Buon saturnale

Quest’anno non voglio accettare gli auguri (che un dio me ne dia la forza!).

Non (sol)tanto perché ricevere le grandi e appiccicose vasate sicule non mi garba – specie da chi meriterebbe davvero solo colpi di vasi in testa.

Non solo perché le grandi feste familiari non hanno mai fatto per me – né me ne hanno mai fatte, grazie al dio a cui non si crede troppo.

È proprio per quel disagio fastidioso di non capire perché e per cosa mi facciano gli auguri, a me – specie chi sa già che reputo rettamente la teologia ancella dell’insipienza.

Dite: è una consuetudine, prima ancora che una ricorrenza cristiana. Mi citate all’uopo pure “Cartesio” – per me: Descartes – in uno dei suoi passi più abusati, quello in cui (si) propone di «obbedire alle leggi e ai costumi del paese»: ma questa è la prima massima della morale “provvisoria”, pavida («conservando fedelmente la religione in cui Dio mi ha fatto la grazia di essere educato fin dall’infanzia») e mediocre («regolandomi… secondo le opinioni più moderate», che per motivi incomprensibili dovrebbero essere pure quelle di “maggiore buon senso”), ed erano tempi in cui serviva prudenza, specie da parte dei diversamente credenti; oltretutto insabbia sordidamente quanto era stato conquistato all’inizio del discorso:

«È bene sapere qualcosa dei costumi degli altri popoli per giudicare meglio dei nostri, invece di ritenere ridicolo e irragionevole tutto ciò che contrasta con le nostre usanze, come succede di solito a chi non ha visto nulla» (R. Descartes, Discorso sul metodo, I parte).

E allora, cari credenti, cerchiamo cartesianamente di viaggiare, di immaginare di approdare in un paese ateo o diabolico o pagano o blasfemo in cui si celebri, una volta l’anno, la scoperta dell’inesistenza di dio o l’avvento di Satana o l’uccisione di Dio o la crocifissione di Cristo; avvenga che ciò sia festeggiato con gran profusione di reciproci auguri, a voler celebrare e cementare per sempre quella conquista sociale: buon baccanale, porca madonna, buona morte di dio!

Lì un cristiano che si rispetti, per quanto in minoranza, dovrebbe sottrarsi a quella che ritiene una ributtante e lurida farsa, dovrebbe esporre le ragioni della propria contrarietà, avrebbe – sentirebbe – il dovere di dire la sua (fede). Se non lo fa o ha timore della reazione della maggioranza o non è veramente credente.

Bene: provvisoriamente – qui, finora – io mi sono permesso di non capire cosa sento, ascoltando così gli auguranti. Ma stasera capirò se sono più agnostico o ateo – o sia strafottente passivo o attivo.

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