Indignati, non indifferenti!

In estate le letture non possono essere troppo grevi: meglio portare con sé un paio d’agili libelli. Uno è un best seller a sorpresa, Indignatevi! (Add editore 2011) di Stéphane Hessel, protagonista più che novantenne della Resistenza francese, che fissa il suo sguardo su un presente che non può non suscitare indignazione: le conquiste sociali sono messe in discussione, i diritti umani quotidianamente calpestati, il divario tra ricchi e poveri in continua crescita; proprio per questo «spetta a noi, tutti insieme, vigilare perché la nostra società sia una società di cui andare fieri». Una nuova resistenza contro lo sfascio politico, sociale ed economico a cui assistiamo è ormai inevitabile: l’appello alle nuove generazioni non può che essere – indignatevi!

«Il mio augurio a tutti voi, a ciascuno di voi, è che abbiate un motivo per indignarvi. È fondamentale. Quando qualcosa ci indigna come a me ha indignato il nazismo, allora diventiamo militanti, forti e impegnati». Questa la convinzione di Hessel. Eppure se c’è una cosa che non manca, in Italia, è proprio l’indignazione. Forse la correlazione tra l’indignazione e l’azione non è così automatica – o forse non è ancora giunto il momento, come è già accaduto in Spagna con gli ‘indignados’; resta però il sospetto che tutto dipenda da un lassismo diffuso e da una crescente stanchezza e sfiducia verso la politica che portano piuttosto verso l’indifferenza.

Hessel coglie benissimo il punto. «L’indifferenza è il peggiore di tutti gli atteggiamenti, dire “Io che ci posso fare, mi arrangio”. Comportandoci in questo modo, perdiamo una delle componenti essenziali dell’umano… la capacità di indignarsi e l’impegno che ne consegue».

Indignatevi!

Come lui la pensava un autore più lontano nel tempo ma più vicino nello spazio, Antonio Gramsci. Odio gli indifferenti (Chiarelettere 2011) è una raccolta di scritti gramsciani del 1917-’18. Quasi un secolo ci separa da quei tempi, eppure – scenari di guerra a parte – poco sembra essere cambiato: i privilegi per certi ceti, la burocrazia paralizzante, i professionisti della guerra, le leggi liberticide sono mali che non ci siamo ancora messi alle spalle. La causa di ciò per Gramsci è chiaramente l’indifferenza. «Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti».

Infatti «l’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera… Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare»: dunque se l’élite continua a dominare è anche perché il popolo è abulico; di più, se lasciamo che gli altri decidano per noi, e non smuoviamo un dito affinché qualcosa cambi, non abbiamo davvero diritto di lamentarci.

Entrambi i pensatori, pertanto, concordano: se di fronte alla realtà non si può restare indifferenti, tuttavia non si deve nemmeno disperare: l’esito più naturale dell’indignazione è l’azione indignata, non l’inazione frustrata. Beati gli stoici e gli apatici e quanti si accontentano delle libertà che (non) hanno; coloro ai quali la libertà è cara, che siano socialisti o anarchici, sanno benissimo che «sarà l’iniziativa politica dei sovversivi, nel presente come nel passato, che travolgerà le inettitudini e gli interessi particolaristici delle classi dominanti».

(Recensione anarchica pubblicata, in forma estesa, nel numero 308 di Sicilia Libertaria).

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25 risposte a Indignati, non indifferenti!

  1. camu scrive:

    Ben tornato!

  2. Miryam scrive:

    Un post che ti rende merito di aver illuminato in una maniera schietta ed immediata un “nervo scoperto”molto dolente…Quoto con grande approvazione…:) Grazie per avermi taggato :D

  3. Cateno scrive:

    E tu? Ti indigni o te ne fotti? O ti indigni e te ne fotti?

  4. Camu: grazie!

    Miryam: il merito è tutto di quei rivoluzionari che ci credettero.

