Descolarizziamoci tutti

Settembre, andiamo. È tempo di migrare – ma alla tradizionale transumanza s’è sostituita oggi quella di nuove greggi che dal mare tornano su in città e, quotidianamente fino alle soglie della maggiore età, si recano a scuola. Una scuola dilaniata dai tagli, che non soddisfa più nessuno, e che non sembra mai sufficiente a genitori e insegnanti e sempre superflua agli alunni – e agli odierni politici.

Eppure una soluzione alternativa a quella di sinistra (più obbligo di scuola pubblica) e a quella di destra (finanziamenti alle scuole private, cioè cattoliche) esiste da tempo, e venne teorizzata da Ivan Illich quarant’anni fa. Descolarizzare la società (Mimesis 2010, ma liberamente disponibile in rete) è il testo che ha reso popolare il concetto di ‘descolarizzazione’. Come molti di noi, anche Illich era convinto dell’importanza di estendere a tutti la scuola dell’obbligo, salvo poi comprendere che «per la maggior parte delle persone l’obbligo della frequenza scolastica è un impedimento al diritto di apprendere».

I motivi di tale disillusione sono molteplici. Anzitutto, nota Illich, si tende a confondere insegnamento e apprendimento: in tal modo non si concepisce altra forma di apprendimento oltre a quella scolastica, anzi si inorridisce al solo pensiero di potersi formare al di fuori della scuola; di più, essere istruiti diventa sinonimo di ‘possedere un diploma’. In secondo luogo, la scuola comporta una cultura del produrre più che del ‘fare’: abitua a consumare servizi ‘professionali’ e merci industriali, e pertanto è funzionale a una società illiberale, grazie al suo indottrinamento coatto che educa al consumismo. Per finire, dal mero punto di vista libertario, la scuola resta pur sempre un’imposizione che comporta la mancanza della libertà di imparare cosa e dove meglio si crede.

Immagino già le contestazioni, anche da parte di certi sedicenti anarchici: meglio ammaestrati dalla scuola pubblica (sì, statale!) che ignoranti e inermi nelle mani dei potenti. La risposta di Illich è esemplare: «dare a tutti eguali possibilità d’istruzione è un obiettivo auspicabile e raggiungibile, ma identificare questo obiettivo nella scolarizzazione obbligatoria è come confondere la salvezza eterna con la chiesa». Descolarizzare non significa foraggiare l’insipienza: significa togliere alla scuola il primato di agenzia formativa obbligatoria, capendo che essa è uno ‘pseudoservizio pubblico’ basato sul falso presupposto che l’apprendimento sia il risultato di un insegnamento programmatico (in realtà «la scuola, facendo abdicare gli uomini alla responsabilità del proprio sviluppo, ne conduce molti a una sorta di suicidio spirituale»). Inoltre «descolarizzare significa abolire il potere di una persona di costringere un’altra a partecipare a una riunione»!

A questo punto Illich propone delle alternative, immaginando delle ‘trame di possibilità’ – reti sociali che facciano sorgere delle ‘centrali delle capacità’ (in cui chiunque sia capace possa mettere a disposizione degli interessati le proprie abilità) e che favoriscano il cosiddetto ‘assortimento degli eguali’, ossia lo scambio di contatti proficui tra gente con gli stessi interessi e voglia di riunirsi per perseguire obiettivi simili. In ciò fu profetico: immaginava che simili reti potessero essere messe in piedi coi computer…

Per finire lascio ai perplessi l’ultima breve considerazione libertaria di Illich. «Dappertutto il programma occulto della scolarizzazione inizia il cittadino al mito dell’efficienza e benevolenza delle burocrazie guidate dalla conoscenza scientifica». Il laureato di oggi, che ieri sognava soltanto di entrare tra i ricchi, è lo schiavo dei potenti di domani.

(Recensione anarchica pubblicata, in forma estesa, nel numero 309 di Sicilia Libertaria).

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68 risposte a Descolarizziamoci tutti

  1. Ma tutto questo lo applichiamo anche allo sport, agli scacchi, al cucito ed ai fornelli?
    Lo vogliamo applicare anche alla patente di guida?
    Applichiamolo anche alla verifica dei funghi, alle procedure sanitarie eccetera.
    Quello che mi rattrista non è l’idea di “togliere un primato” ma quello, al solito, di prevedere solo la destrutturazione anziché l’arricchimento dell’offerta.
    La mia idea, personalissima e di certo contestabile, è che sia difficile al momento ottenere risultati migliori con altri metodi.

    Un Sorriso

    P.S. La scuola è innanzitutto passione (di chi ci lavora, di chi la frequenta, di chi la sostiene).

  2. alex scrive:

    oltre ai soliti problemi che da tempo discutiamo parlando di teorie libertarie, in questo caso specifico vorrei mettere in evidenza un punto che pare non trattato: la scolarizzazione obbligatoria è un metodo per contrastare il lavoro minorile. prima che fosse obbligatorio frequentare la scuola fino a una certa età, ai bambini veniva tolta l’infanzia, e venivano messi a lavorare.
    certo è sempre possibile ritenere che in questo modo acquisivano conoscenze. i ragazzini che venivano “mandati a bottega” imparavano un mestiere.
    ma uno solo. w la libertà di scegliersi il percorso di vita!
    i risultati accessori (imparare una lingua comune, a scrivere e far di conto, imparare a convivere, farsi amici della propria età ecc) sono la parte positiva, quella che dovrebbe invogliare ad andare a scuola. ma non dimentichiamo la parte negativa: niente scuola=lavoro minorile. storicamente. sembra che la teoria libertaria dimentichi sempre la realtà.
    (poi illich propone quelle reti che sono niente più che comuni hippie, dove impari solo quello che sanno i membri della comune. se la comune in cui capiti è il regno degli ignoranti, non sei mica messo meglio che con l’obbligo di andare a scuola…)(c’è una differenza enorme tra la comune e la rete di computer come è oggi: quest’ultima ti mette in contatto con il mondo e con una quantità di risorse, quindi potresti volendo fare l’autodidatta; la comune ti mette in contatto solo con quello che c’è lì disponibile. non è libertà, non c’è scelta)

  3. Cateno scrive:

    A volte la scuola può salvare dalla famiglia.
    In ogni caso, è vero che spesso ci si formi nonostante la scuola. Però il fatto che vi si debba andare per forza non esclude la possibilità di scegliersi un percorso personale indipendente.
    Visto che possiedi Devi cambiare la tua vita, leggi le pagine dedicate alla scuola, sono molte, è il caso di dirlo, istruttive.

  4. Il più Cattivo: ma lo sai che Illich fa un esempio proprio riguardo all’apprendimento della capacità di guidare un veicolo, sottolineando come si tratti di una capacità per lo più trasmessa da una figura ‘non professionale’ nonostante la sua intrinseca difficoltà? Ad ogni modo non capisco proprio perché fare un parallelismo tra la scuola, necessariamente generalista come la televisione, e l’insegnamento di altre abilità più specifiche e particolari (puoi scegliere il maestro di scacchi che vuoi, ma se vai da uno ‘scarso’ è difficile che tu possa diventare abile!) (è pura selezione darwiniana, non trovi?). Ma forse quelli della tua generazione sono più legati al pezzo di carta – a quel titolo di studio purtroppo non ancora svincolato dal suo ‘valore legale‘…

    Alex: dici storicamente; eppure oggi tanta scuola uguale niente lavoro. Inoltre dimentichi che nell’ultimo secolo è totalmente cambiato il concetto d’infanzia: almeno nell’occidente, essa è più che tutelata – oltre ogni limite: vedi il fenomeno dei ‘bamboccioni’. Inoltre Illich, parlando di reti educative, non intendeva affatto le comuni – anzi, come accennavo, scorgeva la possibilità di scovare i propri maestri tramite sistemi telematici, potendo anche confrontare le proprie esperienze educative con un sistema di feedback. Per finire, ti confesso che sogno tempi in cui potranno dire: «ah com’erano barbari un tempo: costringevano i bambini ad andare a scuola!».

    Cateno: però è anche vero il contrario: che a volte la famiglia può salvare dalla scuola. Quanto al percorso personale, credo che dopo le cinque ore mattutine in aula più quelle pomeridiane sulla scrivania rimanga ben poco tempo per l’otium – e infatti l’adolescente preferisce per lo più lo svago e lo spasso. Quanto al libro di Sloterdijk, lo comincerò non appena tutto sarà più stabile – spero presto…

  5. Rimedito sulle parole finali di Alex: «non è libertà, non c’è scelta» (nonché su quelle del più Cattivo, che parla di «arricchimento dell’offerta»). Ma è possibile che la scelta sia solo un fattore quantitativo?

    Altra cosa che m’inquieta è questa generale accettazione del sistema scolastico (nonché, in fondo, di quello politico) con la fallace argomentazione che «è il meno peggio». Questo è veramente mancanza d’immaginazione – o troppa fede nei risultati raggiunti attualmente dall’Homo sapiens…

  6. Cateno scrive:

    Perché, per essere promossi a scuola si deve studiare? Io non studiavo quasi mai, davvero quasi mai di pomeriggio (pur avendo rubato il 100). Facevo tutt’altro, leggevo libri, ascoltavo musica.

  7. Cateno: tu (e posso dire anch’io). Ma la maggior parte arrancavano, o si lasciavano bocciare. Per non parlare poi dei secchioni! (Oggi tutti ‘infilati’ in qualche partito più o meno moderato).
    Credo di poter dire con una certa sicurezza che la scuola prima, l’università dopo mi hanno sottratto un sacco di tempo, sperperato per lo più in attività vane, volte soltanto a compiacere l’educatore di turno. Dirai: sono comunque stati esercizi di vita. Peccato siano stati troppo disorganici e disorganizzati. (Per dirne una: avessi trascorso all’estero un numero di ore equivalente a quelle sprecate in classe a tentare d’imparare una lingua straniera…).

  8. laura scrive:

    @Alex: a proposito di quanto hai scritto (“c’è una differenza enorme tra la comune e la rete di computer come è oggi: quest’ultima ti mette in contatto con il mondo e con una quantità di risorse, quindi potresti volendo fare l’autodidatta”) direi che la rete ci da sì grandi chances di approfondire le nostre conoscenze in maniera rapida (anche se non sempre attendibile al 100%) ma è pur vero che generalmente una persona che naviga cerca normalmente informazioni o approfondimenti riguardo argomenti di cui già conosce qualcosa. Mi spiego meglio: difficilmente andrei a cercare su internet informazioni… chessò…sul ciclo di Krebs se non ne avessi già sentito parlare….Il nesso più informazione grazie ad Internet mi pare illusorio.

    @Davide: Il ragionamento di Illich mi pare pecchi soprattutto su un punto…chi ci dice che individui senza alcuna guida esterna e lasciati in balia di amicizie più o meno fortuite, più o meno valide, più o meno istruttive soprattutto, sappiano poi costruirsi una cultura di base tale da consentirgli un soddisfacente sviluppo intellettuale? In poco tempo per me la maggior parte degli uomini dimenticherebbe i vari Dostoevskij, Puccini, Platone ecc ecc… Quelli di Illich mi sembrano solo discorsi utopici…come l’immagine del buon selvaggio di Rousseau!

  9. fabristol scrive:

    Condivido il post ovviamente e se riesci a trasmetterci altri pensieri di Ilich o del suo libro te ne sarei veramente grato.

    “Credo di poter dire con una certa sicurezza che la scuola prima, l’università dopo mi hanno sottratto un sacco di tempo, sperperato per lo più in attività vane, volte soltanto a compiacere l’educatore di turno. ”

    La scuola e l’università sono stati gli anni più noiosi della mia vita oltre ad avermi rubato tantissimo tempo prezioso che non potrò più avere.

  10. Antonio scrive:

    Sono d’accordo con certe sacrosante parole di Cateno: sia maledetta la scuola, ma a volte si deve preferire il male minore. E quale male lo è più della famiglia? E chi di noi avrebbe avuto la fortuna di trovare i giusti maestri che al di fuori di un’istituzione ci mostrassero le vie della cultura, offrendoci la possibilità di sceglierne alcune per rigettarne altre?

  11. Sono un filo fuori allenamento….pero :

    scrivi: “Ad ogni modo non capisco proprio perché fare un parallelismo tra la scuola, necessariamente generalista come la televisione,”

    però io sosterrei che non è la scuola ad essere generalista, ma è generalista l’approccio culturale con cui ci si rivolge ad essa. E’ un po’ come quel romanzo (o programma radiofonico) da cui ci si aspetta un effetto talvolta miracoloso di “mitigatore della noia” (nel caso della scuola di fondatore di una coscienza civile o addirittura di una professionalità, senza magari specificarla).

    Riguardo la questione del “lavoro” versus “scuola” è spesso una questione mal posta. Quello che in realtà ci interessa è il rapporto tra “occupazione” e “formazione”… tema decisamente complesso che vorrebbe essere da una parte trascinatore dall’altra salvifico delle aspirazioni personali….
    … ma il brodo si allunga…..

    Off Topic….. Davide quest’anno ci mancherai al festival della filosofia (se cambi idea fammi sapere) Fabristol e tutti gli altri, l’invito è pubblico ed ovviamente se posso in qualche modo agevolarvi nella partecipazione lo farò volentieri….

  12. @fabristol : l’università ti ha lasciato questo tipo di ricordo? Sono davvero dolente per te.
    Nella mia modesta (forse umile) vita non devo annotare comunque periodi noiosi o inutili. Forse il mio approccio è estremamente “consapevolista”, ma ritengo che in generale il passato ci descriva….

    Un Sorriso

  13. @laura: il tuo approccio mi piace. Non lo condivido, ma mi piace.
    Ovvero ho sempre pensato che il compito precipuo di un insegnante fosse quello di mettere i propri allievi nella condizione di doppiarlo, ma l’idea “da centralismo democratico di stampo anni 40-50″ ha un suo fascino. E’ esattamente ciò che avrei voluto essere in grado di poter fare e di conseguentemente “buttare via”. Per chi come me al tempo di “the wall” era un giovincello l’idea che la struttura dovesse formare coscienze e non consapevolezze creava brividi. Però il nemico per poterlo abbattere lo devi saper imitare, quindi studiarne le mosse e adoperare le contromosse.

    con affetto ed un sorriso

    il più Cattivo

  14. Oblomov scrive:

    È abbastanza evidente che la mia esperienza scolastica è stata molto diversa da quella di certi soggetti qui dialoganti (a scuola il sottoscritto ha appreso moltissime cose che altrimenti non avrebbe mai saputo —non a caso, ad esempio, ha preferito affrontare il liceo classico piuttosto che lo scientifico, nonostante l’evidente attitudine verso le materie del secondo), ma a me sembra che l’acrimonia accumulata verso la scuola e l’università da costoro sorvoli su un piccolo particolare: l’obbligo scolastico (statale) termina con la scuola media inferiore. Le scuole medie superiori, e soprattutto l’università, sono una _scelta_: lo sono sia in termini binari (farla/non farla) sia in termini qualitativi (quale scegliere). Chi scopre di avervi sprecato la maggior parte del proprio tempo non ha altri da rimproverare che sé stesso per la cattiva scelta fatta. (E non entro nemmeno nel merito su quanto l’istruzione superiore possa aver influito sulla loro capacità di comprendere, analizzare e criticare quella stessa realtà.)

