Ancora più grandi? Come si esce dalla società dei consumi di Serge Latouche

Sviluppo, progresso, crescita: non bisogna certo scomodare i più profittanti capitalisti per sentire pronunciare, ancora una volta, questi termini-feticcio, queste ricette che promettono una cura sicura contro la crisi, queste idee tanto sbandierate come portatrici e anzi sinonimi di benessere certo per tutti.

Come si esce dalla società dei consumi (Bollati Boringhieri 2011) è l’ultima pubblicazione di Serge Latouche, economista noto per essere uno dei principali teorizzatori e sostenitori della ‘decrescita’ – il contrario dei suddetti concetti, economicamente parlando. Più che di un testo organico si tratta di una raccolta di contributi recenti: rispetto ai precedenti libri il discorso è aggiornato all’attuale crisi economica. L’obiettivo è proporre l’unica via d’uscita possibile da questo stato – e dunque anche da questo Stato.

«La via della decrescita è quella della resistenza al rullo compressore dell’occidentalizzazione del mondo, del dissenso nei confronti del totalitarismo rampante della società dei consumi globalizzata», leggiamo già nella prefazione. È chiaro che economia e politica sono la stessa cosa, due aspetti dello stesso potere: pertanto sottrarsi al consumismo è già opporsi all’oligarchia. Purtroppo ciò non basta: un mondo con delle risorse limitate non può accogliere una società dagli appetiti sconfinati – quella della crescita promessa da tutte le parti politiche e abbracciata con entusiasmo da ogni telespettatore-consumatore. Basta un rapido calcolo: anche una crescita annua dello 0,7%, considerata una stagnazione, porterebbe al raddoppio ormai insostenibile nel giro di un secolo. A questo punto anche i propugnatori del pretenzioso ‘sviluppo sostenibile’ sono messi all’angolo; «un solo scenario è dunque credibile e sostenibile: quello della sobrietà, secondo le raccomandazioni dettate dall’idea della decrescita».

Serge Latouche

Se vogliamo uscire dal ‘totalitarismo produttivista’, prima dell’azione (che Latouche auspica pacifica e non-violenta) è necessaria una solida critica. Bisogna andare alla base del sistema economico imperante. Bisogna capire che crescita economica non significa ricchezza per tutti, ma sfruttamento per i più («se fosse vero che la crescita produce meccanicamente il benessere, oggi tutti noi vivremmo in un paradiso», annota amaramente l’autore). Bisogna considerare che le risorse energetiche, così come le conosciamo e consumiamo oggi, non sono infinite. Bisogna, soprattutto, comprendere che il sistema è basato su fragili ma pervasive menzogne. «I tre pilastri del sistema consumistico sono la pubblicità, che crea instancabilmente il desiderio di consumare, il credito, che fornisce i mezzi per consumare anche a chi non ha denaro (grazie al sovraindebitamento), e l’obsolescenza programmata, che assicura il rinnovamento obbligato della domanda». Per demolire questi pilastri, accelerando così il crollo di tale sistema esiziale, i sostenitori della decrescita propongono le ‘Otto R’: Rivalutare, Riconcettualizzare, Ristrutturare, Rilocalizzare, Ridistribuire, Ridurre, Riutilizzare, Riciclare. Si va pertanto oltre le tre o quattro R dell’ecologia: il riciclo è vano, se si continua a produrre forsennatamente – e ancora di più, ché tanto si ricicla tutto…

I punti programmatici più prettamente sociali riprendono molte delle intuizioni che Ivan Illich (pensatore libero e libertario mai sufficientemente compianto) aveva avuto già negli anni Settanta: è auspicabile una nuova convivialità, in cui la ricchezza non è data da misure economiche ma da qualità quali i sentimenti, i saperi, la condivisione, la solidarietà. Questa è una via per la felicità più etica, più equa e soprattutto più praticabile rispetto a quella proposta dal capitalismo consumista. Da un lato, dunque, dobbiamo recuperare quelle attività umane strappate dalle aziende e dalle burocrazie, per riapprodare a una autoproduzione che è la base della propria libertà; dall’altro ci serve un sapere descolarizzato, non offuscato dalla propaganda, che ci permetta di valutare correttamente l’effettiva convenienza di certe nostre pratiche quotidiane (come ad esempio l’uso dell’automobile, assai meno efficiente della bicicletta…).

Per Latouche bisogna abbandonare definitivamente l’obiettivo della crescita: un’autentica dimensione sociale e politica può essere ritrovata solo al di fuori dell’attuale paradigma economico. Giacché lo sviluppo non è sostenibile né durevole, dobbiamo anzitutto ‘decolonizzare l’immaginario’, ossia «rifiutare l’immaginario della società della crescita e la religione dello sviluppo economico illimitato»; di più, «bisognerebbe demistificare e demitificare il grande racconto occidentale della crescita, del progresso, con la rivoluzione industriale e i miracoli della tecnologia, racconto che ha largamente contribuito alla formattazione delle menti secondo i parametri della società dei consumi».

Alla fine si giunge alla fatidica domanda: la decrescita può essere la via d’uscita dalla crisi? Latouche sostiene che «la crescita è quello che rende il capitalismo sopportabile»: è vero che la torta, almeno in apparenza, è cresciuta; tuttavia è aumentata anche la sua tossicità – a danno non solo dell’ambiente e del futuro (che stolidamente reputiamo remoti nello spazio e nel tempo), ma di noi tutti, qui e ora. Paradossalmente «la crisi ci offre l’opportunità di costruire una società ecosocialista più giusta e più democratica, una società di abbondanza frugale, fondata sull’autolimitazione dei bisogni». E se ciò non è ancora anarchia, tuttavia le si avvicina parecchio…

Forse una delle più grandi delusioni dei nostri tempi così ‘democratici’ è l’appurare che «anche il progetto redistributivo del comunismo originario si è dissolto nel consumismo». Basta guardarsi intorno. Chi da una parte dice ‘credo nello sviluppo e nella crescita’ non intende niente di differente rispetto a chi dall’altra auspica una città ‘ancora più grande’. Cambiano le facce, non le idee; per sembrare diversi basta un buon dizionario dei sinonimi.

(Recensione anarchica pubblicata nel numero 306 di Sicilia Libertaria).

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