Disobbedire o ritirarsi

Il 15 ottobre scorso ha dato ad alcuni di noi l’occasione di tradurre le parole in azioni. Tutto è andato come da copione: i soliti cortei pacifici di indignati che già non impressionavano più nessuno (né quell’un per cento scarso di politicanti e banchieri né, tanto meno, quella maggioranza silente e frustrata ormai ribattezzata “rassegnados”) sono stati definitivamente offuscati dalle sterili violenze di incendiari, infiltrati, forzanovisti, lanciatori d’estintori, incappucciati, impellicciati e smutandati vari. In quest’epoca di estremismi si direbbe che non possono esistere gli uni senza gli altri; purtroppo, nessuno di loro centra il centro. Anche volendo protestare, ci manca un esempio da seguire, sia teorico che pratico.

Thoreau

Personalmente credo di aver trovato un fulgido modello in Henry David Thoreau. Le sue opere più note, “La disobbedienza civile” e “Walden” (entrambe tradotte da Piero Sanavio per i tipi della BUR), offrono due soluzioni opposte ma non incompatibili al problema del rapporto del singolo con lo Stato. Entrambe rifuggono il compromesso: l’ottica di Thoreau è chiaramente antistatalista («il miglior governo è quello che non governa affatto», scrive nella prima pagina della Disobbedienza civile) nonché individualistica («il solo obbligo che io ho il diritto di arrogarmi è di fare sempre ciò che credo giusto»). Sorvolando sulla mancanza di giustificazione teorica dell’individualismo (non era l’obiettivo dello scritto), leggiamo il pamphlet del 1848 soprattutto per i risvolti pratici del proposito di Thoreau di obbedire sempre alla propria coscienza libertaria e antiautoritaria. Se è vero che gli uomini nello Stato non sono altro che cellule di un solo corpo o ingranaggi di una grande macchina (metafore ormai assodate dai tempi di Hobbes), allora un vero uomo non può riconoscere neanche per un momento un’istituzione schiavista com’era lo Stato americano allora – e come, in forme diverse e spesso celate, è ogni istituzione statale ancora oggi.

Leviatano

Come sempre il dilemma è: come opporsi a questa organizzazione armata? «Coloro che mentalmente condannano la schiavitù e la guerra e tuttavia, da un punto di vista pratico, non fanno nulla per opporsi, sono migliaia»: grazie a costoro lo Stato continuerà a prosperare indisturbato. Anche le elezioni e i referendum sono vieppiù inutili: «persino votare per ciò che è giusto è come non fare nulla per esso: significa soltanto esprimere debolmente il desiderio che ciò che è giusto prevalga». Il problema sta proprio nella subordinazione alle regole statali, nell’obbedienza: «quelli che, pur disapprovando il carattere e le attività d’un qualsiasi governo, gli concedono la propria obbedienza e il proprio favore, ne sono indubbiamente i sostenitori più coscienziosi e assai spesso i più seri ostacoli da superare». Rivoluzionario sarà dunque non obbedire alle leggi dello Stato, soprattutto quelle palesemente ingiuste o contro la ragione. Tentare di emendarle, infatti, è inutile: si dovrebbe quantomeno far parte della stretta minoranza che legifera – in tal modo perpetuando l’esistenza nociva dello Stato stesso… Disobbedienza civile pertanto è «un pratico e deliberato diniego della sua autorità… la sola offesa che il governo non ha mai contemplato».

Marcia del sale

«Lo Stato mi dice, con voce forte e chiara, “Riconoscimi”. Dato l’attuale stato di cose, il modo più semplice ed efficace di trattare… è rifiutarsi di riconoscerlo». E il modo forse più radicale di disconoscere lo Stato è non onorarne i balzelli necessari alla sua sopravvivenza. Thoreau non lo dice esplicitamente, ma basta poco per comprendere che finché evade le tasse uno solo (come egli stesso ha fatto) o una minoranza, lo Stato potrà permettersi ancora di perseguitarli; ma se a farlo fossero la maggioranza o tutti, e sistematicamente, lo Stato non avrebbe più come reggersi. «Basta che il cittadino rifiuti ogni alleanza allo Stato, e che l’esattore rinunci al suo incarico, perché si realizzi la rivoluzione». Certo, non è facile oggi pensare di agire in tal modo: le carte di pagamento elettroniche prendono il sopravvento, concedendo in tal modo sempre più potere alle banche e ai controlli statali; Equitalia è la nuova inquisizione; le televisioni diffondono le immagini stereotipate dell’evasore come un parassita dalla barba incolta… Inoltre, onestamente, con una simile condotta spesso quel che si perderebbe sarebbe più di quel che si guadagnerebbe. Evidentemente non siamo così poveri come lamentiamo; oppure siamo fin troppo attaccati alla proprietà – quella stessa cosa che parecchi anarchici, almeno a parole, aborrono…