  15. lex scrive:

    Non a caso tiro dal cappello il solito Manganelli che diceva che la scuola, proprio perché “gigantesca istituzione contronatura”, riesce a ad insegnare poco a parte il disgusto per ciò che è “bello, intelligente e umanamente persuasivo”. Ci dice che leggere è un atto puramente passionale – quello che Il più Cattivo dice in generale per il mondo scuola – “è un caso di innamoramento mentale (non necessariamente intellettuale)”. Proprio per questa ragione ho letto poco dei testi che venivano assegnati – non consigliati – per l’estate durante gli anni del liceo ma questa è l’ultima traccia di una rivolta verso un’istituzione che svaniva sotto i miei piedi. In definitiva credo, ma forse è solo la mia esperienza personale, che il vero problema è l’immiserimento totale della scuola incentivata da un disarmante disinteresse – e non so veramente chi dovrebbe salvare cosa – delle famiglie che sembrano mandare a scuola i propri figli come si fa con le mucche alla stalla quando non si è al pascolo. La scuola senza le famiglie può fare poco anche alla vecchia maniera, quella odiosa che ricordava Manganelli. La cosa comica è che non si marina più la scuola come una volta perché marinarla sarebbe più noioso che andarci – a far nulla – . L’esperienza più interessante che ho della scuola riguarda le medie dove un carissimo professore – sempre in ritardo sul programma – preferiva tirar fuori domande che dare risposte e il resto veniva fuori spontaneamente.

  16. alex scrive:

    due cose rapidissime:
    1. sì, la libertà è una funzione della quantità delle scelte, in prima battuta. è evidente che se sono tutte scelte schifose, non sei poi così libero, ma sempre più libero che se ne avessi una sola.
    2. non si insisterà mai abbastanza sulla distanza dalla realtà e dalla ragionevolezza di certe posizioni: per quanto bello possa apparire pensare di avere il controllo totale sul proprio curriculum di studi senza che venga imposto da una scuola centralizzata, la realtà è che in assenza della scuola non c’è gente che studia e avanza, ma bambini che vengono mandati a lavorare a 8 anni. se non prima. il selvaggio rimane selvaggio.

  17. fabristol scrive:

    Come al solito come si evince dai commenti di alcuni l’alternativa alla scuola dell’obbligo è la miseria, ignoranza, perfino il ritorno al selvaggio o al lavoro minorile (come se non esistessero leggi contro il lavoro minorile). Al solito l’alternativa allo stato è il nulla, il caos. Come i preti che dicono che senza religione non c’è etica e morale così i preti del nuovo millennio pensano che senza lo stato la vita civile si estinguerebbe.
    Come se davvero la scuola fosse un posto dove si va imparare e non invece un parcheggio dove lasciare i pargoli mentre i genitori lavorano tutto il giorno per poi essere derubati del 50% del proprio lavoro dallo Stato. I parassitati devono lavorare il doppio della loro vita per poter sopravvivere. E lavorando il doppio non hanno più tempo per i figli e per la loro educazione.

  18. @fabristol: devi aver avuto una infanzia davvero triste.

    Guadagnando poco non pago poi così tante tasse pur non potendo evaderle.
    I miei figli vanno a scuola “abbastanza contenti” e seppur con qualche eccezione i genitori dei loro compagnetti non mi sembrano “così estranei alle dinamiche scolastiche”. I ritmi della vita spesso sono frenetici e le scelte di molte famiglie non mi convincono (come d’altronde il loro voto alle ultime politiche ;-) ).
    Inoltre il problema della scolarizzazione e della scelta andrebbe affrontato a diversi livelli (ovviamente anche di età). Semplificando, al solito, non rimane che buttare via tutto.
    Un Sorriso

    P.S. ma nella “tua” mitica/perfida Albione le cose sono profondamente differenti? Per quello che mi risulta il modello “borghese/capitalistico/liberale” impone proprio un forte distacco tra la famiglia e i “pargoli” e i problemi delle classi meno abbienti (anche sulla base di racconti diretti di alcuni “lettori” conosciuti ai corsi di inglese) sono sostanzialmente gli stessi della nostra maldestra ed incompiuta democrazia….

  19. Oblomov scrive:

    fabristol: l’onere della prova della possibilità concreta e realistica di un’alternativa grava interamente sulle vostre spalle. Se qualcosa in questi dibattiti è paragonabile alla fede religiosa è proprio la s(t)olidità di anarchici e libertari che, contro ogni evidenza fattuale continuano a sostenere le loro idee, idee che non trovano riscontro in alcuna società passata o presente.

    La storia, così come il presente, mostrano che dovunque manchi la possibilità di una istruzione (quasi) universalmente accessibile la vasta maggioranza della popolazione permane in condizioni di sostanziale mancanza di istruzione e cultura (modulo, come osservato da alex, le eventuali conoscenze tecniche di questo o quel mestiere). E sempre la storia, così come il presente, monstrano che una istruzione (obbligatoria o meno) offerta da uno Stato è l’unica forma che riesca ad offrire la possibilità di istruirsi con i suddetti criteri di universalità e accessibilità.

    Anarchici e libertari sono liberi di sostenere il contrario, ma senza esempi concreti le loro proposte rimangono nel campo delle utopie, schedabili non diversamente dagli immaginari di Platone o More.

  20. fabristol scrive:

    Per Oblov

    “l’onere della prova della possibilità concreta e realistica di un’alternativa grava interamente sulle vostre spalle. ”

    Facile come chiedere ad un uomo del 16esimo secolo di testare la democrazia del 20esimo. Andiamo su, non possiamo testare alcuna opzione fin quando ci sarà il modello unico monopolistico statale. Altrimenti scattano le manette. E lo sapete benissimo.

    Per Ilcattivo

    vivere in UK non significa che penso che sia il posto migliore al mondo. Vivo in UK per altre ragioni. E qui, sì è un sistema fondamentalmente classista ma un posto dove una persona brillante può raggiungere livelli altissimi anche se è della classe più bassa. Cambridge, Oxford sono lì a dimostrarlo oltre alle decine di premi nobel che ha sfornato. In Italia se sei brillante ti tagliano le gambe e ti mettono in classe con cretini.
    La mia infanzia? A parte aver passato i primi due anni delle elementari ad insegnare ai miei coetanei come scrivere e leggere (io avevo imparato a 4 e mezzo), 3 anni orribili alle medie in una scuola di mezzi delinquenti e le superiori in cui correggevo le cazzate dei prof di scienze… diciamo che a parte questo è andata abbastanza male.
    Il primo problema è che la scuola pubblica pensa come una fabbrica e standardizza tutto. Io sono il modello 1981 e quindi devo stare con quelli del mio anno. Non importa che io abbia sviluppato prima o dopo rispetto agli altri. La mia età anagrafica per lo stato corrisponde a quella dello sviluppo intellettuale e/o psicofisico.
    Secondo: non c’è alcuna selezione degli insegnanti che vengono accettati o progrediscono semplicemente per anzianità, non per meritocrazia. E così mi ritrovo dei cretini di insegnanti di scienze e di inglese non solo con conoscenze di base ridicole ma perfino sbagliate. O vogliamo parlare della mia ex prof di italiano, un caso da psichiatria (prendeva psicofarmaci giusto per far capire a che livello) che non si poteva licenziare per ovvi motivi di ordine “statale e sindacale” che ha bloccato la mia classe per tre lunghi anni del liceo.

  21. Oblomov scrive:

    fabristol: misera scappatoia che non fa altro che confermare tanto la fumosità delle vostre teorie quanto la solidità delle realtà storiche e contemporanee contro cui si scontrano. Il fatto che implementare le vostre idee (supponendo che sia possibile) vi costerebbe sangue e sudore, e che voi, che dovreste esserne i più accaniti sostenitori, non vi ci spendiate se non a parole (per non dire a lagne) non depone affatto a favore delle idee stesse: alla loro utopica natura si aggiunge così l’impressione dell’infantile pretesa di avere le cose offerte su un piatto d’argento.

    Peraltro, il confronto con il democratico del XVI secolo è infondato, giacché all’epoca esempi storici di società democratiche se ne conoscevano.

  22. fabristol scrive:

    Allora caro Oblomov, bando alle ciance e alle lagne: domani prendo mio figlio e non lo porto a scuola. Insieme ai miei amici libertari del quartiere ci mettiamo d’accordo per fondare una scuola per i nostri figli. Paghiamo di nostre tasche gli insegnanti, anzi alcuni di noi si offriranno volontari per insegnare materie in cui sono competenti.
    Quante ore ci vorranno prima che arrivi la polizia, mi metta le manette, mi tolga il figlio e mi sbatta in galera?
    What about that?
    Parliamo di argomentazioni fumose, certo, le vostre.

  23. fabristol scrive:

    “alla loro utopica natura si aggiunge così l’impressione dell’infantile pretesa di avere le cose offerte su un piatto d’argento.”

    Infantile. Infantile sarebbe andare contro lo stato, rischiare la vita nel farlo e perdere ancora di più quella poca libertà che ho.
    Raramente mi offendo, sorpattutto sul web, diciamo che questa volta sono molto vicino all’essere offeso dalle tue parole.

  24. Oblomov scrive:

    fabristol: non so come funzionino le cose in UK, ma in Italia un gruppo di libertari che veramente ci tenesse potrebbe metter su un istituto paritario dove educare ed istruire i propri figli secondo le modalità che riterrebbe più opportune. La situazione non sarebbe ideale, per via dei requisiti minimi richiesti dallo Stato in termini di programmi e contenuti per poter ottenere la parificazione, ma sarebbe comunque un passo nella direzione giusta.

    La probabilità di finire in carcere sarebbe all’incirca la stessa che si avrebbe per aver scorreggiato nel caldo delle proprie lenzuola, ma sull’entusiasmo per le metafore iperboliche dei libertari ho scritto altrove.

    Se si volesse raggiungere una situazione significativamente più vicina all’ideale, ed avere quindi la possibilità di svicolarsi anche dalle costrizioni contenutistiche e programmatiche imposte dallo Stato, una iniziativa del genere non sarebbe sufficiente, e dovrebbe essere invece parte di qualcosa di respiro molto più ampio, che potrebbe andare dalla rilocazione in una nazione che non avesse obblighi scolastici, o che permettesse maggiore libertà in questo senso, alla creazione di una società fondata sul pensiero libertario.

    Il passo più umile della semplice rilocazione sarebbe ancora qualcosa di fattibile, senza incorrere in carceri e deprivazioni filiali. La fondazione di una società libertaria è invece qualcosa di estremamente difficile, che potrebbe richiedere contrasti anche armati per la conquista di un territorio e/o il riconoscimento a livello internazione della sua indipendenza. Non pretendo che arriviate a questo (che certamente sarebbe il sigillo finale della credibilità del pensiero libertario), ma come vedi dal non poter fare nulla perché si rischia il carcere e la morte alla creazione dell’utopia c’è una gran quantità di cosa che non fate.

    E sinceramente che tu trovi offensivo le mie critiche mi interessa quanto mi potrebbe interessare un fervente cattolico che si sentisse offeso dalle mie critiche alla sua fede.

  25. fabristol scrive:

    “fabristol: non so come funzionino le cose in UK, ma in Italia un gruppo di libertari che veramente ci tenesse potrebbe metter su un istituto paritario dove educare ed istruire i propri figli secondo le modalità che riterrebbe più opportune. La situazione non sarebbe ideale, per via dei requisiti minimi richiesti dallo Stato in termini di programmi e contenuti per poter ottenere la parificazione, ma sarebbe comunque un passo nella direzione giusta.”

    Ah certo! La scuola pubblica non statale. Lo stato che riconosce una scuola antistatale, il ministero metterebbe il timbro subito. O vogliamo parlare dei programmi e dei contenuti che devono rispettare i dettami del ministero?

    “La probabilità di finire in carcere sarebbe all’incirca la stessa che si avrebbe per aver scorreggiato nel caldo delle proprie lenzuola, ma sull’entusiasmo per le metafore iperboliche dei libertari ho scritto altrove.”

    Certo iperbole. Si chiama scuola dell’obbligo perché si va volontariamente vero? E sentiamo: quali sono le punizioni per i genitori che non mandano i figli a scuola? Una pacca sulle spalle mi immagino. Gli assistenti sociali che ti prendono il bambino invece sono anche quelle delle iperbole libertarie.

    “Se si volesse raggiungere una situazione significativamente più vicina all’ideale, ed avere quindi la possibilità di svicolarsi anche dalle costrizioni contenutistiche e programmatiche imposte dallo Stato, una iniziativa del genere non sarebbe sufficiente, e dovrebbe essere invece parte di qualcosa di respiro molto più ampio, che potrebbe andare dalla rilocazione in una nazione che non avesse obblighi scolastici, o che permettesse maggiore libertà in questo senso, alla creazione di una società fondata sul pensiero libertario.”

    Certo, è figo essere prochoice per aborto, matrimoni gay, eutanasia e cannabis ma per l’istruzione o la tassazione no. Perché non dici le stesse cose sulla rilocazione ad una donna che vuole abortire, ad un omosessuale che vuole sposarsi o avere figli o ad un malato terminale. Perché non gli dici che i loro diritti non valgono in questo stato e che se ne devono andare. Perché non gli dici che invece di lagnarsi e parlare fumosamente dovrebbero fare qualcosa di concreto? Perché un uomo ha il diritto di scegliere sulla propria sessualità, sul proprio corpo ma non sulla propria istruzione?

    “E sinceramente che tu trovi offensivo le mie critiche mi interessa quanto mi potrebbe interessare un fervente cattolico che si sentisse offeso dalle mie critiche alla sua fede.”

    Ottimo. Un gran cafone.
    E’ comunque curioso il fatto che un libertario che non crede in un unico governo, in alcuna istituzione o dogma venga continuamente associato ad un religioso, quando sono gli statalisti coloro i quali si appellano al loro unico dio, ai loro dogmi e alla loro fede per negare libertà agli altri. Se esiste una religione qui è quella dello stato, gli altri sono eretici.

