Arte al limite

Per quanto riguarda* l’arte degli estremi (e degli estremismi), forse ben pochi conosceranno l’opera di tale sconosciutissimo (ai più, beninteso) Rudolf Schwarzkogler. Altro che merda in scatola!


Ci troviamo nell’ambito della body art, ma in una delle sue correnti più deteriori, più masochistiche, più nichilistiche se vogliamo, una corrente volta all’annullamento del corpo… ma nel vero e proprio senso della frase. Se Stelarc immagina di rimpiazzare le proprie viscere “inutili” (ma come distinguerle da quelle utili?) con altre frutto di avanzata tecnologia – parando, con l’immaginazione, ben oltre quel che il nostro sistema immunitario (per dirne uno) permetterebbe – invece Schwarzkogler si diede, assai più semplicemente1, all’automutilazione, all’annullamento di parti di sé in continui giochi castratori e in performance mummiesche nelle quali ci ha lasciato le penne bende…
C’è poi quell’altro pazzo, quello che si fece sparare ad un braccio da un suo amico, in una sua performance dal titolo, per l’appunto, Shoot… tale Chris Burden.


Noto anche per un’altra mitica performance, The Big Wheel, nella quale, in due paroline, l’artista accelerava sulla sua moto, sospesa da terra e collegata ad una enorme ruota da svariate tonnellate, che fungeva da volano.


La metafisica del rischio stava nella possibilità che la moto fuggisse dal supporto, o che la stessa “grande ruota” si sganciasse provocando disastri (se non la stessa morte dell’artista in moto), o ancora che gli abiti dello stesso Burden si incagliassero tra gli ingranaggi dell’immenso meccanismo… Sembra poco, vero? Il tutto, nelle sue sperimentazioni concettuali sul ruolo dell’energia, nonché sui limiti corporei. Delle altre sue performance accenno incidentalmente (il darsi fuoco, il provare a respirare acqua, la crocifissione sul Maggiolino); aggiungerei che ha anche inscenato un finto incidente, più o meno mettendosi a terra, sulla strada, coperto da un telo – con le macchine che gli passavano a fianco! –, e si è pure fatto trascinare ignudo su vetri rotti – cosa fatta anche dalla Gina Pane, e chissà da quanti altri… Folle? Genio? Spericolato (ma anch’egli avrà prese le sue precauzioni: pare che lo sparo al braccio gli procurò soltanto un graffietto…). Ma ci sono pazzi e pazzi. Ci sono pazzi che con la tecnologia ci giocano e, perché no, ci fanno pure spettacolo (nulla togliendo alle implicazioni teoretiche delle loro performance); e ci sono pazzi che con la tecnologia ci fanno esperimenti un tantino più fondati… ma non per questo meno spettacolari (vedi certi esperimenti al limite dell’umano). E Stelarc a quale gruppo di folli appartiene?


A un mio topic futuro gl’incauti lettori il compito di approfondire la conoscenza di costui. Frattanto mi sovviene un giudizio espresso da Gillo Dorfles, noto critico d’arte – ma prevalentemente volto alla sua dimensione meramente estetica, come forse sarebbe di giusto parlando di arte – nel suo Ultime tendenze nell’arte d’oggi: qui, della Orlan si parla come di una tizia che si è fatta mostruosamente sfigurare il volto a furia di interventi di chirurgia plastica; Stelarc è invece soltanto un tizio che… ma vabbè, tanto vale citare integralmente il passo: «Ecco ad esempio, nel caso di una Gina Pane, il suo pungersi le vene con le spine di una rosa, macchiando di sangue il candido pigiama, era tale da creare una situazione insieme “teatrale” e cromatica di indubbia efficacia. Il che non avviene nelle “operazioni” di una Orlan, volte soltanto a immostruosire il suo volto, o nelle “sospensioni” di Stelarc, dove ganci metallici affondano nella cute del ventre, senza alcuna giustificazione estetica, ma solo con una motivazione psicopatologica». Ma vediamo la ricerca estetica di Gina Pane, della sua poesia fatta di delicati accostamenti cromatici (il lindo pigiama bianco, le rose, il sangue cremisi).