    Cateno: proprio a questo volevo giungere: ad avere ben chiaro che non posso essere indignato e inerte (o forse solo inetto). Sarebbe una contraddizione dilaniante: le parole di Hessel e di Gramsci mi hanno già ferito abbastanza.
    In questi quasi due mesi, come ben sai (la recensione la scrissi a fine giugno), ho evitato accuratamente di informarmi, e dunque d’indignarmi: sono stato meglio. Ora devo trarre le somme e capire se accettare stoicamente – magari distaccato il più possibile dalla società – o agire anarchicamente – pertanto dentro alla comunità. Ma si può ancora scegliere se essere contadino piuttosto che cittadino? Non saprei. (Nel frattempo, non potendo coltivare il mio orto, contribuirò a ripulire il quartiere).
    Intanto un nuovo scritto con le conclusioni provvisorie è già abbozzato nel mio blocco degli appunti. O forse è meglio schizzare spray sugli striscioni? :-|

  5. Cateno scrive:

    Toh, ti stai orientando all’azione? Se non lo vedo non ci credo. Comunque, hai ragione: o indignati e agenti, o strafottenti e contemplanti.

  6. Per ora sono giunto a questa conclusione (soddisfacente? momentaneamente credo di sì): meglio agire nel proprio spazio, per cercare di mutare ciò che più immediatamente ci circonda. Forse c’è qualche probabilità in più di successo.
    Realisticamente, è vano cercare di puntare più in alto – o più giù, verso i più grandi parassiti (magari ci accontentiamo di sensibilizzare verso l’infezione…). Del resto non ne avrei né i mezzi (i soldi per un biglietto per Roma?) né le forze (il coraggio di lanciare sampietrini?). (Servirebbe?). Ma con l’esasperazione montante, chissà. (Servirebbe a smorzare l’indignazione).
    In alternativa, ci resta il nostro (mio e suo) “piano quinquennale”. Ne parleremo presto!

  7. Nello scrive:

    io provo a essere più contadino che cittadino

  8. Adriana scrive:

    Quoto Nello.
    Bel post Davide, complimenti.

  9. Complimenti David, ha sintetizzato in poche righe l’insegnamento o forse sarebbe più giusto dire la concezione di vita di Gramsci e della Hessel, ma forse di tutti i grandi riviluzionari, protremmo citare il Che come Gandhi, comunque la storia insegna che l’azione di pochi o anche di una singola parsona può rompere lo stato di “apatia generale” e produrre delle vere e proprie rivoluzioni.
    Io sono partigiano!
    piero

  10. …oppure probabilmente il livello di indignazione è così direttamente proporzionale all’immediatezza del pericolo incombente che, almeno in apparenza, ci viene spontaneo pensare che la TV non è Goebbels, Berlusconi non è Hitler, Maroni non è Goering. ;)

  11. Nello: se potessi, ci proverei anch’io. Ma fino a che punto me lo lascerebbero fare in pace?

    Adriana: eppure ho solo tratto le somme di quei due libelli!

    Piero: il problema è che, in verità, l’azione dei pochi non basta: è proprio per colpa dei ‘pochi’ – gli oligarchi onnipresenti a qualsiasi latitudine – che i più stanno come stanno.

    Riflessioni Urbane: in apparenza non lo sono; eppure comincio anch’io a temere questo scenario

  12. Chi è indifferente non è mai indignato, tuttalpiù qualche volta può fingere, per non svergognarsi di fronte a chi si indigna, a chi realmente cerca di fare qualcosa, pur se nel suo piccolo. Spesso ci si imbatte in costoro, falsi indignati, ma alla prima occasione viene giù la maschera, meritando solo disprezzo: non lo posso compatire. Siamo noi a dover agire, ed il nostro non agire ritarderebbe solo di poco ciò che accadrà, come il non agire degli indifferenti ritarderà solo di poco, anche se a noi sembrerà un’eternità, la rivolta inevitabile. Lo Stato siamo noi, e noi ci dobbiamo riprendere ciò che ci spetta dai ladri di vita che fino ad ora ci hanno dominato, anche se comporterà rischi e fatica.