  26. alex scrive:

    io ci riprovo, magari questa volta riesco a far capire perché a una donna che vuole abortire o a un malato terminale che vuole togliersi la vita non si dice “vai a farlo da un’altra parte” mentre a chi vuole tenere i propri figli fuori dalla scuola statale sì.

    semplicemente: i primi due non fanno male a nessuno (nessun altro che se stessi, eventualmente). l’altro fa del male ai figli. e poiché questi non possono difendersi da soli, interviene un’autorità terza a farlo.

    continua a sfuggire il punto: dove la scolarizzazione non è obbligatoria almeno fino a una certa età, NON è vero che i figli studino per conto loro o con i genitori. in africa vengono mandati a lavorare a 5 anni, in india pure, in cina non parliamone. dove non arriva un’autorità al di fuori della famiglia a prendere quei bambini, loro perdono l’infanzia.

    ora, la maggior parte di noi crede che le grane degli adulti debbano rimanere agli adulti. che i bambini non debbano lavorare a 5 anni. per conto mio, ritengo pure che i bambini non siano di proprietà dei genitori (quindi, non è che i servizi sociali te li rubano: li portano via per difenderli da te che sei un pessimo genitore, perché c’è il rischio che tu li metta a lavorare a 5 anni), ma immagino che questa cosa che esistano “entità” che non sono di proprietà di nessuno non faccia parte del bagaglio libertariano (come la terra, per esempio, ma il discorso si allarga troppo e non ho voglia).

    detto questo: la possibilità dell’homeschooling, come dicono gli americani, c’è. ma l’autorità costituita sul territorio (e non solo quella, anche autorità non territoriali tipo unicef ecc) chiede che si dimostri che il figlio viene tenuto fuori da scuola per studiare, e non per metterlo a lavorare a 5 anni. come fai a dimostrarlo? mandi gli ispettori a controllare? no, c’è un metodo facile: chiedi che sostengano l’esame di stato e dimostrino di aver acquisito un tot standard di conoscenze. questo serve non a controllare le conoscenze impartite (dannose, secondo voi), o almeno non solo, perché si ritiene che saper scrivere, leggere e far di conto siano conoscenze necessarie (parliamo dei tassi di analfabetismo e scolarizzazione collegati alla povertà? del cd. analfabetismo di ritorno?), ma soprattutto per controllare che il figlio homeschooled sia effettivamente stato a casa a studiare e non a lavorare nella fabbrica di cemento del padre o a portare le capre a pascolare sterpi nel deserto. perché si ritiene che se proprio quel bambino non può partecipare alla vita sociale in una scuola, almeno debba ricevere quegli strumenti che gli permetteranno da adulto di affrancarsi da un genitore che lo ritiene come una sua proprietà e ne dirige la vita, e questo può ottenerlo con lo studio (quindi sì, anche studiare è togliere una parte di infanzia al bambino, che dovrebbe giocare la maggior parte del tempo; ma almeno gli permette una scelta più ampia di vite da vivere, mestieri da fare, strade da prendere).

    fa schifo questa precauzione? allora rimangono le possibilità proposte da oblomov e che io suggerivo già mesi fa: o cercate un posto dove il resto delle persone NON ha interesse alla tutela dei “diritti” (tra virgolette perché per me il linguaggio dei diritti è sbagliato ma non sto qui a spiegare perché) dei bambini, o fate una guerra (perdendo in questo caso la credibilità dell’opzione che sostenete). perché non ha senso chiedere qui (in praticamente tutto l’occidente) la descolarizzazione, dal momento che noi “civilizzati” riteniamo che la scolarizzazione sia uno strumento per difendere i bambini (e abbiamo il dato storico-antropologico che sostiene questo punto di vista) e non c’è motivo che permettiamo una deroga che potrebbe mettere in pericolo i bambini.

    inoltre, come già ricordato, l’obbligo arriva solo a un certo punto. nessuno vi ha costretti ad andare a quei licei o scuole superiori o università dove avete perso tanto tempo che avreste potuto usare più proficuamente. incoerenza?

  27. Oblomov scrive:

    alex mi ha risparmiato una lunga replica che sarebbe stata sulle stesse righe, per cui mi limito a rispondere agli altri punti.

    Per quanto riguarda la “scuola pubblica antistatale”, avrei una sola parola da dire: scuse. Ma mi prenderò la briga di chiarire, cominciando da una questione semantica: immagino che il termine “scuola pubblica” sia stato da te utilizzato in senso britannico, e che quindi piuttosto che riferirsi da una scuola statale intenda piuttosto una scuola privata parificata. (Altrimenti non avrebbe senso, visto che tale istituto dovrebbe essere fondato e gestito da privati.)

    Ma scendendo nello specifico, evitare di fare qualcosa perché si presuppone (di fatto immotivatamente) che essa sarebbe materialmente impedita dallo Stato senza che questo sia effettivamente avvenuto non è altro che una scusa. Notare la differenza tra «abbiamo provato a farlo, ma nonostante avessimo soddisfatto tutte le condizioni per ottenere la parificazione, questa non ci è stata concessa» e «non ci provo nemmeno perché “so” (senza alcuna effettiva prova —come ad esempio un’esperienza precedente) che mi verrà impedito»: la prima è la frase di uno che si spende anche materialmente per le proprie idee; la seconda è la frase di un parolaio che cerca giustificazioni per la propria inazione.

    Per inciso, la necessità di adeguarsi a quel minimo di contenuti imposti dallo Stato (che per la scuola dell’obbligo sono poco più che scrivere, leggere e far di conto, e che sono richiesti per le motivazioni già discusse da alex) era già stata menzionata dal sottoscritto, e ti assicuro che non pone alcun problema a quei (pochi e costosissimi) istituti privati di stampo internazionale ed internazionalista che si trovano sparsi un po’ su tutto il territorio europeo (o quantomeno in Francia, Germania ed Italia) che educano ed istruiscono come nessuna scuola pubblica potrà mai fare, sia in termini di contenuti sia in termini di metodologie.

    Per concludere, non vedo cosa ci sia di tanto strano nel paragone con i religiosi. Abbiamo esempi conclamati di approccio al pensiero libertario che sono più fideistici che analitici, difeso allo stremo contro ogni evidenza fattuale del contrario; abbiamo quel misto di disprezzo e compassione per chi è (presunta) vittima del pensiero dominante statalista (captivus diaboli); alla richiesta di prove concrete si ottengono chiacchiere sull’impossibilità di averle; alla richiesta di azioni coerenti con il pensiero si ottengono scuse (“eh, la carne è debole”).

    Infine, a livello puramente personale: l’etica cristiana, spogliata del suo rivestimento spirituale, è (nella mia modesta percezione) un messaggio di una potenza straordinaria, che potrebbe essere il fondamento di una società sana e rigogliosa; peccato che poi i suoi più accaniti propugnatori e sostenitori siano capaci di stravolgerla e pervertirla nel più immondo dei modi. Ecco, con il pensiero libertario è lo stesso: vai a guardarne il nocciolo fondamentale e dici: non si può non essere d’accordo! poi guardi a quello che ne fanno i suoi più acerrimi sostenitori, e ti viene da prendere a testate il muro.

  28. Astrolabio scrive:

    vediamo se ho capito bene:

    un bambino lasciato in balia dei genitori ha una certa possibilità di essere messo a lavorare a 5 anni; è brutto che un bambino perda l’infanzia a lavorare, no no no, quindi…

    si prende questo bambino con la forza, lo si rinchiude in una stanza con degli sconosciuti, e lo si obbliga a fare delel cose per cinque ore al giorno, inoltre gli si assegnano missioni da compiere anche quando non è imprigionato in quella stanza e torna a casa, sotto la minaccia di essere pubblicamente umiliato (siamo civili, le bacchettate non le diamo più). il tutto senza retribuzione di sorta.

    praticamente lo stato fa un piccolo schiavo per impedirgli di lavorare (“but he loves you” citando il famoso monologo di George Carlin). se l’analogia con la schiavitù non vi garba, dovrete concedere ALMENO che sia una sorta di naja, immaginate di andare da un militare di leva a dirgli beato lui, che almeno non si fa un anno di lavoro, fatelo quando è disarmato però.

    comunque solidarietà a fabristol che ha passato le scuole dell’obbligo più o meno come le ho passate io, alle elementari mi chiedevo spesso, perchè nopn venissi pagato per stare la tutto quel tempo, perchè non potessi uscire, perchè ci fossero delle sbarre alla finestra, perchè non mi insegnavano altra roba quando avevo finito di imparare quella sul programma. alle medie ero il più bravo della classe, avevo 13 rapporti sul registro, una volta venne il preside, a controllare come tenevo il diario, ero obbligato a telefonare a una secchiona tutti i giorni per sapere che compiti c’erano, in modo che così non avevo alcuna scusa per non averli fatti.
    Orribile, ed ero pure il più bravo della classe, quindi era puro nonsense per insegnarmi la “disciplina”.

    però qualche pro-scuola-militare, a questo puinto dirà che matgari a napoli o in qualche altro sobborgo la gente non sarebbe andata senza obbligo di frequenza, ok ma perchè devo pagare anche io per questo? Perchè devo cedere il mio diritto alla ricerca della felicità per colpa di qualche ottuso genitore partenopeo? i diritti sono diritti, non potete salvare un altro bambino sulle mie piccole spalle di bambino precoce.

    Piccola disertazione economica.
    alex dice che in africa, in india e in cina i bambini vengono mandati a lavorare a 5 anni, a parte la megacantonata sulla cina (sui test pisa sono i primi al mondo), a parte che tutti questi paesi hanno la scuola dell’obbligo e che quindi se è vero quello che dice alex l’bbligo è totalmente inutile. La correlazione è ovviamente con lo stock di capitale presente nell’ambiente. L’istruzione è tipicamente una forma di risparmio e investimento, siccome è utile nella società odierna la si ritiene utile sempre e comunque ma non è vero, il capitale può essere misallocato.
    mi spiego, in una società di cacciatori raccoglitori (per esempio, la società del 100.000 AC) studiare oltre il 4 anno di vita è inutile, supponete di poter imporre l’obbligo di studio fino a 18 anni, considerando la vita media di 30, oltre al fatto che non riesco a immaginarmi cosa diamine potrebbero impararsi, morirebbero di fame prima di concludere gli studi, perchè non hanno abbastanza capitale accumulato per potersi permettere di non lavorare tutti quegli anni, meglio per loro sarebbe accumulare delle bacche, una volta accumulate le bacche potrebbero permettersi tot giorni di non andare in cerca di cibo, usando quei giorni per costruire una capanna, una volta costruita la capanna possono usarla come magazzino eccetera, il capitale è una cosa organica che lega gli investimenti l’uno all’altro, se fai degli strappi ti ritrovi con investimenti che rendono meno di quanto ci hai speso perchè non sai come utilizzarli (un’areoporto nell’antica grecia per esempio). i paesei poveriin cui si trova ancora il lavoro minorile ce l’hanno perchè non hanno ancora uno stock di capitale sufficiente per rendere utile l’istruzione (per esmpio in italia si hanno troppi laureati, anni sprecati sui libri a studiare filologia romanza, glottologia o comunicazioni internazionali)
    inoltre sono talmente poveri che non hanno il modo di far eseguire le leggi che comunque hanno, ma se fossero ricchi non avrebbero bisogno di tali leggi perchè sarebbe un’investimento conveniente, quindi prorpio non ne vedo l’utilità.

  29. fabristol scrive:

    Alex dice che la scuola dell’obbligo è stata inventata per evitare che i bambini andassero a lavorare. Io invece ho un’altra teoria: Fine 800- inizio 900 le donne erano in fabbrica a lavorare come i loro mariti, tutto il giorno dall’alba al tramonto, anzi spesso si dormiva in casermoni all’interno delle fabbriche. Dobbiamo capire che questo fu un cambiamento enorme per le nostre società: finisce l’era della donna che sta a casa a badare ai bambini. Ovviamente che cosa fare di tutti questi pargoli da soli a casa? Li mettiamo in un recinto, facendo credere a tutti che sia per la loro istruzione.
    Infatti il problema della scuola dell’obbligo non si pone per le zone rurali o del meridione dove appunto all’epoca non esistevano fabbriche e veramente pochi andavano a scuola. Il nesso era industriale-scuola dell’obbligo è presto fatto. Ma questa è solo una teoria, fumosa, ma pur sempre affascinante.

    In un modo o nell’altro sia quella di Alex sia la mia teoria dimostrano che la scuola dell’obbligo non è stata inventata per dare istruzione ai figli ma semplicemente per risolvere problemi sociali come il lavoro minorile o il sovralavoro degli adulti nelle fabbriche.

  30. fabristol scrive:

    Per Alex:
    “semplicemente: i primi due non fanno male a nessuno (nessun altro che se stessi, eventualmente). l’altro fa del male ai figli. e poiché questi non possono difendersi da soli, interviene un’autorità terza a farlo.”

    Questo del fare del male ai figli perché fanno homeschooling è una tua opinione. Il reato sta nel farli lavorare, non nel dargli un’istruzione diversa. Qualcuno parlava di fece cieca, be’ mi pare palese che se c’è qualcuno che ha fede cieca sono coloro che credono nella scuola statale addirittura adducendo che chi non ci porta i figli gli fa del male.
    E comunque hai toccato esattamente il punto cruciale ci sono tre soggetti nella storia: il minore, chi tratta male il minore e chi vorrebbe intervenire per salvarlo. Ma nella mia filosofia le parti del molestatore e del garante sono invertite.
    a presto

  31. Astrolabio scrive:

    quella di alex è la stessa argomentazione che portano i conservatori come ann coulter: “non facciamo sposare i gay, altrimenti adottano i bambini, lo facciamo per salvare i bambini”.
    nice try.

  32. La descolarizzazione, così come l’anarchia, sarebbero due situazioni auspicabili solo a patto di avere raggiunto una maturità intellettuale, una consapevolezza dello stare insieme, in altre parole, un grado evolutivo così alto, da permettere, individualmente, di perseguire decisioni che giovino al bene comune; perché al bene comune coincide il bene individuale.
    Oggi come oggi nessuna delle due ipotesi è perseguibile nell’ottica di un miglioramento sociale in quanto, a partire da chi manipola le masse, non c’è quel grado di maturità necessario di cui parlavo prima. Al momento, è ancora necessaria la scuola pubblica, nella quale, indubbiamente, può ancora esserci qualche germe che possa dare frutti che sono un’anticipazione, se pur debole, di una futura evoluzione a forme di pensiero più elevato; ma forse si parla di ere, ed al ritmo al quale ci stiamo avvicinando al precipizio, non potremo vederne le conseguenza positive.

