Agalmatofilia

L’amore per persone inorganiche ha ascendenze antiche. Da parecchi millenni l’uomo si ingegna a produrre simulacri per riprodurre l’immagine umana, sovente femminea. Probabilmente è con l’arte greca del periodo classico che questa prassi raggiunge la perfezione formale, ma è al corpo del maschio adulto libero cittadino ateniese olimpico che il Greco guarda. Dovremo aspettare Prassitele per ammirare finalmente un nudo femminile ellenico…

Afrodite

…o Skopas per spiare una menade colta nel furore divino.

Menade

Tuttavia io preferisco l’alessandrina arte ellenistica, che raggiunge un dettaglio e una raffinatezza ignote all’arte classica. Qui la donna trionfa veramente…

Nike

Qui l’idealismo lascia spazio ad un verismo che risulta ancora più affascinante della compostezza aurea.

Afrodite

Non è difficile immaginare come simili statue potessero attizzare i pruriti più inconfessabili dell’uomo. Vogliamo tuttavia leggere assieme un noto brano di Ovidio, in cui questa perversione è platonica tanto quanto la conversione è aristotelica. Riporterò per intero la storia di Pigmalione, il primo amante di statue a noi noto:

«Pigmalione aveva visto le Propetidi vivere questa loro vita colpevole e, indignato dai difetti di cui la natura aveva abbondantemente dotato la donna, aveva rinunciato a sposarsi e passava la sua vita da celibe, dormendo da solo nel suo letto. Grazie però alla felice ispirazione dettatagli dal suo talento artistico, scolpì in candido avorio una figura femminile di bellezza superiore a quella di qualsiasi donna vivente e si innamorò della sua opera. Questa aveva l’aspetto di una fanciulla vera, tanto che la si sarebbe creduta viva e desiderosa di muoversi, se non l’avesse impacciata il pudore. L’arte era tanto grande da non apparire addirittura. Pigmalione stesso è preso dall’immagine di quel corpo e contemplandolo concepisce una passione ardente. Spesso allunga le mani verso la sua opera per accertarsi se si tratti di carne o di avorio e nemmeno dopo il contatto ammette che sia avorio. La bacia e gli sembra di essere baciato, le parla, la stringe e crede che le sue dita affondino nelle membra che tocca: teme perfino che per la pressione spuntino dei lividi sulla pelle. E la colma di tenerezze, e le porta quei doni che le fanciulle amano: conchiglie, sassolini levigati, piccoli uccelli, fiori variopinti, gigli, palle colorate e gocce d’ambra dall’albero delle Eliadi. Le mette anche addosso dei bei vestiti, le infila anelli alle dita e lunghe collane intorno al collo; pendono dalle orecchie perle leggere, dal petto catenelle. Tutto le sta bene: però nuda non appare meno bella. Il giovane la depone su tappeti tinti con la porpora Sidonia, la chiama sua amante, le fa appoggiare la testa su morbidi cuscini di piume, come se lei se ne rendesse conto. E viene il giorno della festa di Venere, frequentatissima da tutta la gente di Cipro: cadono, colpite alla nuca, giovenche candide come la neve, con le corna ricurve rivestite d’oro; fumano gli incensi, e anche Pigmalione porta il suo dono agli altari, davanti a cui si ferma sussurrando timidamente: “O dèi, se è vero che voi potete concedere tutto, io ho un desiderio: vorrei che fosse mia sposa…” e non osa dire “la fanciulla d’avorio” ma dice “una donna simile a quella d’avorio!”. L’aurea Venere, che è presente in persona alla sua festa, percepisce il significato reale di questa supplica ed ecco che la fiamma, interprete della benevolenza della dea, tre volte si riaccende e guizza verso l’alto. Pigmalione, non appena torna a casa, si reca dalla statua della sua fanciulla e sdraiandosi sul letto accanto a lei, prende a baciarla: gli sembra di incontrare qualcosa di tiepido. Di nuovo accosta la bocca e le tocca il petto con le mani: al tocco l’avorio si ammorbidisce, deponendo la sua rigidità; cede sotto le dita come la cera dell’Imetto si fa morbida al sole e, lavorata dal pollice, assume varie forme e rende di più quanto più la si usa. Il giovane resta attonito, quasi si lascia andare alla gioia ma teme di ingannarsi: pieno d’amore torna a toccare più e più volte l’oggetto dei suoi desideri: è proprio un corpo vivo! Le vene pulsano sotto la pressione del pollice. Allora sì che il giovane di Pafo trabocca di gratitudine e cerca le parole per esprimerla a Venere! Finalmente preme le sue labbra su una bocca vera e dà dei baci che la fanciulla sente: arrossendo ella leva timidamente verso di lui lo sguardo e ai suoi occhi appare contemporaneamente la visione del cielo e quella dell’uomo che l’ama. La dea presenzia al matrimonio di cui è stata artefice. Dopo che per nove volte la luna ebbe congiunto le sue corna a completare il cerchio, la sposa generò Pafo, da cui l’isola ha preso il nome» (Ovidio, Metamorfosi, X, 243-297).