Scontri

Bisognerebbe ribaltare tali rapporti di potere – economico, anzitutto. «Desidero rifiutare obbedienza allo Stato, e ritirarmi e starne discosto effettivamente». Esperienza che Thoreau mise in pratica realmente. Walden è il resoconto dei due anni di ritiro dal “consorzio civile”, trascorsi vivendo in mezzo alla natura sulle rive di un lago, lontano dai pettegolezzi della città in una ricerca di essenzialità. «Essere filosofi non significa soltanto avere pensieri acuti, o fondare una scuola, ma amare la saggezza tanto da vivere secondo i suoi dettami: cioè condurre una vita semplice, indipendente, magnanima e fiduciosa. Significa risolvere i problemi della vita non solo teoricamente ma praticamente». E se il primo problema della vita è come sopravvivere, allora «un uomo è ricco in proporzione al numero di cose delle quali può fare a meno». Niente fronzoli e bando al superfluo, come sapevano già gli antichi. Uomini del genere, di fronte allo Stato, non hanno nulla da perdere, nulla di che temere.

Casa Walden

Tornando ai connazionali che hanno animato Roma il mese scorso, non posso che rammaricarmi per le vie che hanno “scelto” – a ragion veduta? – di percorrere. Chiudere i conti in banca, evitare di foraggiare il Leviatano, boicottare quelle corporazioni ree di azioni dannose nei riguardi di popoli e ambiente: questo – o il ritiro al bosco – sarebbe stato rivoluzionario. Tutto il resto è fighettismo.

(Recensione anarchica pubblicata nel numero 311 di Sicilia Libertaria).

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18 risposte a Disobbedire o ritirarsi

  1. Antonio scrive:

    Ad essere sincero, temo che una parte consistente dell’anarchismo sia viziato da un idealismo romantico. Se è vero che la rivoluzione contro l’autoritarismo può avere luogo solo se non vi partecipano solo dei singoli o delle minoranze, come si può sperare che essa possa mai realizzarsi? Quanti sono coloro che sono disposti a vivere nel bosco o a boicottare le grandi corporations o a chiudere il conto in banca?
    Forse quel po’ di efficace opposizione che convenga fare oggi è più affare di alcuni singoli che utilizzano attivamente le strutture autoritarie esistenti limitando la propria schiavitù nei loro confronti. Erodere dall’interno piuttosto che rovesciare. Più anarca che anarchico.

  2. Cateno scrive:

    Thoreau è davvero da ammirare. Se uno la pensa come lui, deve fare come ha fatto lui. Ma mi sa che siamo troppo legati alle piccole comodità: luce (senza stato come avremmo la luce? Chi la produrrebbe? I pannelli solari? Fatteli! Con gli incentivi di stato? Coi tuoi soldi? Fatteli! Come? O la acquisti da altri? Chi la produce? Come la paghi?), telefono, internet, supermercato. Quindi? Tu che vuoi fare?