  33. Oblomov scrive:

    Procedo, per comodità, all’inverso.

    Mi piace molto l’osservazione di Bulgarelli sulla maturità. Aggiungo che in realtà, in corrispondenza ad una adeguata maturità (che non è comunque solo intellettuale) ‘collettiva’, qualunque forma di governo e di società porterebbe al bene tanto individuale quanto comunque. La domanda seria che ci si dovrebbe porre sarebbe quindi, a prescindere dalla propria opinione politica, se tale maturità può essere raggiunta, se può essere mantenuta e in entrambi i casi, per risposta affermativa, come ciò potrebbe essere ottenuto. Ma tutto ciò esula abbastanza dal discorso attuale.

    Per rispondere ad Astrolabio, la differenza fondamentale tra quello che Ann Coulter & similia pensano sui gay e quello che Alex & similia pensano sul lavoro minorile è che l’opinione dei conservatori americani non è confermata dai fatti (i figli adottivi di coppie gay nei Paesi che riconoscono il matrimonio gay e permettono l’adozione crescono esattamente come i figli adottivi delle coppie eterosessuali), laddove l’opinione di Alex & similia è basata e confermata dai fatti: laddove l’obbligo scolastico è materialmente assente (indipendente dal fatto che ci sia o meno per legge), i bambini cominciano a lavorare entro i primi dieci anni d’eta. E non è nemmeno necessario andare in India o in Cina, basta andare nel napoletano. (Peraltro sulla Cina, come sull’India, su potrebbe fare un altro interessante discorso a proposito di quanti hanno in realtà accesso all’istruzion e su chi, quindi, finisce con l’affrontare i test PISA, giusto per sfatare qualche altro mito libertario, ma lascio ai diretti interessati il compito di andarsi ad informare prima di esultare.)

    Quello che i libertari dimenticano è che la loro personale percezione e valutazione dell’educazione, dell’istruzione e della cultura è non solo fortemente soggettiva, ma anche profondamente diversa da quella di altr, altri che sono la maggior parte.

    Per ogni libertario che qui ha scritto lamentando una scuola inutile e vessatoria io conosco personalmente dieci persone, di estrazione sociale e culturale molto più varia e sopra tutto molto meno felice, per le quali la scuola è stata la salvezza: la possibilità di accedere, ad un costo molto basso, sia ad all’istruzione primaria sia a quella superiore ha permesso a figli di contadini di diventare ingegneri, a figli di operai (disoccupati più spesso che non) di diventare ricercatori, a figli di insegnanti di paese di diventare avvocati e professori universitari.

    Non solo tutto ciò non sarebbe stato possibile, senza scuole pubbliche [in senso italiano, non in senso britannico], per coloro che in questa loro aspirazione erano appoggiati dalla famiglia, ma non lo sarebbe stato, a maggior ragione, per color che hanno perseguito questa strada senza l’appoggio della famiglia, e che senza l’obbligo scolastico avrebbero dovuto lottare molto più di quello che hanno già dovuto fare.

    In sostanza, quello che i libertari dimenticano è che senza una scuola pubblica e senza obbligo scolastico gli unici che hanno effettivamente possibilità di accesso ad qualche forma d’istruzione sono quasi esclusivamente i “figli di”. E su questo torno tra poco.

    Prima di passare al punto cardine, che poi è anche sostanzialmente la risposta al primo commento di Astrolabio, vorrei fare presente che io mi sto seriamente chiedendo che cazzo di scuole abbiate fatto voi, e sopra tutto perché abbiate fatto quelle: i miei genitori, ad ogni inizio di ciclo scolastico, e per ciascuno di noi quattro figli, si sono spesi non poco per cercare scuole e sezioni in cui il livello medio degli insegnanti fosse quanto meno decente. Grazie anche a questo, la mia esperienza scolastica è stata, nel peggiore dei casi, un po’ noiosetta, ma mai tragica, anche quando mi è capitato di incontrare insegnati stronzi o ignoranti.

    Che si debba cercare una buona scuola pubblica con buoni insegnanti è certamente una situazione a cui si deve porre rimedio, ma non è certo eliminando la scuola pubblica che si risolve il problema. È un po’ come ammazzare un paziente malato di cancro per salvarlo.

    Infine, la “lezioncina” di economia di Astrolabio: l’istruzione come investimento è un discorso che vale solo ed esclusivamente per la cosiddetta istruzione superiore (scuola media superiore ed università) e solo ed esclusivamente nella misura in cui riesce a formare forza lavoro specialistica che sarebbe altrimenti non disponibile. Perlatro, funziona in una maniera che è esattamente l’opposto di quella che pensano la maggior parte dei seguaci di Adams. Ma una dissertazione in proposito sarebbe, nuovamente, fuori tema qui, perché l’istruzione superiore non è obbligatoria, ed in termini sia di frequenza o meno sia di modalità sia di contenuti lascia una vasta gamma di possibilità tra le quali spetta ai singoli scegliere: se poi le loro scelte si rivelano disastrose (come sembra essere stato il caso per i libertari finora qui intervenuti) direi che non hanno altri da rimproverare che sé stessi.

    Il punto cruciale che manca nel commento di Astrolabio è che l’istruzione (sempre, ma in particolare quella di base) è in primis una questione (ed uno strumento) di potere. E che un libertario dimentichi questo punto per dare priorità ad un aspetto economico che è piuttosto secondari mi sembra abbastanza grave.

    Ma scendiamo in dettaglio: il legame tra istruzione e potere è vecchio praticamente quanto la storia dell’umanità. Sì, anche ai tempi delle società di cacciatori e raccoglitori: anche i capi tribù in ultimo dovevano sottostare ai sapienti, ovvero i pochi che avevano “studiato” (o equivalente dell’epoca). Praticamente in ogni collocazione storica e geografica il potere “ultimo”, in qualche modo “oltre” quello puramente politico, è sempre stato in mano a sciamani, druidi, sacerdoti.

    Peraltro, il fatto che il dominio dell’istruzione e della cultura sia stato quasi esclusivamente monopolio della, diciamo così, casta sacerdotale (almeno fino a relativamente poco tempo fa) è anche una delle fondamentali radici dello strettissimo legame tra religione e politica, che lungi dall’essere una novità dell’Occidente moderno, è una caratteristica alquanto diffusa nella storia dell’uomo.

    Persino Carlo Magno si rendeva conto del fatto che il proprio analfabetismo lo metteva in condizioni di inferiorità nei confronti della Chiesa, e non a caso suo fu uno dei primi (se non il primo) tentativo di creazione di una forma educativa accessibile che fosse esterna al dominio clericale. Giusto per capire come già prima della rivoluzione industriale ci fosse chi aveva colto appieno la necessità ed i veri motivi per un’educazione “universale”.

    Peraltro anche la correlazione tra obbligo e industrializzazione è parecchio falsata. In Italia, ad esempio, è vero che l’obbligo scolastico fu introdotto in epoca industriale, ma è anche vero che quando fu introdotto la stragrande maggioranza dell’Italia era contadina, e le “braccia rubate all’agricoltura” erano (percepite) più (come) un danno che un beneficio. Non a caso l’iniziativa era fortemente contrastata dai padroni dell’epoca (principalmente latifondisti).

    E non è un caso che tuttora la scuola pubblica dia profondamente fastidio a chi gestisce il potere; non è un caso che si tenti di demolirla in ogni modo possibile ed immaginabile, piuttosto che cercare di operare per migliorarla dove dovrebbe veramete essere migliorata (e ricordiamo che fino almeno agli anni ‘80, e probabilmente anche fino ai ‘90, la scuola pubblica italiana era tra le migliori scuole pubbliche del mondo).

    Ma forse è eccessivo pretendere conoscenze storiche adeguate ed adeguate capacità di analisi da chi a scuola è stato talmente traumatizzato.

  34. Oblomov scrive:

    Ah, me ne stavo dimenticando una, in risposta a fabristol e la sua difesa dell’home schooling.

    Il problema dell’home schooling non è l’home schooling in sé, è il dimostrare che ci sia effettivamente stato. Per ogni figlio di fabristol che studia nella scuola di Stato quello che ha deciso lo Stato invece di stare a casa a studiare quello che decide suo padre, quanti ragazzini e ragazzine napoletani ci sono che vanno a zappare, a spacciare o a prostituirsi?

  35. Astrolabio scrive:

    “l’opinione dei conservatori americani non è confermata dai fatti2
    opinabile
    “laddove l’opinione di Alex & similia è basata e confermata dai fatti: laddove l’obbligo scolastico è materialmente assente”
    opinabile (nel napoletano tutti i bambini vanno a lavorare a dieci anni? le scuole sono deserte?)

    “Per ogni libertario che qui ha scritto lamentando una scuola inutile e vessatoria io conosco personalmente dieci persone, di estrazione sociale e culturale molto più varia e sopra tutto molto meno felice, per le quali la scuola è stata la salvezza: la possibilità di accedere, ad un costo molto basso, sia ad all’istruzione primaria sia a quella superiore ha permesso a figli di contadini di diventare ingegneri, a figli di operai (disoccupati più spesso che non) di diventare ricercatori, a figli di insegnanti di paese di diventare avvocati e professori universitari.”

    stiamo parlando di scuola dell’obbligo o di università? Ti consiglio di leggere la second aparte di “anarchia, stato, utopia” in cui ci sono molte riflessioni in risposta a questa sorti di argomentazioni utilitariste.
    La questione è: il fatto che questa istituzione abbia fatto tanto bene (ammesso e non concesso eh) a tante persone, è giusto che per questo violi i miei diritti?
    Se uccido un uomo, gli espianto gli organi vitali e li dono a 5 persone in fin divita, posso considerarmi una persona giusta? in fondo al netto della azione ci sono 4 morti in meno.
    Direi che questo ragionamento non funziona no? Mi sembra che comunque noi abbiamo ognuno un’esistenza sua, separata da quella degli altri, e il bene comune non è un motivo valido per violare i nostri diritti.

    “vorrei fare presente che io mi sto seriamente chiedendo che cazzo di scuole abbiate fatto voi, e sopra tutto perché abbiate fatto quelle: i miei genitori, ad ogni inizio di ciclo scolastico, e per ciascuno di noi quattro figli, si sono spesi non poco per cercare scuole e sezioni in cui il livello medio degli insegnanti fosse quanto meno decente.”

    ho avuto le migliori maestre che avessi potuto avere, credo, soprattutto in quarta e in quinta, è proprio il sistema che è fallato: una gioventù fascista in versione democratica, un può aver fatto il militare sotto il migliore comandante, ma se è un obiettore di coscienza hippie è difficile che gli piaccia la leva obbligatoria.

    “l’istruzione come investimento è un discorso che vale solo ed esclusivamente per la cosiddetta istruzione superiore”
    se non è un’investimento che cos’è? consumo? se non è un’investimento allora avremmo ancora più ragione noi a considerarla un’inutile tortura.

    “Il punto cruciale che manca nel commento di Astrolabio è che l’istruzione (sempre, ma in particolare quella di base) è in primis una questione (ed uno strumento) di potere. E che un libertario dimentichi questo punto per dare priorità ad un aspetto economico che è piuttosto secondari mi sembra abbastanza grave.”
    in realtà lo davo per scontato :-)

    “E non è un caso che tuttora la scuola pubblica dia profondamente fastidio a chi gestisce il potere; non è un caso che si tenti di demolirla in ogni modo possibile ed immaginabile,”

    questa proposizione è totalmente contraddittoria con quanto hai affermato nella precedente citata. è logico che se l’istruzione è uno strumento di potere (e lo è) chi ha il potere farà di tutto per mantenere un’istruzione su cui ha il controllo o di appropriarsi di questa se non lo ha, in Italia la scuola pubblica moderna è stata fondata da Mussolini, teorico dello stato totalitario, e non è stata quasi più modificata, un caso?
    E’ per questa caratteristica di stampare memi filo statali nei cervelli de bambini che le materie utili, diciamo fondamentali, si fanno con intensità nei primi due anni per poi cedere gradualmente il posto alo studio epico dell’antica roma e del risorgimento o a materie come educazione civica che ha lo scopo smaccato di creare servi dello stato (epiteto utilizzato addirittura come un complimento)

  36. Oblomov scrive:

    “l’opinione dei conservatori americani non è confermata dai fatti2
    opinabile

    Questo è esattamente quello a cui mi riferisco quando parlo di fede religiosa dei libertari: i fatti ben documentati non sono “opinabili”, sono fatti. Fatti (in questo specifico caso) che i conservatori americani preferiscono ignorare, esattamente come gli integralisti religiosi preferiscono ignorare tutti i fatti che contrastano con la loro personale visione del mondo.

    “laddove l’opinione di Alex & similia è basata e confermata dai fatti: laddove l’obbligo scolastico è materialmente assente”
    opinabile

    Idem come sopra. Il fatto che fatti ben documentati siano in contrasto con le vostre personali idee liberarie non vuol dire che i fatti sono opinabili, vuol dire che per sostenere le vostre tesi libertarie dovete essere voi a dimostrare, con i fatti, che realtà diverse sono possili.

    (nel napoletano tutti i bambini vanno a lavorare a dieci anni? le scuole sono deserte?)

    Non ho né detto né implicato questo. Evidentemente la repressiva scuola che hai frequentato non è riuscita ad insegnarti la comprensione del testo. Ti suggerisco comunque di documentarti su certe zone del napoletano (per inciso, parlo del napoletano proprio perché è una zona su cui è più facile documentarsi, ma ti potrei parlare di certi quartieri del catanese che non è che siano messi molto meglio).

    “Per ogni libertario che qui ha scritto lamentando una scuola inutile e vessatoria io conosco personalmente dieci persone, di estrazione sociale e culturale molto più varia e sopra tutto molto meno felice, per le quali la scuola è stata la salvezza: la possibilità di accedere, ad un costo molto basso, sia ad all’istruzione primaria sia a quella superiore ha permesso a figli di contadini di diventare ingegneri, a figli di operai (disoccupati più spesso che non) di diventare ricercatori, a figli di insegnanti di paese di diventare avvocati e professori universitari.”

    stiamo parlando di scuola dell’obbligo o di università? Ti consiglio di leggere la second aparte di “anarchia, stato, utopia” in cui ci sono molte riflessioni in risposta a questa sorti di argomentazioni utilitariste.
    La questione è: il fatto che questa istituzione abbia fatto tanto bene (ammesso e non concesso eh) a tante persone, è giusto che per questo violi i miei diritti?
    Se uccido un uomo, gli espianto gli organi vitali e li dono a 5 persone in fin divita, posso considerarmi una persona giusta? in fondo al netto della azione ci sono 4 morti in meno.
    Direi che questo ragionamento non funziona no? Mi sembra che comunque noi abbiamo ognuno un’esistenza sua, separata da quella degli altri, e il bene comune non è un motivo valido per violare i nostri diritti.