Afrodite

Probabilmente avendo a mente i brani ovidiani Bernini produsse capolavori in cui la materia davvero è in metamorfosi: il marmo si fa carne e dunque legno.

Dafne

Bernini stesso non trovò modo migliore per esprimere l’estasi mistica delle sante che immortalarle in un orgasmo muto e appassionato.

Teresa

Quel che più colpisce, in ogni sua opera, è l’assoluta capacità di rendere il marmo vivo, caldo, morbido, palpitante, tutto da toccare.

Proserpina

Ma un nuovo apice di perfezione è quello a cui approda Canova, che trasfigura gli umani – in particolare le femmine – in figure eteree, altissime, irraggiungibili e dunque impalpabili.

Paolina

Amanti terrene e terrestri, abbandonate ad un piacere nuovamente umano, sono invece quelle immaginate da Rodin.


Simili idee sono state riprese per la realizzazione di un parco coreano a tema, in cui tutte le statue sono abbandonate ai piaceri senza tempo del sesso.


Alla realizzazione di morbide riproduzioni statuarie si dedica inoltre da tempo Madame Tussauds, con esiti felici…


Voglio ricordare adesso almeno un altro paio di manifestazioni amorose verso le statue, oltre all’esperienza di Pigmalione. La prima è nello spirito di quanto da noi sostenuto o suggerito, e ritrae ciò che i pudici artisti classici hanno voluto soltanto accennare: in una scena di Totò che visse due volte, nota pellicola di Ciprì e Maresco, un bifolco si ibrida con l’inorganico, o forse con la teosfera.


La seconda, gentilmente suggerita da Miryam, è dell’insospettabile Leopardi, che in una sua operetta immagina la costruzione di una “macchina” «disposta a fare gli uffici di una donna conforme a quella immaginata, parte dal conte Baldassar Castiglione, il quale descrisse il suo concetto nel libro del Cortegiano, parte da altri, i quali ne ragionarono in vari scritti che si troveranno senza fatica, e si avranno a consultare e seguire, come eziando quello del conte. Né anche l’invenzione di questa macchina dovrà parere impossibile agli uomini dei nostri tempi, quando pensino che Pigmalione in tempi antichissimi ed alieni dalle scienze si potè fabbricare la sposa colle proprie mani, la quale si tiene che fosse la miglior donna che sia stata insino al presente» (G. Leopardi, Operette morali, “Proposta di premi fatta dall’accademia dei sillografi”). Ma qui siamo ormai in un nuovo campo… (…continuerà?)

Per approfondire la tematica puoi dare un’occhiata alla voce di Wikipedia (in inglese) dedicata alla Statuephilia.

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