Approdai a Combray

A lungo mi sono coricato di malora. Presto però appariva Proust, inquietante nella sua mole quanto rassicurante nella sua sapienza. No, non ho finito di leggere la Recherche: soltanto la prima parte del primo libro1, e già mi sento tracotante al punto da voler dire la mia. – La mia? Chi mai può dir la sua sulla parola di un altro? Si sbagliavano i medievali, come sempre: non siamo manco nani sulle spalle dei giganti. Siamo parassiti sulle pagine dei grandi. Acari della carta. Maniaci di libri, dunque maneggiatori di opinioni. Ma tant’è. Tra le opinioni, una massa dichiarano che Proust sia noioso. Lo è? Di certo è prolisso: pare che la sua sia l’opera letteraria col record di lunghezza. È dunque illeggibile? No, prendendo il giusto tempo2.

Proust cofanetto

Ebbene, è vero: Proust spara periodoni a prima vista indecifrabili, distesi come serpi aggrovigliate fra i rovi. Prendere o lasciare. Ma sta’ certo che Proust ti prenderà fin dalla prima pagina, quando anche a te, nel tuo lettuccio, scivola il libro dalle mani dopo una lunga stanca giornata, e le palpebre si sono fatte pesanti tanto quanto i pensieri apparentemente leggiadri.

«A lungo, mi sono coricato di buonora. Qualche volta, appena spenta la candela, gli occhi mi si chiudevano così in fretta che non avevo il tempo di dire a me stesso: “Mi addormento”. E, mezz’ora più tardi, il pensiero che era tempo di cercar sonno mi svegliava; volevo posare il libro che credevo di avere ancora fra le mani, e soffiare sul lume; mentre dormivo non avevo smesso di riflettere sulle cose che poco prima stavo leggendo, ma le riflessioni avevano preso una piega un po’ particolare; mi sembrava d’essere io stesso quello di cui il libro si occupava: una chiesa, un quartetto, la rivalità di Francesco I e Carlo V» (I, 5)3.

madeleine

Narrazione allo stato puro, tanto più è vera questa celebre ouverture. Ma la cosa più citata di Proust è, ci siamo abituati4, l’episodio delle madeleine. Non mi stupisce: ti ci imbatterai già al secondo giorno di lettura, se avrai superato la prima ventina di pagine. Ecco che Proust, da immondo, atroce, assurdo (come scriverà non molto tempo dopo un altro francese eccellente – nonché un suo lettore –, Céline) quale sarà anch’egli stato, smette di sentirsi mediocre, contingente, mortale. Noi con lui, per un momento.

«Erano già parecchi anni che tutto quanto di Combray non costituiva il teatro e il dramma del mio andare a letto aveva smesso di esistere per me, quando, un giorno d’inverno, al mio ritorno a casa, mia madre, vedendomi infreddolito, mi propose di bere, contrariamente alla mia abitudine, una tazza di tè. Dapprima rifiutai, poi, non so perché, cambiai idea. Mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti che chiamano Petites Madeleines e che sembrano modellati dentro la valva scanalata di una “cappasanta”. E subito, meccanicamente, oppresso dalla giornata uggiosa e dalla prospettiva di un domani malinconico, mi portai alle labbra un cucchiaino di tè nel quale avevo lasciato che s’ammorbidisse un pezzetto di madeleine. Ma nello stesso istante in cui il liquido al quale erano mischiate le briciole del dolce raggiunse il mio palato, io trasalii, attratto da qualcosa di straordinario che accadeva dentro di me. Una deliziosa voluttà mi aveva invaso, isolata, staccata da qualsiasi nozione della sua causa. Di colpo mi aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, inoffensivi i suoi disastri, illusoria la sua brevità, agendo nello stesso modo dell’amore, colmandomi di un’essenza preziosa: o meglio, quell’essenza non era dentro di me, io ero quell’essenza. Avevo smesso di sentirmi mediocre, contingente, mortale. Da dove era potuta giungermi una gioia così potente?» (I, 55-56).

Proust fumetto

Qua la memoria volontaria5 cede il passo a quella più potente, casuale6: sarebbe stato uno sforzo vano cercare di evocare il passato con la sola intelligenza7. Seguono di conseguenza pagine dense di ricordi, che ci fanno sentire un po’ dei voyeur a fare la spola tra la camera da letto di Proust bambinetto (con e senza mamma) e quella di zia Léonie vecchietta, la stanzetta dall’odor di giaggiolo e la cucina profumata di pollo, la parte di Swann e quella di Guermantes (con rispettive strade e paesaggi e abitanti). Potremmo un po’ annoiarci il terzo giorno se il nostro forte non sono le descrizioni – sempre chirurgiche e leggiadre, come suggeriva la Woolf8 – ma al quarto si riapre per noi il piacere della lettura, al contempo di Marcel.

«In quella specie di iridescente schermo di stati diversi che la mia coscienza, mentre leggevo, dispiegava simultaneamente, e che spaziava dalle aspirazioni più profondamente nascoste dentro di me sino alla visione affatto esteriore dell’orizzonte che si offriva ai miei occhi dal fondo del giardino, quel che c’era innanzitutto e più intimamente dentro di me, la leva in continuo movimento che governava tutto il resto, era la mia fede nella ricchezza filosofica, nella bellezza del libro che leggevo e il mio desiderio di appropriarmele, indipendentemente dall’identità del libro stesso» (I, 103).

È il più bell’elogio al libro (e di conseguenza alla lettura e alla scrittura) che abbia mai letto.


Note:
  1. Adesso mi attende il romanzo nel romanzo, come lo chiamano: Un amore di Swann.
  2. Nel mio caso sono non più d’una trentina di pagine al dì, o meglio alla notte…
  3. Il numero ordinale (in cifra romana) si riferisce al volume della Recherche; quello cardinale (in cifra araba) alla pagina in italiano dell’edizione in mio possesso: quella Mondadori, traduzione di Giovanni Raboni, in sette (otto con Sulla lettura) volumi – il cofanetto dunque, non i Meridiani.
  4. «L’abitudine! arredatrice esperta, ma terribilmente lenta, che comincia con il lasciar soffrire il nostro spirito per settimane e settimane in una sistemazione provvisoria, ma che questo, nonostante tutto, è ben felice di trovare, giacché senza l’aiuto dell’abitudine, con i suoi soli mezzi, sarebbe del tutto incapace di rendere abitabile una casa» (I, 11).
  5. «Ma poiché quello che avrei ricordato sarebbe affiorato soltanto dalla memoria volontaria, dalla memoria dell’intelligenza, e poiché le informazioni che questa fornisce sul passato non ne trattengono nulla di reale, io non avrei mai avuto voglia di pensare a quel resto di Combray. Per me in effetti, era morto. Morto per sempre? Poteva darsi» (I, 54-55).
  6. «Il caso ha gran parte in tutto ciò, e spesso un secondo caso, quello della nostra morte, non ci permette di aspettare troppo a lungo i favori del primo» (I, 55).
  7. «Così è il nostro passato. È uno sforzo vano cercare di evocarlo, inutili tutti i tentativi della nostra intelligenza» (I, 55).
  8. «La qualità di Proust è l’unione dell’estrema sensibilità con l’estrema tenacia. È resistente come il filo per suture ed evanescente come la polvere d’oro di una farfalla» (Virginia Woolf, Diario di una scrittrice); così è riportato sul retro di ogni volume della mia edizione.
Questa voce è stata pubblicata in www.davidetomasello.it e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.