    Un’altra delle cose che odio di voi libertari è l’uso di metafore iperboliche che (1) non colgono nemmeno lontanamente il punto (2) confondono le idee (3) arrecano più danno che beneficio alle vostre idee. Ma giusto per rispondere alle puntalizzazioni di cui sopra:

    è abbastanza evidente, visto che si parla di obblighi e costrizioni eche il dibattito è nato dalla Descolarizzazione di Illich, che l’argomento del discorso è la scuola dell’obbligo, ovvero la cosiddetta istruzione primaria (senza la quale non si può accedere a quella secondaria e universitaria; e non sto parlando di questioni legali)
    il confronto con l’omicidio per l’espianto di organi vitali è insostenibile, perché le condizioni e le implicazioni dei due casi sono completamente diverse; l’obbligo scolastico non è infatti in alcuna maniera assimilabile ad un omicidio; anche evidenziando come sua unica caratterisca la privazione temporanea della libertà dell’individuo, che potrebbe assimilarlo nella peggiore delle ipotesi al carcere, infatti, rimane su un piano concettuale e pratico completamente diverso dalla perdita della vita; per di più, occorre anche considerare in che modo avviene questa privazione temporanea della libertà dell’individuo, e qual è l’alternativa alla stessa: si scopre così che nell’ambito del’obbligo scolastico si ha comunque una gamma più o meno vasta (a seconda del luogo dove ci si trova e delle capacità economiche dei genitori) di scelte su dove e come far istruire ed educare i figli; e che troppo spesso l’alternativa è il lavoro minorile; infine, se si volesse solo parlare in termini utilitarismo e per restare in campo medico, l’obbligo scolastico sarebbe meno cazzonamente paragonabile alle vaccinazioni obbligatorie, o ad esami medici obbligatori (confronti che non tengono conto ad esempio della scala temporale, ma nemmeno l’omicidio per l’espianto ne tiene conto, e siamo sempre nell’ambito di paragoni cazzoni), sui quali sono pienamente d’accordo
    e giusto per continuare sulla tangente dell’espianto di organi, se da un cadavere si potessero espiantare gli organi per salvare vite umane, anche contro il volere espresso in vita dallo stesso, o contro il volere dei suoi parenti, sì, penso che potrebbe essere opportuno procedere.

    “vorrei fare presente che io mi sto seriamente chiedendo che cazzo di scuole abbiate fatto voi, e sopra tutto perché abbiate fatto quelle: i miei genitori, ad ogni inizio di ciclo scolastico, e per ciascuno di noi quattro figli, si sono spesi non poco per cercare scuole e sezioni in cui il livello medio degli insegnanti fosse quanto meno decente.”

    ho avuto le migliori maestre che avessi potuto avere, credo, soprattutto in quarta e in quinta,

    Da quello che racconti mi permetto di dubitarne; o sei proprio stato molto, ma molto, sfortunato. La domanda spontanea che potrebbe sorgere a questo punto è: cosa avresti fatto se avessi potuto non andare a scuola? (Non che la domanda abbia molto senso, perché tu mi risponderai con ciò che avresti potuto avere intenzione di fare, laddove io sto pensando a cosa avresti potuto effettivamente fare, e come questo avrebbe influito sul tuo futuro.)

    è proprio il sistema che è fallato: una gioventù fascista in versione democratica, un può aver fatto il militare sotto il migliore comandante, ma se è un obiettore di coscienza hippie è difficile che gli piaccia la leva obbligatoria.

    Devo dire che nell’ambito delle metafore che vedo fare ai libertari questa è forse la meno cazzona, ma manca comunque di alcuni punti chiave, che vanno dalle motivazioni storiche (su quelle della scuola dell’obbligo ho parlato tanto prima che in questa risposta, su quella della leva obbligatoria credo che si possa essere d’accordo sulla carne da macello a basso costo), sui soggetti (individui ritenuti in possesso della maturità per poter fare le proprie scelte da un lato, minori altrimenti in balîa dei proprî genitori), sulle alternative, sulla sostanza.

    Tutto ciò può non cambiare la tua percezione della situazione, ma evidenzia l’inaccuratezza del confronto.

    “l’istruzione come investimento è un discorso che vale solo ed esclusivamente per la cosiddetta istruzione superiore”
    se non è un’investimento che cos’è? consumo? se non è un’investimento allora avremmo ancora più ragione noi a considerarla un’inutile tortura.

    Come spiegava appunto il resto di ciò che avevo scritto, l’aspetto fondamentale dell’istruzione primaria è sociale, non economico. Parlarne quindi in termini di investimento e consumi è quanto meno improprio. È solo quando poi entra in gioco l’istruzione superiore che la questione economica diventa più significativa, ed è solo in questo contesto che la propedeuticità dell’istruzione primaria assume a sua volta un carattere economico. Ma, giusto per usare una delle vostre metafore cazzone, sarebbe come dire che nascere è un investimento, essendo propedeutico a tutto quanto segue.

    “Il punto cruciale che manca nel commento di Astrolabio è che l’istruzione (sempre, ma in particolare quella di base) è in primis una questione (ed uno strumento) di potere. E che un libertario dimentichi questo punto per dare priorità ad un aspetto economico che è piuttosto secondari mi sembra abbastanza grave.”
    in realtà lo davo per scontato

    Talmente scontato che continui a perdere di vista il punto cruciale, ovvero che senza istruzione si rimane succubi di chi detiene il potere.

    “E non è un caso che tuttora la scuola pubblica dia profondamente fastidio a chi gestisce il potere; non è un caso che si tenti di demolirla in ogni modo possibile ed immaginabile,”

    questa proposizione è totalmente contraddittoria con quanto hai affermato nella precedente citata. è logico che se l’istruzione è uno strumento di potere (e lo è) chi ha il potere farà di tutto per mantenere un’istruzione su cui ha il controllo o di appropriarsi di questa se non lo ha, in Italia la scuola pubblica moderna è stata fondata da Mussolini, teorico dello stato totalitario, e non è stata quasi più modificata, un caso?
    E’ per questa caratteristica di stampare memi filo statali nei cervelli de bambini che le materie utili, diciamo fondamentali, si fanno con intensità nei primi due anni per poi cedere gradualmente il posto alo studio epico dell’antica roma e del risorgimento o a materie come educazione civica che ha lo scopo smaccato di creare servi dello stato (epiteto utilizzato addirittura come un complimento)

    *sospiro* Procediamo con calma.

    Punto primo, terminologia: quando parlo di istruzione come potere parlo dell’essere istruiti, non del venire istruiti o dell’istruire. Parlo cioè dello status, della condizione, non del processo usato per arrivare ad esserlo. Per ribadire in maniera semanticamente non ambigua: chi è istruito (chi ha un’istruzione) ha uno strumento di potere in più rispetto a chi non ce l’ha. (Evidentemente l’esempio di Carlo Magno, giusto per parlare di un caso eclatante di uomo di potere non istruito che si rendeva conto della propria inferiorità rispetto a chi deteneva il vero potere, ovvero chi deteneva il monopolio sull’istruzione, ovvero la Chiesa, non era sufficiente a chiarire il discorso).

    In questo senso, la possibilità (quasi) universale di ricevere (almeno) un’istruzione (di base) dà fastidio a chi gestisce il potere. Qesto è appunto il senso della mia frase da te riportata, che tutt’altro che essere in contraddizione con la precedente, ne discende in maniera naturale. Di più, sarebbe contraddittorio auspicare ugualianza sociale, in qualunque forma e con qualunque scopo, senza sottolineare la necessità di un’istruzione universalmente accessibile. In particolare, precludere a qualcuno, in qualunque modo —implicito o esplicito— questo venga fatto, l’accesso ad un’istruzione di un certo livello significa automaticamente privarlo della possibilità di raggiungere una certa condizione sociale.

    Per esempio: rendere l’accesso all’istruzione economicamente proibitivo (o, passivamente, non renderlo economicamente accessibile). Per esempio: permettere al padrone del padre di impedire al figlio del sottoposto di avere un’istruzione.

    Veniamo ora al secondo punto: proprio perché l’istruzione (posseduta) è uno strumento di potere, chi detiene il potere ha interesse ad esercitare quanto più controllo possibile sui meccanismi di formazione, ovvero sul processo. Questo è vero. Il resto della tua analisi è però sbrigativa e a dir poco zoppicante. Ritenere che la scuola di adesso sia sostanzialmente uguale a quella degli anni ’80, degli anni ’60, del dopoguerra, del fascismo dimostra una conoscenza della storia della scuola italiana a dir poco superficiale; ed è un peccato, perché al contrario di quanto tu sostieni, la storia delle trasformazioni subite dalla scuola dal fascismo ad oggi offre uno strumento di analisi estremamente interessante per l’alternarsi dei rapporti di forza nei giochi di potere.

    Il punto cardine del discorso è che la scuola pubblica è (come è stata da quando esiste) un’arma a doppio taglio: da un lato, un minimo di istruzione è non solo sempre più opportuna, ma anzi sempre più necessaria in società come la nostra; dall’altro, “troppa” istruzione, soprattutto di un certo tipo, è pericolosa per il potere. La storia della scuola è quindi una lotta (istruttiva già di per sé!) che vede da una lato forze politiche (tipicamente cattolici e conservatori) interessate a mantenere il livello d’istruzione al minimo indispensabile, dall’altro invece forze (tipicamente progressisti) che spingono perché istruzione sempre di livello migliore sia sempre più accessibile.

    Quando si parla di Mussolini ci si dimentica spesso che il suo pensiero politico non era “scolpito nella pietra”, ma che subì un’evoluzione (o se si preferisce, una deriva) dalle sue origini socialiste fino all’imperialismo visionario ed alla sua sanguinosa conclusione nella seconda guerra mondiale. E questa sua evoluzione si manifesta anche nell’evoluzione dell’istruzione pubblica sotto il fascismo: da Gentile, tutt’altro che progressista, ma comunque troppo laico per la Chiesa, a Bottai, famoso più per le purghe razziali e politiche che per la mai attuata riforma.

    Il potere che renda disponibile una possibilità universalmente accessibile d’istruzione ha sostanzialmente quattro modi per controllarla: i contenuti, i metodi educativi, i metodi di verifica, i docenti.

    Partiamo dall’ultima, che è anche la forma di controllo più preziosa. Dal dopoguerra ad oggi, allontanare un insegnate (di ruolo) dalla scuola è diventato praticamente impossibile; purtroppo, perché si rimane ad insegnare anche quando si è il peggior insegnante dell’universo; ma anche per fortuna, perché non si può essere allontanati dalla scuola per motivi ideologici (troppo comunista, troppo anarchico, troppo berlusconiano). In altre parole, dal dopoguerra ad oggi lo Stato si è privato dello strumento di controllo più potente che ha sulla scuola pubblica, ovvero la possibilità di allontanare da essa gli individui che potrebbero educare ed istruire in contrasto con gli interessi del potere costituito: una differenza sostanziale rispetto alla scuola fascista, ed una differenza talmente importante che il nuovo potere si è dovuto inventare nuovi modi per ovviare alla perdita di controllo diretto sui docenti.

    I famosi tagli alla scuola pubblica non hanno solo una funzione economica, ma sono anche l’unica alternativa rimasta al potere attuale per sopperire a questo problema: non potendo buttare fuori i professori, si riduce il numero di cattedre, si aumentano gli studenti per classe (lavorare con classi di 30 e più persone non ti permette di fare le cose che puoi fare con classi di 20 persone), e si evita che altri professori diventino di ruolo. Rendere la scuola pubblica sgradevole agli insegnati è anche un ottimo modo per demotivarli. Dopo tutto, quanti libertari sono dotati di quello spirito missionario che li potrebbe portare a diventare insegnanti per aprire le menti di un pugno di studenti?

    La seconda forma di controllo, in ordine d’importanza, è quella del metodo di verifica. Sul finire degli anni ’60 (o erano già gli anni ’70?) si faceva un gran parlare del famoso “6 politico”, e quindi della promozione automatica all’anno successivo: un’idea discutibile (è abbastanza idiota andare a studiare cose che richiedono conoscenze pregresse che allo studente mancano), ma che aveva lo scopo di contrastare l’uso della bocciatura come metodo di controllo dell’accesso all’istruzione superiore. È su questo punto che si sono susseguite le varie modifiche nel corso della storia della scuola su bocciature, esami di riparazione, e corsi di recupero.

    Ma questo punto rimane comunque secondario al precedente, perché anche il più perverso meccanismo di controllo diventa innocuo in mano al più giusto degli insegnati, e lo strumento di verifica più innocuo farà strage in mano al più infame degli insegnanti.

    Gli ultimi due punti, che sono quelli che sembrano premerti di più (ovvero la memetica dell’educazione scolastica), sono in realtà ben poco significativi, in confronto alla questione dei docenti.

    Ma prima di approfondire questo discorso, vorrei sottolineare che la tua differenziazone tra materie “utili, diciamo fondamentali” e le altre è uno di quei concetti che, largamente adottati nella scuola elitaria e classista di Gentile, sono poi stati attivamente e progressivamente smantellati nelle varie riforme del dopoguerra, sotto la spinta di iniziative progressiste: sono infatti concetti come quelli che portano alle scuole “settoriali”, quelle per chi occuperà poi posizioni di potere da un lato, quelle per il popolino dall’altro.

    L’opinione che lo studio della storia sia meno utile (anzi fondamentale) del saper leggere, scrivere e far di conto, d’altra parte, potrebbe spiegare perché i commenti dei libertari dimostrano una tale carenza in tale ambito. D’altra parte, “chi non conosce la storia è condannato a ripeterla”. Discorso simile vale per l’educazione civica: conoscere le regole della società in cui, volenti o nolenti, ci si ritrova a vivere, non mi sembra inutile, anche se le si ritiene ingiuste; conoscere le istituzioni che ne compongono le strutture di potere è ugualmente importante, soprattutto se da esse ci si vuole difendere, o se le si vuole criticare.

    Non direi quindi che lo studio della storia o della famigerata educazione civica siano in sé e per sé inutili; anzi, il loro studio è essenziale per potercisi difendere dal potere, per poterlo contrastare. Il vero problema diventa infine come questo studio avviene: ma (e qui giace un’altra importante differenza tra la scuola prima e dopo la seconda guerra mondiale) il controllo che chi gestisce il potere ha sui metodi d’insegnamento è relativamente limitato: la più parte della responsabilità della didattica (cosa, quanto e come venga insegnato ed imparato) giace sostanzialmente sulle spalle dei docenti, sul controllo dei quali ho già discusso prima, non sulla scuola pubblica in sé e per sé, né sui contenuti che vengono.