Dal punto di vista squisitamente estetico, di una estetica come ricerca del bello (ma non venite a chiedermi cosa sia il bello, ve ne prego. Al più, fatevelo spiegare da Platone…), sento di dover concordare con Dorfles. Ma il fatto è che il bello nell’arte pare essere morto da tempo, sostituito da nuove e diverse istanze che non starò qui ad elencare; quindi, non colgo, anzi non riesco del tutto a giustificare l’avversione di questo critico verso le espressioni artistiche dei nostri “paladini” della cybercultura… Forse Dorfles, a proposito di “psicopatologia”, dimentica certe performance della stessa Gina Pane, a suon di slamettate… (…ma dimenticavo di aggiungere che il capitoletto in cui Dorfles parla di body art, consistente in appena una decina di paginette ove si vogliono condensare le principali esperienze artistiche dell’ultimo ventennio del XX secolo, pare sia stato scritto di tutta fretta, giusto per aggiornare l’edizione – la penultima risaliva a sedici anni prima – con le ultimissime tendenze artistiche. Possibilmente quello di Dorfles è stato un errore di valutazione, o una pecca di leggerezza).
E poi forse, più semplicemente, ogni epoca vede morire il proprio concetto di “bello” in mano a dei pretenziosi “provocatori”. Si pensi al Caravaggio, maudit ante litteram per il suo materiale realismo, ancor prima che per le vicende della sua vita. E si pensi al volgare realismo del Courbet, o ai tumefatti corpi di un Renoir, e alle scomposizioni disarticolate di Picasso (giusto per nominare quei quattro artisti più famosi), per giungere alle contorsioni corporee (queste si, precursori della body art!) del grandissimo Schiele


Eh si, pare proprio che l’arte, per il contemporaneo, non sia mai2 veicolo del bello… Si fa un gran parlare, piuttosto, di arte come “provocazione” . Mi chiedo se davvero si possa accomunare tutta l’arte nel nome di gioco simbolo festa, come vorrebbe Gadamer. Pare che ogni ambito di sapere, ogni ‘materia’ – in questo caso, l’ermeneutica e la semiotica – riesca a ritagliare per sé un principio base di verità, in base al quale interpretare l’intera realtà (tutta!). Ecco perché sono scettico nell’interpretare l’arte odierna come semplice frutto di provocazione – specie in un’epoca dove pare non ci si scandalizzi quasi più di nulla (al più, di qualche manichino di Cattelan…). Mi pare che la cosa non renda onore né all’arte, né all’ermeneutica, né alla storia dell’arte e alla filosofia ad essa sottesa.
Per finire, vorrei segnalare una bella pagina (un po’ pesante da caricare, e anche da leggere… ma ne vale la pena) che tratta i rapporti tra arte e corpo umano – e anche postumano! –, alla luce delle esperienze della body art. Mi sembra un buon punto di partenza per degli studi sull’arte corporea, e per sapere qualcosina in più sulle esibizioni della bella Marina Abramovic, sul travestitismo di Urs Luthy, sulle cruente immolazioni di Nitsch, sulle “sculture viventi” Gilbert & George. E questi sono soltanto i più noti!

1 Sto banalizzando e sto scherzando, ovvio. L’arte non è mai semplice – meno che mai quella di tizi controversi come il povero Rudolf. Ci sarebbe molto da parlare, sulle sue performance, o meglio “azioni” (donde Aktionismus), ma assai probabilmente non sono la persona più adatta a farlo.
2 Altra generalizzazione alquanto stupida, e apertissima a contestazioni. Si può fare una storia dell’arte sugli integrati, quanto sui contestatori, a quanto pare… (ma i più grandi rimangono pur sempre questi ultimi, più coraggiosi!).

N.B.: alcuni links adesso non funzionano più. Nella speranza – pressoché vana – che tornino presto on line, ho deciso di lasciarli ‘attivi’ e intatti anche per non stravolgere particolarmente l’assetto dell’articolo.

* Argomento tratto, con alcune modifiche, da un mio vecchio post su Cybersofia.

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