  3. Antonio, ti sfugge che l’autoritarismo stesso è praticato da ristrette minoranze (praticamente delle élite). Certo, lo fanno con l’appoggio di maggioranze pigre, disinformate o atterrite… ma non funzionerà per sempre (o almeno voglio sperarlo). Col finale, poi, praticamente autorizzi il Berlusconi di turno a comportarsi come s’è comportato…

    Cateno, risparmiami due grandi fandonie come quelle che hai addensato nel commento: che significa che senza stato non avremmo la luce? (basta almeno una ditta privata; se poi sono più d’una è meglio per l’utente); e perché sostieni che l’ammirazione implichi l’emulazione? (ammiri Arturo Benedetti Michelangeli, ma mica suoni come lui… e se dici che è ormai tardi, potremmo fare lo stesso discorso con Jünger – arruòlati, scrivine ecc.).
    Tornando alla parte seria del commento: quel che voglio fare è capire come fare. Valutando anche i comfort che sarei disposto ad abbandonare (ne discutevamo anche con Piero qualche tempo fa). Considerando la fattibilità del tutto (in fin dei conti Thoreau perdurò in quella vita per due soli anni; per il resto campava come agrimensore e gestendo la fabbrica di matite del padre…). Non precludendomi la possibilità del libero scambio (lo stesso Thoreau barattava i fagioli che coltivava con altri beni che non era in grado di produrre; una buona quantità addirittura ne vendette…). In soldoni: tendo all’autarchia, ma un passo per volta, informandomi per bene onde poter adeguatamente scegliere tra Enel, pannello solare, led a batteria, candela, torcia o oscurità.
    Comunque su una cosa hai pienamente ragione: quante comodità riteniamo ormai dovute? Salvo poi capire che prezzo hanno…

  4. Antonio scrive:

    Davide, è vero che l’autoritarismo stesso è praticato da delle minoranze, ma non si può mettere sullo stesso piano una minoranza capace di usare le masse con una minoranza che deve proteggersi dalla massa.
    E non sono d’accordo nemmeno sulla tua seconda osservazione: il mio ragionamento conclusivo non legittima il comportamento del Berlusconi di turno, perché io auspico un uso, da parte del singolo, delle strutture autoritarie esistenti volto alla libertà dall’oppressione e non alla libertà da vincoli morali e legali.
    Comunque di tutto potrei fidarmi, ma non della massa. Non c’è rivoluzione di massa che non sia finita male.

  5. Cateno scrive:

    Io non ho detto che si debba emulare chi si ammira; ho detto che se la si pensa come lui si deve agire come lui. È ben diverso. Benissimo, un privato fa la luce. Come? E se costa troppo? E se sfrutta qualcuno per farla? E se è l’unico a fornirla e può decidere i prezzi e può decidere pure quando darla e quando toglierla? Una società complessa implica un sistema di regole complesse, se si vuol reggere in piedi. Altrimenti, davvero, bisogna rinunciare a tutto, o quasi. Ma quant’è e qual è questo quasi?

  6. fabristol scrive:

    Disobbedire o ritirarsi. Esiste una terza possibilità: ritirarsi in gruppo. Ma credo che sia impossibile visto il totale menefreghismo dei libertari. Sanno solo lamentarsi e fare i piccoli libertari da salotto, poi quando si tratta di agire si nascondono sotto le coperte.

  7. Antonio, sembri suggerire che solo uno Stato possa proteggere le minoranze. Se è questo quel che pensi, allora sbagli di grosso. Sulla dialettica individuo-massa, invece, ci sarebbe tanto da discutere. Anch’io sono tendenzialmente scettico sulle masse; ma mica verso i singoli nutro più ottimismo!

    Cateno: bene: tu la pensi come Di Pietro ma non mi risulta che sei a capo di un partito – no? Nel seguito mostri anche tu troppa fiducia verso lo Stato (se la luce la produce lo Stato chi ti garantisce che sia prodotta senza sfruttamento, che non costi troppo ecc.? Lo Stato stesso? Ah…). Sulla rinuncia, continueremo a discuterne (almeno finché lo Stato stesso non ci avrà costretto a rinunciare a tutto o quasi…).

    Fabristol: hai ragionissima. A volte penso che l’azione ci faccia paura perché potrebbe contraddire platealmente le nostre idee, svelandoci che nemmeno le libere associazioni sarebbero esenti dalle dinamiche ben note. Altre volte, più prosaicamente, credo che il mio raggio d’azione sia così limitato da essere pressoché ininfluente (vorrei ritirarmi a vita campagnola, ma non ho soldi per acquistare la terra: cosa faccio? La occupo e poi mi faccio sloggiare a suon di manganellate?).