    Se chi ti insegnava storia lo facia come se fosse epica, il problema era l’insegnante. Nelle lezioni di storia che ho seguito io alla scuola dell’obbligo, di epico c’era ben poco, e viaggiavamo piuttosto tra il noioso ed il curioso. Similmente per l’educazione civica, della quale in verità credo di non aver fatto una lezione che fosse una: mi sono però letto il libro con un certo interesse, e non mi risulta parlasse di servi dello Stato in alcuna maniera, che fosse elogiativa o spregiativa; ma è servito a cominciare a darmi alcuni concetti fondamentali su come, in teoria, avrebbe dovuto funzionare lo Stato italiano.

    E che il cardine siano gli insegnanti piuttosto che la programmazione scolastica in sé e per sé lo si capisce meglio quando si scopre che le stesse discrepanze qualitative si riscontrano anche in materie, come la matematica, che di memetico hanno ben poco: se mia sorella è uscita dalla medie convinta che la matematica non fosse una materia logica, il problema non è certo la scuola pubblica in sé e per sé, né i programmi ministeriali, bensí la scarsa qualità di quello specifico insegnante.

    Per concludere un discorso che sta cominciando a diventare noiosamente ripetitivo, prendo spunto dalla frase di Illich riportata nell’articolo: «dare a tutti eguali possibilità d’istruzione è un obiettivo auspicabile e raggiungibile». Io direi di più: è necessario. E sottolineo anche che “dare possibilità” significa almeno tre cose: rendere l’istruzione disponibile (quindi, in particolare, che ci sia chi può insegnare, o che ci sia altrimenti la possibilità di studiare), renderla accessibile (quindi, eliminare ogni ostacolo di tipo economico, politico o sociale all’accesso all’istruzione) ed infine impedire che venga ostacolata: se i genitori (o i loro padroni) vogliono impedire al figlio di istruirsi, “dare la possibilità” significa costringere i genitori a lasciare che il figlio si istruisca.

    (Io andrei oltre, osservando come la sola possibilità non sia di per sé sufficiente, ma supponiamo per il momento che lo sia.)

    Il discorso di Illich prosegue contestando alla scuola dell’obbligo questa capacità e sostenendo che altre vie (più libertarie) sono possibili. A questo punto, chiunque non sia imbevuto di fede libertaria ed abbia quindi quel distacco necessario per un’analisi critica della situazione e delle proposte, si dovrebbe chiedere: davvero senza scuola dell’obbligo si può avere questa auspicata universalità della possibilità d’istruzione? e queste altre vie proposte sono concretamente possibili? e riuscirebbero effettivamente nell’obiettivo sperato? Dove un libertario risponderebbe senza esitazione in maniera affermativa, senza altra prova che le proprie convinzioni (non a caso parlo di fede libertaria), uno meno fiducioso guarderebbe quanto meno fatti.

    Ed i fatti sono che finora senza obbligo scolastico non si è avuta possibilità d’accesso universale all’istruzione (nota bene: non si sta sostenendo qui che senza scuola dell’obbligo non ci si possa istruire, ma che senza scuola dell’obbligo l’accesso all’istruzione non è stato (finora) universale); e che finora solo la scuola di Stato ha offerto a molti una possibilità di riscatto sociale che altrimenti non avrebbero mai avuto. E questo, anche se non risponde “no” alla prima domanda, mina pesantemente le contestazioni di Illich alla scuola dell’obbligo: essa infatti questa possibilità; possiamo dibattere su quanto effettivamente universalmente la dia, o se sia o meno il modo migliore per darla, ma contestare il fatto che la dia significa negare la realtà.

    Ma il vero nodo della questione sono le altre due domande, ed è proprio da quelle che sono emersi i miei primi commenti. Perché tanto la concreta possibilità quanto l’efficacia dei metodi proposti nel rendere universalmente accessibile l’educazione, sono cose che possono essere dimostrate solo dai fatti, non dalle chiacchiere e dai dibattiti teorici. E nei fatti, nei quarant’anni dalla pubblicazione del libro di Illich, pur con l’incostratato fiorire di forme educative alternative a quelle della scuola dell’obbligo tradizionale (dall’home schooling alle scuole steineriane passando per quelle che seguono il metodo Montessori, giusto per citare quelle più famose), niente è riuscito ad avvicinarsi anche solo lontanamente a quel carattere di «auspicabile» universalità d’accesso all’istruzione propugnato da Illich. E non è che sia mancata ai libertari la possibilità di implementarle, quelle famose idee.

    E allora, se davvero credete in quello che dite, rimboccatevi le maniche e lavorate concretamente per realizzare queste famose alternative alla scuola statale per un’istruzione universalmente accessibile. Ma se non ci riuscite, almeno evitate di fare il gioco di chi detiene il potere, come fate aiutandolo a smantellare l’unica possibilità attuale e concreta d’istruzione universalmente accessibile invece di lavorare per migliorarla.

  37. Oblomov scrive:

    Segnalazione tecnica per l’autore: fai in modo che quando un commento è troppo lungo questo venga segnalato opportunamente, e fai in modo che il tentativo di spedizione non cancelli il corpo del testo: chi non scrive il commento a parte rischia di perdere tonnellate di testo scritto.

  38. Cerco di riprendere le fila della discussione (del lavoro arretrato m’ha tenuto lontano dal pc, che peraltro è guasto…).

    Inutile premettere che concordo pienamente con Fabristol (che ha argomentato in modo assai simile a come avrei fatto io) e Astrolabio (che ha apportato spunti di riflessione in più). Ciò non significa che non riconosca la legittimità delle obiezioni di Alex, Oblomov ed altri. Solo… mi sembrano fallaci in più punti. Andiamo con ordine.

    Sulla questione obbligo scolastico VS lavoro minorile avrei molto da ridire. Anzitutto, metodologicamente, non mi sembrano due fattori direttamente correlati, soprattutto nella formulazione aut aut che sembra darne Alex – provate a chiedere a mio padre o a mio suocero (o, per non andare troppo lontano, ai bambini che dalle mie parti vengono ancora impiegati, il pomeriggio, come garzoni dai barbieri) se la scuola li ha salvati dal lavoro. Secondo, un po’ tutti abbiamo parlato di obiettività, ma nessuno ha fornito statistiche con cifre ben precise. Terzo, come è stato detto, per scongiurare il lavoro minorile basta una legge apposita, senza pretendere l’obbligo scolastico (in una prospettiva di stato minimo, che è quel che caldeggio, la prima mi sembra legittima e auspicabile, il secondo no!). Per finire, vogliamo parlare del giudizio morale implicitamente negativo che viene dato del lavoro minorile? Pensiamo tutti a scene dickensiane o alle fabbriche cinesi, immediatamente; mi chiedo solo perché il bambino costretto, ad esempio, a studiare pianoforte o danza classica debba ritenersi più fortunato di uno che segua da vicino altre attività dei ‘grandi’ (ci sarebbe da aprire tutta una lunghissima parentesi sul valore pedagogico del lavoro – e su come esso venga percepito – nelle varie età; probabilmente, senza forzare la mano – cioè senza sforzare i minorenni – non può essere una cosa così negativa come viene dipinta).

    L’obiezione di Laura mi riecheggia certe remore verso internet di Eco, di cui ha parlato anche Hronir. Credo che nell’apprendimento abbia più parte l’allievo che il maestro. Credere il contrario significa cadere nel paradosso gesuitico (e behaviorista) del «datemi un bambino e ne farò quel che volete». Inoltre mi sembra che si dimentichi che le compagnie frequentate dai ragazzi sono quasi sempre comunque più influenti della scuola. Per finire, fosse stato per la scuola non avrei saputo nulla di Dostoevskij né di Puccini (e di Platone avrei ricordato malamente il mito della caverna, senza neanche afferrarne il senso…).

    A Oblomov risponderò con più calma (magari quando mi aiuterà a fare ripartire il pc…). ;-) Intanto lo correggo subito: in Italia vi è l’obbligo scolastico fino a 16 anni. Risultato: un sacco di pelandroni al primo anno delle superiori, destinati a venire bocciati due volte finché l’obbligo sarà venuto meno.

    Finisco (per ora…) accennando brevemente all’intervento di Roberto Bulgarelli, che parla di ‘maturità intellettuale’ dando per scontato che non vi sia. Obietto: già oggi la stragrande maggioranza dei genitori preferisce far continuare gli studi ai figli, proprio rincorrendo il sogno del riscatto (ormai sempre più improbabile). In questo senso sono maturi o immaturi? (Hint: forse era meglio apprendere un lavoro…).

    A fra non molto (intanto leggo l’ultimo intervento di Oblomov, postato proprio mentre stavo scrivendo…).

  39. P.S. Oblomov, non sapevo (né mi risulta…) che i commenti vengano automaticamente ‘limitati’. Sapresti dirmi di preciso che messaggio ti restituiva?

  40. Oblomov scrive:

    Al resto risponderò quando avrò letto le risposte che stai ancora scrivendo. Per quanto riguarda

    P.S. Oblomov, non sapevo (né mi risulta…) che i commenti vengano automaticamente ‘limitati’. Sapresti dirmi di preciso che messaggio ti restituiva?

    il problema è proprio che non è stato restituito nessun messaggio. Ho provato più volte a mandare il commento per intero: gran giramento di simboli, e poi tabula rasa della text box senza che il commento fosse pubblicato, e nessuna segnalazione dell’errore.

    Per quanto riguarda l’assistenza per il computer, mi risulta che i sistemi con doppia scheda, specie quelli in cui lo switch tra le due è gestito dal sistema operativo, semplicemente non siano supportati in Linux, al momento. C’è un po’ di lavoro sperimentale che si può trovare in giro su internet, ma per lo più con scarsi risultati.

  41. Astrolabio scrive:

    un documentario che ho cominciato a vedere e che si sembra assai interessante fatto da un noto giornalista libertarian (in realtà un giorno vorrei fare una scuola come astrolabio comanda, è uno dei miei sogni, purtroppo mi manca il capitale per ora, e il business è praticamente impossibile per via delle norme e la concorrenza sleale, tant’è che gli asili nido privati sono solo ed esclusivamente cooperative, perchè è matematicamente impossibile fare utili)

  42. Alcune altre brevi risposte a Oblomov (e non solo).

    Primo: parli di fatti. Ora, forse noi filosofi siamo troppo immersi in un nietzschianesimo di seconda mano; ma forse è utile ricordare che anche a partire dai medesimi dati numerici – che comunque nessuno di noi sta fornendo per avallare le proprie tesi! – si possono dare letture differenti. In altre parole: perché stiamo legando in modo così deterministico assenza di scolarizzazione e sfruttamento minorile? E altresì: perché vi accanite a correlare la descolarizzazione con l’analfabetismo? Diciamolo chiaramente: per insegnare a un bambino a leggere e scrivere bastano dei genitori che sappiano leggere e scrivere (e nelle società occidentali essi sono una maggioranza bulgara). Perché ciò non è possibile? Perché i genitori devono lavorare, si dirà. E perché devono lavorare fino a non poter avere tempo da dedicare all’educazione dei figli?

    Secondo: parli delle numerose alternative alla scuola. A me pare piuttosto che la ‘classe’ di cui si farà parte è un po’ un terno al lotto: non sai mai che professori e che compagni ti capiteranno. Come era intuibile anche da alcuni cenni di Fabristol, perché non posso decidere di avere come compagni di apprendimento dei miei pari? (Cosa assai più probabile tra gli allievi di un maestro che tra gli alunni di un insegnante).

    Terzo, il valore dell’istruzione. Ripeto: non è che lo stiamo – lo state – sopravvalutando? A cosa può servire a un guineano leggere e scrivere, soprattutto quando questa possibilità gli toglie tempo e spazio da dedicare al suo habitat, al suo ambiente? (Diamond si stupiva di quanto i membri delle tribù che lo ospitassero fossero intelligenti, sebbene di un’intelligenza pragmatica, ben diversa da quella razionalistica e umanistica come solitamente intesa da noi). In questo senso l’istruzione, come ben rileva Illich, è meramente funzionale alla società in cui si vive; pertanto da queste parti crea membri idonei allo Stato. È questa la famosa libertà di scelta di cui parlate voi non libertari?

    Per ora mi limito a questo. Ho ancora il pc da formattare, ahimè – nonché la prossima recensione da ultimare.

    (P.S. I commenti erano stati intrappolati nel filtro spam, suppongo per via della lunghezza…).

  43. fabristol scrive:

    Ecco qua quello che io condivido al 100%:
    http://www.lewrockwell.com/kinsella/kinsella22.1.html

    d’altronde io sono un kinselliano-hoppiano. ;)

    Un’altra cosa che va un po’ per la tangente ma che si collega a quello che dicevo io e a quello che diceva Davide. Perché i genitori non hanno tempo per educare i figli? In teoria grazie al progresso, al libero mercato e alla massificazione nonché alla specializzazione del lavoro potremmo lavorare 5 ore al giorno, forse anche meno, per avere una vita agiata. Nel senso che più il progresso e la specializzazione del lavoro sono andati avanti meno ore di libertà abbiamo ottenuto, paraddosalmente. E dovrebbe essere il contrario visto che le popolazioni di raccoglitori-cacciatori avevano (e hanno) ore e ore di ozio disponibili per appunto educare i figli. Il problema è che appunto lavoriamo non solo per noi stessi ma anche per qualcun altro…
    Io per esempio lavoro 9-10 ore al giorno e spesso anche a casa. Tra l’altro quantità di lavoro e stipendio non combaciano: più lavoro più lo stato mi tassa. Non mi conviene fare lo straordinario infatti. Perché tanto il mio sacrificio andrà a qualcun altro. Il mio capo poi non può prendere altri collaboratori perché per dar loro uno stipendio umano dovrebbe alzare gli stipendi per l’appunto dello stesso tanto che il parassita richiede (che qui è 35% dello stipendio). E sommando il 35% di tre stipendi potrebbe pagarne un quarto. Lo stato crea povertà e disoccupazione infatti.

