprattutto i rapporti di forza, tanto da privare la dittatura della capacità di controllare i processi economici, sociali e politici di governo». Con questa consapevolezza rileggiamo l’elenco delle 198 azioni nonviolente (in italiano qui e qui), e vediamo quali mettere in pratica.

(Recensione anarchica pubblicata nel numero 315 di Sicilia Libertaria).

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