Continuando il discorso – il percorso – intrapreso nella scorsa recensione, facciamo un salto di cinque secoli e vediamo cosa possa significare “disobbedienza” ai giorni nostri. Rivolgiamoci a Gene Sharp: “Come abbattere un regime” – edito da Chiarelettere nel 2011, ma disponibile gratuitamente in rete – è un vero e proprio manuale di “lotta” nonviolenta, un trattatello di disobbedienza civile allo scopo di abbattere i regimi dittatoriali. Pubblicarlo l’anno scorso in Italia poteva avere lo scopo di spingere a protestare contro il Presidente Prescritto; rileggerlo oggi ha senso, per noi anarchici, perché non è cambiando i governanti che si riacquista la libertà.

Tra i vari metodi per contrastare il regime, Sharp opta per quelli nonviolenti, considerati gli strumenti più efficaci. Infatti, «confidando nella violenza, si sceglie un terreno di lotta in cui gli oppressori hanno quasi sempre la superiorità», e l’insuccesso è pressoché garantito (credere che con la violenza si possa ottenere ciò che si vuole è infatti, per l’autore, solo un pregiudizio). Certo, per essere quanto più efficace possibile una lotta nonviolenta deve essere diffusa e capillare. Il problema è che «spesso, la popolazione è stata atomizzata: ridotta cioè a una massa di individui isolati e incapaci di lavorare insieme per raggiungere la libertà, di confidare l’uno nell’altro o persino di agire di propria iniziativa». Superare questa sfiducia reciproca – quando si dovrebbe piuttosto essere uniti contro un nemico comune – è il primo passo da compiere.

Il secondo passo è capire come si reggono e persistono le dittature. Qua l’analisi di Étienne de La Boétie viene ripresa in toto: «i dittatori necessitano della collaborazione del popolo su cui dominano: senza questa collaborazione non possono conquistare e mantenere le fonti del potere politico». In sostanza «il tiranno ha il potere di infliggere solo ciò a cui noi non abbiamo la forza di resistere». Le fonti del potere sono l’autorità di cui gode presso le popolazioni, le persone che gli obbediscono, le risorse materiali e le sanzioni contro i disobbedienti. Dobbiamo comprendere che nella misura in cui neghiamo questa linfa al potere – qualunque sia – ne miniamo la forza alle radici. «I governi sono in grado di reggere solo finché riforniti delle necessarie fonti di potere anche grazie alla cooperazione, alla sottomissione e all’obbedienza della popolazione e delle istituzioni. La ribellione politica, a differenza della violenza, serve esclusivamente a recidere il flusso di queste fonti».

Vengono dunque elencati con più precisione i punti deboli della dittatura, tra cui il suo fare affidamento alla cieca collaborazione dei sottoposti, la sua scarsa adattabilità a nuove situazioni, gli eventuali conflitti che possono minarla dall’interno, l’instabilità della gerarchia e, soprattutto, l’apatia, lo scetticismo e l’ostilità della popolazione. La ribellione politica nonviolenta e la disobbedienza civile mirano a colpire questi talloni d’Achille tramite «armi psicologiche, sociali, economiche e politiche imbracciate dalla popolazione e dalle istituzioni sociali» – come scioperi, boicottaggi, volantinaggi, controinformazione, opere satiriche, proclami, comizi, manifestazioni, occupazioni, marce e tant’altro.