  44. @fabristol: “clap, clap, clap” anche stavolta hai fatto il tuo spettacolino.
    Anche la piaggeria verso il tuo padrone che invece commiseri. Posso chiedere per curiosità tra il tuo stipendio e reddito del tuo donatore di lavoro quale rapporto c’è ?
    Ritieni che dovremmo a questo punto ribellarci e sguainare la “spada”?
    Cosa ferma (oltre l’innato masochismo che ha contraddistinto l’essere umano) l’imminente rivoluzione?
    Invece di fare proclami, prova un po’ di analisi della società (non per esaltarla, non lo farei neanch’io) ma basandosi sull’ipotesi (certamente contrafattuale) che possa essere stata in grado, spesso e in parecchi posti, di sopravvivere per qualche migliaio di anni…

    Con affetto ed un sorriso
    (P.S. sul festival della filosofia dovrei aggiornarvi altrove, ma sono incredibilmente indietro)

  45. fabristol scrive:

    Vedo che quando le cose le dice Davide va tutto bene, se le dico io sono un orco. Dev’essere che sono molto antipatico. Ma preferisco essere antipatico e dire le cose come stanno. Padroni? Io non ho padroni. Se non capisci il valore morale intrinseco dello scambio di beni e conoscenze tra uomini liberi non hai alcuna chance di capire quello che Davide ed io stiamo dicendo. Ripeto nessuna chance, ti manca proprio la base mentale per capire il processo di scambio tra persone libere, il valore e l’etica del lavoro, il valore del denaro come simbolo della produzione di un bene e dello scambio tra individui. Io e il mio datore di lavoro siamo due uomini liberi che hanno deciso liberamente di firmare un accordo che ci lega fintanto che a tutti e due piace. Ma, ahimé, tra me e lui c’è sempre di mezzo qualcun altro, il vero padrone.

  46. @fabristol: dire le cose come stanno? Davvero?
    Allora dimmi quant’è il reddito del tuo “uomo libero”, oppure tra uomini liberi funziona che tu non sai nulla di lui e lui sa tutto di te. Rispondere please, non aggirare gli ostacoli.

    Un sorriso.

    P.S. Non credo di essere più duro con qualcuno che con qualcun’altro. Tra l’altro non ho avuto ancorail piacere di incontrarti di persona e fino ad allora, fidati, non sarai giudicato (almeno da me).

  47. fabristol scrive:

    No no, proprio non hai ancora capito: il mio datore di lavoro può avere anche 10 milioni di salario, o addirittura essere il più ricco Paperone del mondo e a me può dare anche solo 1000 euro al mese. Il punto è che io e lui abbiamo accettato questo scambio liberamente. Non me ne fotte un fico secco se lui si tiene il 99% degli introiti della compagnia. Questa è una sua scelta come è una mia scelta di firmare il contratto o andarmene. Quei soldi se li è guadagnati lavorando sodo e se un giorno non mi andasse bene me ne andrei. Se li è guadagnati col suo lavoro e con le sue idee (geniali tra l’altro). Siamo liberi perché sia lui che io possiamo fare dei nostri soldi guadagnati col sudore della fronte quello che vogliamo. E in questo siamo anche liberi dall’invidia sociale che ahimé, vedo che è una brutta malattia che colpisce un po’ tutti.
    Quello che dice Francisco D’Anconia è quello che penso e c’è poco da aggiungere:
    “So you think that money is the root of all evil?” said Francisco d’Anconia. “Have you ever asked what is the root of money? Money is a tool of exchange, which can’t exist unless there are goods produced and men able to produce them. Money is the material shape of the principle that men who wish to deal with one another must deal by trade and give value for value. Money is not the tool of the moochers, who claim your product by tears, or of the looters, who take it from you by force. Money is made possible only by the men who produce. Is this what you consider evil?…”

    P.S.
    su questo post funziona così: c’è un good cop e un bad cop e io ho avuto la (s)fortuna di essere il bad cop.

  48. Va bene una sconfitta ai punti? Oppure devo arrivare al KO?
    Ti rendi conto da solo delle contraddizioni rispetto al “poveretto” che non potrebbe mai assumere un altro perché lo stato è un cattivone!

    Ok, ora basta, se no davvero sembra che ce l’abbia con te,

    Un Sorriso

  49. Ecco, il più Cattivo m’ha fatto venire in mente un’altra cosa che avrei voluto dire. Ho notato, anche nei commenti di Oblomov, che è diffusa una sorta di giustificazione a posteriori e di matrice paraevoluzionistica di parecchie strutture del mondo in cui viviamo (nel nostro caso in particolare la scuola, nonché lo Stato): «se esiste da così tanto tempo vuol dire che funziona». Ora, a me questa pare una lettura parecchio stupida della realtà, oltre che totalmente fuori luogo (per non dire del fatto che dimostra una certa insipienza dei meccanismi dell’evoluzione, o ne attesta una lettura iperadattazionista – ne avevamo parlato anche qui, ricordate?). Inoltre mi sembra una lettura funzionale al conservatorismo e allo status quo, il che la rende ancora più antipatica in bocca a gente che si direbbe progressista…
    (Sempre sul famoso ‘progressismo’ dei nostri amici avversi al libertarismo: vogliamo commentare quella implicita scala di valori che stanno palesando, in base alla quale un uomo istruito – dall’istituzione scolastica – è superiore a uno non istruito? Se così fosse, l’80% della popolazione mondiale – nonché quei poveracci dei nostri bisnonni e trisavoli – sarebbe da buttare…). (Dati presi da Wikipedia).

    Tornando alla questione: non capisco questa avversione anche solo ad immaginare delle possibili alternative allo stato – e allo Stato – in cui viviamo. Per di più, l’attacco verso le nostre idee è contraddittorio: da un lato si dice che non funzioneranno, dall’altro si attesta che non sono mai state provate (ma allora come si può dire che non funzioneranno, o addirittura che non hanno mai funzionato pretendendo che il loro non essersi mai realizzate è la prova lampante del loro fallimento, cioè della loro selezione negativa?). (Forse non si sono adattate…).

    Per adesso il ‘good cop’ si ferma qui. ;-)

  50. @Davide: rispondo per me. Per Oblomov lascio ovviamente a lui.
    1) Tiri conclusioni che non credo siano giustificate, ma nelle quali non mi ritrovo affatto.
    2) Il progressismo non mi appartiene. Innanzitutto proprio perché adattazione non significa “migliore” o peggio “progredito”, ma appunto più adatto (PUNTO). Quello che va “bene” qui ed ora non andrà bene (forse) nemmeno qui domani o ieri, quasi certamente non andrà bene ovunque ed in ogni tempo. Parlare di scale di valori non credo di averlo mai fatto, se sono però stato frainteso la colpa deve essere indubbiamente mia.
    3) In questa smania di attacco distruttivo, quello che non mi piace di quelli che si autodefiniscono libertariani è proprio (non mi sembra di dire qualcosa di nuovo) questa voglia di salvare il ricco per picchiare su ogni altro.
    4) Perché essere ricco significa essere migliore? Perché dovrebbe ricevere agevolazioni e protezioni che altri non debbano avere. Una delle cose peggiori (ovviamente nella mia personale scaletta e nulla più) è l’ereditarietà dei patrimoni…. ma la questione e lunga….

    Un Sorriso

  51. fabristol scrive:

    “3) In questa smania di attacco distruttivo, quello che non mi piace di quelli che si autodefiniscono libertariani è proprio (non mi sembra di dire qualcosa di nuovo) questa voglia di salvare il ricco per picchiare su ogni altro.
    4) Perché essere ricco significa essere migliore? Perché dovrebbe ricevere agevolazioni e protezioni che altri non debbano avere. Una delle cose peggiori (ovviamente nella mia personale scaletta e nulla più) è l’ereditarietà dei patrimoni…. ma la questione e lunga….”

    Perché? Perché non hai compreso cosa è il libertarismo allora. E’ il classico errore, il più comune e il più difficile da correggere. Il libertarismo al contrario protegge proprio i poveri da chi si appropria col furto delle loro (poche) risorse.
    Ti faccio un esempio che calza a pennello e che forse capirai: la Chiesa Cattolica è particolarmente odiosa (almeno tra noi anticlericali) perché chiede e prende i soldi dello stato con la scusa che deve aiutare i poveri. In realtà sappiamo benissimo che più dell’80% dell’ 8 x 1000 non va in opere di carità ma serve per stipendiare 35000 chierici, costruire chiese, comprare croci d’oro ecc. Ecco il sistema stato è lo stesso: dell’ 8 x1000 di tasse che diamo allo stato più dell’80% va allo stato come macchina infernale per chiedere altri soldi, pagare i politici e i loro leccapiedi e tutto il resto.

    Un’altra cosa: in un sistema libertario Berlusconi e tutti i grandi imprenditori italiani NON esisterebbero. I grandi imprenditori sono grandi proprio perché riescono ad utilizzare lo stato per i loro affari sporchi a discapito dei piccoli imprenditori e commercianti che non hanno alcun aggancio in parlamento. La teoria libertaria è contro il grande capitalismo . Il capitalismo delle democrazie moderne non è libero mercato, è corporativismo dove i pesci grandi prendono le grandi fette di denaro rubate a tutti i cittadini, soprattutto quelli delle fasce più povere. Non è assolutamente vero che il libertarismo protegge i ricchi: il libertarismo difende gli individui e il loro lavoro, ricchi o poveri che siano.

    Un altro esempio della miseria che lo stato crea: hanno alzato dell’1% l’IVA per evitare di tagliare i loro privilegi (di questo non vi incazzate?) ma alla fine della fiera i prodotti costeranno non l’1% in più ma 5-7% in più perché ci sono i costi aggiuntivi della produzione e distribuzione ocme la benzina. Questo incide sulle fasce più povere, ai ricchi non frega un cazzo. Come si può essre così ciechi da non capire che la tassazione colpisce le fasce più povere per privilegiare solo la casta? Come si può dire che il libertarismo difende i ricchi?

    L’ultimo punto: non ho mai consociuto un grande imprenditore né un ricco che supporta le idee libertarie. COme è possibile se il “mito” dice che i libertari difendono i più ricchi? Come è possibile che i grandi imprenditori supportano i partiti più statalisti invece che quelli più liberali?
    Fatevi questa domanda e capirete che cosa è il libertarismo.
    Noi stessi siamo tutti studenti, dipendenti, disoccupati (io sono stato disoccupato per 9 mesi). Nessuno di noi è benestante: come è possibile?

  52. …burp.
    A stomaco pieno i commenti si rileggono meglio.
    Dunque: Io sarei un conservatore e profondo apprezzatore dello status quo, in quanto cattivo interprete dell’evoluzionismo?
    Beh grazie del complimento.
    Recentemente ho “dovuto” fare un “giochino” in cui mi si chiedeva di scegliere tra quattro aggettivi quello che mi descriveva meglio e quello che mi descriveva peggio.
    Può sembrare facile, ma portato agli estremi ti conduce a definire come descrizione migliore cose che in realtà non c’entrano niente con te (o almeno con la descrizione di te che possiedi).
    Qui mi sembra di averne trovato un altro.
    Se non sei disposto a cancellare quello che ritieni sia il collante di alcune società (redistribuzione, uguaglianza, solidarietà… giusto per partire) allora puoi scegliere tra:
    1) Stalinista
    2) Pedofilo
    3) Nazista
    4) Socialdemocratico

    Ovviamente è uno scherzo. Però se dovessi scegliere tra le 4 non riuscirei mai a selezionare le prime tre come quelle che possono descrivermi meglio, mentre probabilmente se il gioco lo consentisse sceglierei la quarta sia come quella che mi descrive meglio che come quella che mi descrive peggio…..

    Riguardo le avversioni (ultimo commento/risposta di Davide), mi sembra per la verità di trovarmi dalla parte sbagliata.
    Quello che però posso riconoscere è che non amo l’idea di “cambiare tutto per non cambiare nulla”.
    Sempre in ambiti diversi dal web, mi sono trovato difronte ad una serie di situazioni in cui chi ne aveva l’autorità continuava a proporre modelli che avrebbero dovuto risolvere alcuni problemi di inefficienza e di inefficacia di alcuni processi (poi mi rileggo) quello che però poi fondamentalmente accadeva era che come nel gioco delle seggiole, i protagonisti erano sempre gli stessi, i ruoli e le responsabilità pure (nel caso nostro le sedie) cambiava soltanto l’ordine con cui sedersi a tavola e con cui ordinare i pasti (da rileggere anche questo). In sostanza aggredire un problema non può nella mia mente essere soltanto un “cambiamo una regola perché tizio mi sta antipatico oppure perché voglio andare in vacanza ai Caraibi”.
    Quello che rimprovero alla “etica libertariana” è di prevedere una “libertà” non meglio definita e …………….. basta. Non vedo un modello di società, non vedo sviluppi, non vedo qualcosa che possa lasciarmi almeno per un attimo estasiato e dire: “Si, questo è il tipo di mondo che vorrei potesse ospitare i miei figli”. Tutto si conclude in astio e nella supponenza che diminuendo i controlli verso i potenti le cose necessariamente andrebbero meglio. Quello che purtroppo ho sperimentato negli ultimi venti anni mi sembra che non fornisca prove a supporto: liberalizzazioni, privatizzazioni, demolizione dello stato sociale, impoverimento della scuola pubblica e della cultura (almeno sedicente tale) non hanno fatto nulla di ciò che promettevano. Sinceramente non ho mai creduto nell’omino dietro la telecamera con il collant…. però è contato poco.
    Dovrei rileggere e verificare di non aver scritto min…ate però mi chiamano e debbo scappare. Se avrò sbagliato (non ho dubbi) mi coriggerete (anche su questo non ho dubbi)

    Si iu leder.

    Un Sorriso

  53. @fabristol: scusami ma ho postato l’ultimo commento senza accorgermi del tuo che è arrivato nel frattempo.
    Nel ripromettermi di tornarci sopra con calma, vorrei soltanto precisare che non credo di meritarmi per l’appunto insulti come “statalista” o “corporativo”. Tu parli di chiesa (a me, ma immagino a tutti) ed io ti dico che sicuramente hai ragione, ma il problema non sta in cosa vogliamo abolire ma con cosa possiamo sostituirlo. Se con tutte le variazioni del caso ci portiamo appresso questo bubbone non credo sia colpa della tassazione, ma piuttosto il contrario. Se nonostante l’illuminismo, la scienza e la filosofia che ne sono figlie continuano ad imperversare e prosperare credenze e superstizioni che sono danno per l’umanità la colpa sarà mica loro. Io credo che la colpa sia invece nostra, ovvero nella nostra incapacità di riuscire ad offrire modelli alternativi, risposte alle esigenze delle popolazioni e dei territori.
    Quello che contesto (spero di essere chiaro almeno su questo punto) è la mancanza STRUTTURALE di un progetto. La libertà nella mia filosofia è quel concetto che meglio di quanto sarei mai capace, ha espresso in un libro che considero un capolavoro D.Dennett: “freedom evolves”.
    Eviterei di addentrarmi qui in iperboli come il determinismo, ma la questione di base è che la libertà è la capacità di generare risposte adattive …. se ti sembra poco!
    Comunque mi mancano (temo purtroppo solo a me) le discussioni che invano abbiamo cercato di incanalare lo scorso inverno. Il problema resta lo stesso: se invece di cercare di comprendere le necessità dell’altro ci si trincerà dietro soluzioni (e sono davvero generoso) che sono calate in modo dogmatico e incontrovertibili persino tra di noi (che giudico sereni e capaci) figurati cosa potrebbe mai essere una “rivoluzione” che debba convogliare le necessità di milioni o forse miliardi di esseri umani completamente diversi sia per storia personale che per cultura, ambizioni e necessità.