  8. Cateno scrive:

    Davide, ma che discorsi fai? Io concordo su alcune cose con Di Pietro e quelle cose cerco di portarle avanti (tanto per dirne una, i referendum); non è che tra le idee portate avanti da Di Pietro c’è quella di essere a capo di un partito. Non ti seguo.
    Invece, se uno è d’accordo con Thoreau, non può fare a meno di campare in un certo modo radicalmente e fare come ha fatto lui, altrimenti pensa una cosa e ne fa un’altra. La proposta di Thoreau è globale e se la si accetta implica di per se stessa un cambiamento radicale di vita.
    Poi, non ho dato per scontato che la pensi come lui. Infatti ti ho chiesto cosa vuoi fare tu.

  9. La penserai pure come qualcuno pur senza agire come lui… Spesso infatti la nostra ammirazione nasce dall’altrui coraggiosa concordanza tra idee e azioni.
    Diciamo che per me Thoreau è un punto di riferimento – mi piacerebbe avere il coraggio di agire come lui, ma non avendolo cerco di capire fino a quale compromesso scendere. (Lo dico più chiaramente: oggi costruirsi una cabina in riva a un lago e andarci a vivere, al di là dei comfort che vengono meno, ti espone alle violenze della polizia, visto che sarebbe bivacco e forse appropriazione indebita di terre altrui. Dimmi tu come potrei agire come Thoreau col rischio di farmi spaccare la testa o ustionare gli occhi se mi va bene…).
    Quello che voglio fare io, lo sai, è un ritiro in campagna. Ma mi sto facendo l’idea che nella concretezza è un lusso per borghesi, oramai. :-(

  10. Antonio scrive:

    Davide, non è che voglia esaltare lo Stato come unico protettore delle minoranze, che anzi in genere da esso vengono oppresse: voglio affermare solo che le strutture statali sono così pesantemente presenti da rendere difficile opporvisi frontalmente e da rendere forse conveniente utilizzarle per piegarle al benessere sociale dei gruppi che ci stanno a cuore (non leggere nelle mia parole l’adorazione di chissà quali élite, oligarchie più o meno criminali o cricche di qualsivoglia natura!).

  11. Antonio, se dici che è vano fare guerra allo Stato ti capisco; però la lotta può essere fatta anche di resistenza passiva, di disobbedienza civile e altri atti che non portino necessariamente alla manganellata o peggio.
    (In altre parole: ci lamentiamo che i nostri governi – e i nostri destini – sono in mano alle banche? Ritiriamo i nostri soldi dalle banche e convinciamo più gente possibile a farlo).

  12. Antonio scrive:

    Tutto sommato siamo d’accordo. Anch’io propongo una specie di resistenza passiva. Quanto al ritirare i soldi dalle banche, non so quanto sia fattibile: in molti casi per percepire uno stipendio bisogna aprire proprio un conto in banca… Ci prendono per fame.

  13. Il numero degli stipendiati sta diminuendo sempre più… ;-)

  14. Antonio scrive:

    Mi hai fatto ricordare che in molti paesi europei e spesso anche in Italia anche per pagare un affitto è necessario avere questo benedetto conto in banca. Come vedi, non è facile sfuggire alle banche.

  15. Mi hai ammazzato le residue speranze.
    È vero, andremo inesorabilmente incontro alle carte elettroniche come unico metodo di pagamento, alla faccia della privacy e concedendo allegramente allo Stato la possibilità di farci i conti in tasca e alle banche di speculare col nostro danaro.

  16. “Anche volendo protestare, ci manca un esempio da seguire, sia teorico che pratico.”

    Probabile che sia così, caro Davide, ma a mio modo di vedere non può essere un buon motivo altrimenti si rischierebbe di cadere nella tentazione di credere che forse “mancano” perchè non “esistono” o comunque non sono attuali e attuabili.
    Forse, come diceva Antonio, c’è poco da fidarsi delle “folle”. Le Bon docet…

  17. In realtà esistono molti che campano ai margini della società, ma pochi che ne sfuggono (specie da quella ‘occidentale’). E poi, una volta fuori, come potrebbero comunicarci che si può? ;-)

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