Il finale palesa le intenzioni dell’autore, che sono quelle di aiutare i popoli a costruirsi una democrazia duratura. Non per questo è per noi una lettura oziosa: il fatto di vivere in una “democrazia” – almeno sulla carta – non significa in automatico vivere democraticamente (in ogni caso, poi, una democrazia rappresentativa concede al dêmos solo l’illusione del potere). «La non collaborazione e la ribellione politica di massa sono in grado di alterare le situazioni sociali e politiche, soprattutto i rapporti di forza, tanto da privare la dittatura della capacità di controllare i processi economici, sociali e politici di governo». Con questa consapevolezza rileggiamo l’elenco delle 198 azioni nonviolente (in italiano qui e qui), e vediamo quali mettere in pratica.
(Recensione anarchica pubblicata, in forma estesa, nel numero 315 di Sicilia Libertaria).
Molto istruttivo soprattutto il finale, con il link delle 198 azioni non violente. Un sentito ringraziamento.
Grazie per la lista, dovrebbero averla tutti per poterne spuntare qualche rigo.
Il problema principale della questione “violenza vs nonviolenza” è che in realtà si tratta di un non-problema, nel senso che è un discorso che noi possiamo fare soltanto perché ce lo possiamo permettere. Se abbattere il sistema dello sfruttamento e le ingiustizie ad esso connaturate attraverso metodi violenti oppure attraverso una serie organizzata di azioni nonviolente è una scelta che alcuni non si possono concedere il lusso di operare. Penso per esempio alle popolazioni locali di territori posseduti od occupati da multinazionali che assoldano milizie private per tenere sotto controllo l’ordine pubblico, in paesi dove il rispetto delle libertà civili non è “garantito” come nelle cosiddette democrazie occidentali. A quelle popolazioni, per poter riconquistare il terreno perduto, non resta che la lotta armata, perché azioni come quelle 198 elencate porterebbero direttamente a un massacro.
«Credere che con la violenza si possa ottenere ciò che si vuole è infatti, per l’autore, solo un pregiudizio»
Direi che dipende da cosa vuoi ottenere: se cerchi il controllo sociale e il mantenimento dell’ordine costituito, allora la violenza è un ottimo strumento.
Sulla differenza tra la “democrazia” e il “vivere democratico” mi prendo la libertà di segnalare questo articolo (libertà che sono certo tu non mi toglieresti mai!).
Per il resto, stavo proprio per scrivere un articolo abbastanza simile a questo.
Monsieur en rouge, capisco la tua riflessione sulla lotta armata ma non la condivido, anche in seguito alla lettura integrale del libro che ho tentato di presentare, il quale dedica una lunga parte all’organizzazione strategica della lotta nonviolenta.
Il discorso è semplice: pressoché ovunque chi è al potere detiene al contempo il monopolio delle armi. In altre parole, non solo vieta la libera circolazione delle armi o ne controlla la vendita, ma possiede eserciti efficienti, ben armati e sufficienti a sedare rivolte altrettanto armate. Proprio grazie a questo controllo sulle armi, difficilmente i ribelli potranno essere efficienti quanto gli eserciti o le milizie di cui parli.
Quando dici che le 198 azioni pacifiche porterebbero a un “massacro”, sembri dimenticare che anche azioni armate porterebbero ugualmente a un massacro (forse anche maggiore). Ora, a meno che tu non ritenga che comunque togliersi la soddisfazione di ammazzare uno sbirro renda la morte meno atroce, non vedo come si possa sconfiggere un esercito con la guerriglia armata. A meno che questi rivoltosi non formino a loro volta un esercito – o si impadroniscano di ventottomila fucili, come accadde in quell’evento che tanto ammiri…
Il problema dunque, alla fin fine, è la partecipazione alle iniziative riottose. Una massa ben compatta è più travolgente di una sparuta minoranza di belligeranti armati – il che, se ci pensi, è sublime e terrificante.
Per il resto: è da un po’ che trascuro internet, preferendo agire (non necessariamente nel senso delle 198 azioni: penso a delle alternative, come accennavo anche qui); mi sono reso conto che nel frattempo tu hai pubblicato una decina di interventi che devo ancora recuperare. Come fai a scrivere così? Svelami il segreto.
Non c’è nessun segreto, perché il mio pubblicare interventi costituisce gran parte del mio agire e non è da contrapporvisi: se hai notato, lo spunto per molti di essi viene da discorsi iniziati personalmente con amici o conoscenti, i cui contenuti ritengo degno di essere condivisi e discussi. Per rinnovare il punto di vista delle singole persone, per arrivare ai singoli e alla loro visione del mondo. Purtroppo trovo difficile operare in altra maniera. So che non basta, ma allo stesso tempo sento che quello di torpedine è il compito che più mi si addice.
Non ritengo che la soddisfazione di ammazzare uno sbirro renda la morte meno atroce, anzi potrebbe renderla dannosa per gli obiettivi che ci si propone (penso alla lotta armata delle “avanguardie”). Quello che dico, piuttosto, è che i paletti andrebbero posti in termini di opportunità ed efficacia anziché in termini di pratiche.
Sarà allora che io, più che elettrica torpedine, sono svolazzante tafano – socraticamente. Ultimamente prediligo l’oralità: più immediata e meno a rischio di fraintendimenti. Ovviamente mi manca la scrittura; rientrerò nella fase platonica?
Sul discorso di “opportunità ed efficacia”, ricordati che è a doppio taglio (è opportuno sganciare bombe sui terroristi?); in ogni caso mi pare che le pratiche nonviolente possano essere molto efficaci – il rivoluzionario che necessita di un moschetto pecca di mancanza di fantasia.