    Un Sorriso

  54. Con la mia pervicacia ci provo ancora:
    cito testuale, ma con l’intento di comprendere:
    “in un sistema libertario Berlusconi e tutti i grandi imprenditori italiani NON esisterebbero.”
    1) vale solo per l’Italia? In quali altri paesi è applicabile? Ove invece non lo è cosa sarebbe successo?
    2) In che modo il libertarismo potrebbe impedire che i potenti (esisteranno, vero?) possano coordinarsi (vedi logge massoniche + mafie) per creare un ordine a loro favorevole. Quindi in che modo potrebbe impedire che migliaia di persone (centinaia di migliaia, poi milioni) si gettino tra le braccia di sedicenti “unti dal signore”.
    3) in un “consesso” libertario (società o sistema che dir si voglia) esisterebbero “libere” elezioni? Oppure la scelta di dove far passare le merci che io produco è alla merce del proprietario affianco (perdonatemi il gioco di parole)? In tal caso la compravendita dei voti sarebbe un accordo libero tra singoli?
    4) Qualora si volesse/dovesse istituire un “sistema di difesa” da chi sarebbe condotto? In tal caso come si può evitare che rigiri le armi verso il gruppo libertario stesso, ordendo un “bel colpo di stato”.

    Nota che nessuno di questi problemi è “completamente” od anche “solo in parte” risolto da una società statalista (liberale o socialista, democratica o repubblicana, clericale o laica) ma il tentativo che spero venga attuato in quelle dove mi ritrovo a scorrere i pochi anni della mia vita, spero appunto che sia quello di creare i contrappesi e i meccanismi di redistribuzione per evitare il ripetersi di danni già vissuti.

    NOTA BENE, le mie, sembrerà strano, non hanno l’intenzione di essere domande retoriche, anche perché immagino che se le risposte possano essere efficaci in un sistema libertario, lo potrebbero essere anche in società più forti.

    In attesa di cordiale riscontro….

    Un Sorriso

  55. Molto interessante.
    La mia beata ignoranza si aggiornerà quanto prima su Illich e sulla sua teoria della “descolarizzazione”, quindi per il momento mi limito a leggere le vostre osservazioni.

  56. fabristol scrive:

    Ups scusate non mi ero accorto che la discussione era continuata:

    “1) vale solo per l’Italia? In quali altri paesi è applicabile? Ove invece non lo è cosa sarebbe successo?”

    Vale in tutto il mondo.

    “2) In che modo il libertarismo potrebbe impedire che i potenti (esisteranno, vero?) possano coordinarsi (vedi logge massoniche + mafie) per creare un ordine a loro favorevole. Quindi in che modo potrebbe impedire che migliaia di persone (centinaia di migliaia, poi milioni) si gettino tra le braccia di sedicenti “unti dal signore”.”

    Quello che descrivi si chiama Stato. Ed esiste già. Mi stai chiedendo come facciamo ad evitare che lo Stato si formi?

    “3) in un “consesso” libertario (società o sistema che dir si voglia) esisterebbero “libere” elezioni? Oppure la scelta di dove far passare le merci che io produco è alla merce del proprietario affianco (perdonatemi il gioco di parole)? In tal caso la compravendita dei voti sarebbe un accordo libero tra singoli?”

    Democrazie e libertà non vanno quasi mai d’accordo, ma se un gruppo volesse utilizzare le elezioni per eleggere i propri governanti può farlo. Per tutti gli altri esiste il mercato.

    “4) Qualora si volesse/dovesse istituire un “sistema di difesa” da chi sarebbe condotto? In tal caso come si può evitare che rigiri le armi verso il gruppo libertario stesso, ordendo un “bel colpo di stato”.”

    Si può imparare tanto dalla Svizzera, con uno degli eserciti più organizzati al mondo fatto di… liberi cittadini. La milizia cittadina è il miglior esercito difensivo al mondo.

  57. @fabristol: “ehhhhhhh….?”.

    Pensa che per qualche decina di secondi nel leggere le tue risposte pensavo che fossi serio….

    Mi avevi fatto quasi prendere un colpo!!!! Sai alla mia età bisogna fare attenzione alle emozioni forti.

    Insomma il problema degli imprenditori “alla Berlusconi” non è solo italiano (ma guarda tu come siamo fortunati però, ce lo siamo beccati noi).

    Lo Stato è la mafia (ovviamente secondo te e non solo in Italia) ne saranno orgogliosi i figli dei martiri della mafia, ti ringrazio in anticipo da parte loro.

    Democrazia (io mi limitavo alle elezioni) e libertà secondo te non vanno d’accordo, spero che tu possa scriverlo, la prossima volta da un paese dittatoriale, se proprio non sai dove trovarlo posso suggerirtene qualcuno. (si va beh per te la libertà è tutto o niente, forse per questo la pensiamo diversamente, pensa che nel mio gradualismo considero persino la sopravvivenza come diversa dalla morte, ma è un’altra storia)

    Infine mi hai costretto ad andarmi a leggere qualcosa sull’esercito svizzero. però guardando wiki in italiano non trovo nulla di quello che scrivi tu. Possiamo sempre però confidare che il buon @IVO ci possa raccontare qualcosa di diverso.

    Un Sorriso

  58. fabristol scrive:

    Mmm forse era meglio se non continuavo. ;)

    “Insomma il problema degli imprenditori “alla Berlusconi” non è solo italiano (ma guarda tu come siamo fortunati però, ce lo siamo beccati noi).”

    Il caso Italia è unico ma negli ex-paesi sovietici di Berlusconi ce ne sono a vagonate.

    “Lo Stato è la mafia (ovviamente secondo te e non solo in Italia) ne saranno orgogliosi i figli dei martiri della mafia, ti ringrazio in anticipo da parte loro.”

    Non capisco cosa c’entrino i martiri della mafia con quello che ho detto io. Ma se proprio vuoi ti nomino i martiri dello Stato (parliamo di centinaia di milioni di martiri), ti ringrazio in anticipo per loro.

    “Democrazia (io mi limitavo alle elezioni) e libertà secondo te non vanno d’accordo, spero che tu possa scriverlo, la prossima volta da un paese dittatoriale, se proprio non sai dove trovarlo posso suggerirtene qualcuno. (si va beh per te la libertà è tutto o niente, forse per questo la pensiamo diversamente, pensa che nel mio gradualismo considero persino la sopravvivenza come diversa dalla morte, ma è un’altra storia)”

    Il mondo non è tutto bianco e nero. Non è che se consideri la democrazia un obbrobrio la tirannide automaticamente è il paradiso. Ah dimenticavo, è difficile scardinare dalla mente degli uomini le dicotomie.

    “Infine mi hai costretto ad andarmi a leggere qualcosa sull’esercito svizzero. però guardando wiki in italiano non trovo nulla di quello che scrivi tu. Possiamo sempre però confidare che il buon @IVO ci possa raccontare qualcosa di diverso.”

    Questo perché leggi la wiki in italiano. ;)
    ti consiglio la wiki in inglese: http://en.wikipedia.org/wiki/Military_of_Switzerland

    Ogni maschio adulto riceve un fucile d’assalto scarico da tenere in casa. Poi c’è la coscrizione di un paio di settimane all’anno dai 19 ai 39 anni per ogni maschio adulto. Fai esercitazioni di tiro principalmente a determinate ore, tipo scuola di tiro a segno appunto. Ma senon vuoi farlo paghi il 3% in più di tassa che va alla difesa.
    In caso di invasione ogni maschio riceve dalla caserma locale le munizioni per il suo fucile e viene inquadrato nei reparti della milizia.

  59. Qualche altra riflessione, prima di passare alla nuova recensione.

    Il più Cattivo: «più adatto», ok – ma a chi? Siamo in una situazione in cui quel che va bene all’un percento scarso della popolazione dovrà andar bene anche al rimanente 99… (c’era bisogno degli indignati e di Hessel per capirlo?). Quanto ai libertari che difenderebbero il ricco, forse è quell’anarcocapitalismo a sviarti (effettivamente neanche a me aggrada il termine, e certe teorie economiche degli austriaci mi sembrano fin troppo basate sull’assunto che il mercato si autoregolamenti… Il problema è che quasi sempre l’intervento peggiora le cose!). Vogliamo veramente parlare di tasse e di Stato? Ti sembra che si stia aiutando i poveri?

    Poi la discussione è virata sul pragmatico, sul come realizzare un’alternativa. Ammetto io per primo che non è facile neanche immaginarla, specie per dei pessimisti antropologici come noi… eppure, se anche uno che non crede nell’anarchia come Steven Pinker s’è accorto che non tutto va per il peggio, c’è di che sperare. In ogni caso, permane il problema dei custodi e di chi li custodirà, come sapeva già Platone. Bel grattacapo…

  60. Voglio concludere con un link che non parla certo di unschooling, ma che comunque espone un modello alternativo a quello standard, supinamente accettato da decenni: La scuola di don milani 2.0.

  61. @Davide: Carissimo. Problemi di salute personali ed impegni (familiari, politici e non ultimi di lavoro) mi spingono lontano da dispute ove le frasi di “qualcuno” mi feriscono oltre ogni limite. Dubito che potrò davvero ancora interessarmi di “ideologie” che partono dall’insulto e dalla demonizzazione degli sforzi di chi anche sacrificando la propria vita e quella dei propri familiari tende a quei valori di uguaglianza, fraternità e libertà cui da più di duecento anni in tanti cerchiamo di ispirarci. Le difficoltà spesso sono grandissime. Gli errori pure. Cantonate e “cavalcate” sono continuamente in agguato. Però sinceramente non vi capisco più. Come pensate di portare avanti un progetto se poi sostanzialmente aggredite e fate terra bruciata intorno a voi. Se tutte le aperture sono “innegabilmente, inconfutabilmente, invariantemente” insulti ed associazione al putrido che in fondo si sembrava combattere. L’estremismo qualcuno scriveva essere una malattia infantile della sinistra (o forse del comunismo, chiedo venia, non ho tempo ne voglia di controllare) però poi si deve essere in grado di crescere, di cercare terreni comuni fertili, posizioni comuni di collaborazione. Gli attacchi all’arma bianca non sono certo prodromi di soluzioni condivise. Quello che ne posso trarre è altresì il rifiuto e l’isolamento. In tale, almeno da parte mia mi troverò a lasciarvi. Ove alla proposta (al convincimento, alla seduzione persino) si sostituisce l’affronto e l’insulto non riesco più a porre lo sguardo. Se mi dichiari nemico, se mi reputi colpevole di stragi infinite allora fai bene ad evitarmi ed io consapevolmente lì ti lascerò.
    !Hasta luego!

    Un Sorriso

  62. Caro “Cattivo”,
    non credere che a noi non starebbero a cuore valori come la libertà, l’uguaglianza e la fraternità. Personalmente però credo che l’unico veramente e verosimilmente perseguibile sia il primo: l’idea che siamo tutti uguali è solo un’illusione, dannosa per giunta (dove va a finire il merito se non ci fossero differenze?); quella di considerarci tutti fratelli è una roba fin troppo mistica e cristiana (è più concreta ed etologicamente attestata la reciprocità).
    Dirai: uno Stato dovrebbe garantire almeno l’uguaglianza nel senso di pari opportunità. Mi piacerebbe tanto che fosse così, ma da che mondo è mondo non è mai accaduto… (o solo limitatamente nei casi più virtuosi).
    Per il resto credo di essere abbastanza estremo ma non estremista. Come avrai capito, nell’ambito del libertarismo credo di collocarmi nel minarchismo (Stato minimo insomma). Non senza dubbi, però – ho già detto che non è facile custodire i custodi…
    Purtroppo una volta che ci si convince che lo Stato non porta tutto quel bene – anzi, Bene – come vorremmo, non è facile dialogare con chi ne resta convinto… Da qui l’impressione che ‘demonizziamo’ – ma non è ciò che qualsiasi persona di buon senno fa ogni giorno verso questo Governo? Noi semplicemente riteniamo che quel comportamento sia insito in qualsiasi istituzione del genere… ;-)

  63. Ad essere sinceri non credo che uguaglianza, fraternità e libertà siano separabili. Proprio nel senso che la scelta di due o uno solo possono creare mostri che nemmeno Orwell saprebbe descrivere. Non sono certo di poterti fornire immediatamente gli elementi di discussione, ma ricordo che esiste qualcosa di analogo anche per il trittico “carità, speranza e fede”, disgiunti creano mostri!!!
    Un Sorriso

  64. Diciamo allora che sono favorevole a concedere a tutti un’eguale libertà, sperando che ciò basti ad accrescere un certo spirito di fraternità. ;-)

  65. Nello scrive:

    conosco persone che al grido di “imparare cosa e dove meglio si crede” sono delle autentiche capre; mi stato insegnato (ma potrebbe essere una strategia con subdoli intenti dominatori) che la cultura si acquisisce in maniera ordinata e organica, il che difficilmente può accadere facendo da sè

  66. Nello, sono certo che conoscerai anche un gran numero di laureati – che per decenni hanno acquisito cultura in maniera ordinata – che sono delle autentiche capre.

    (Piccolo suggerimento: probabilmente la “caprinità” ha delle basi genetiche, se è vero che la si riscontra trasversalmente tanto tra gente “ben” istruita quanto tra analfabeti).

  67. Nello scrive:

    La corrispondenza potrebbe non essere lineare nè biunivoca.
    Non è detto che essere scolarizzati significhi non essere capre, ma non essendo scolarizzati è molto probabile che lo si possa essere.
    O qualcosa di simile…

  68. Mah, io temo che la scuola ammazzi il gusto per la cultura più di quanto lo favorisca. (È anche vero però che vi è differenza tra “cultura” genericamente intesa e l’apprendimento di uno specifico sapere, che richiede una lunga e costante informazione. Ma sono pochi gli ingegneri dotti…).
    Qua però stiamo solo auspicando che venga meno l’obbligo di relegare i bambini in quei casermoni dove vanno soprattutto ad imparare la disciplina per essere dei perfetti sudditi!

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