  13. Insomma: alla fine rimane solo il dubbio su come agire…

  14. Come la fai facile !
    ;-)
    Non sono pienamente convinto che la conseguenza unica dell’indignazione sia “l’azione”.
    In un tempo in cui la partecipazione è sempre più mediata e meno diretta, siamo abituati a credere che persino il distacco sia “azione”.
    Il rifiuto, la diserzione, l’astensionismo, in un solo gesto “il farsi terzo” rispetto al problema è ormai categoria e in una analisi “distaccata” non si può far finta che ciò non rappresenti una realtà.
    Il propagandarsi come “astensionista” (vedi referendum :-) o elezioni di qualsiasi grado) sembra a prima vista una soluzione “attiva” ma perché non considerarla com un fuggire dalle responsabilità civiche?
    Non vorrei sembrare ondivago, ma sono di certo dibattutto: da una parte cerco di comprendere gli eventi, dall’altra fremo per incidere sulla realtà!!!
    Non sarei di certo un buon “sperimentatore” … ma troppo spesso gli eventi “storici” non sono riproducibili a piacimento.
    Forse per questo spesso cerco di confinarmi in realtà controllabili e riproducibili, quali l’istruzione e le attività ludiche.
    La rivoluzione, mi sembra, è assai lontana !!!
    Un Sorriso

  15. Il più Cattivo: hai colto benissimo il punto: io non accetto la mediazione. La “partecipazione mediata” è meno che inazione – è nulla; a confronto, l’astensionismo ‘attivo’ ha il pregio di giustificare il proprio (in)agire e palesare le proprie mire.
    Ora, le cose sono due: o si tenta di ‘incidere’ sulla comunità – obiettivo senz’altro più a portata delle nostre mani – o lo si prova sulla ‘società’ (nel senso di nazione) grazie anche alle nuove tecnologie – ai nuovi medium. Ovviamente Facebook non è tra questi, nonostante qualcuno possa illudersi del contrario…

  16. l’astensionismo ‘attivo’ ha il pregio di giustificare

    giustificare????
    Agli occhi di chi?
    Chi deve giustificarsi e chi può giustificare altri?

    Non trovi comunque contraddizione nel rifiutare la mediazione per poi rifugiarti nell’uso dei media internettiani ?

    Negli anni 80 e poi nei 90 (chi era nato se li ricorderà) il media TV era l’unico mezzo per manifestare la propria esistenza in vita…..
    ricordo un :

    RAI, RAI, RAI dicci come MAI
    delle nostre lotte tu non parli MAI?


    ricordo la delusione quando i movimenti si accorsero che la sinistra non era in grado di gestire gli allora “predominati” media.

    dai la faccio corta.

    Però l’ultima domanda, impossibile trattenerla è:
    Quali sarebbero le mire palesate dall’astensionimso “attivo” sui referendum ?

    Un Sorriso

  17. Sulla mediazione: intendevo semplicemente dire che, in un’ottica di politica ‘mediata’ – diciamo in una democrazia aggregativa – ormai esistono i mezzi che consentono a ciascuno di ‘dire la propria’ (ovviamente non la tv!). Domanda (retorica): perché non vengono adoperati?

    Sull’astensionismo (e la sua giustificazione), immagina questo scenario: hai la possibilità di eleggere il parroco, il vescovo e magari anche il papa. Cosa faresti? Ecco.

  18. Posso anche candidarmi?

    In generale, quando posso esprimere un voto cerco di non rinunciarvi.
    Chiaramente non sempre è possibile “scegliere il meno peggio”!!!

    Se la mente non mi tradisce i vescovi in epoca pre costantiniana erano eletti….
    I papi (con un po’ di limitazioni) lo sono tutt’ora.

    Non comprendo l’esempio.
    Se il punto è che non essendo un credente non dovrei esprimermi, sarebbe più semplice chiedermi di votare per il presidente della Francia o per estremizzare del “paese piccolo, lontano, dove non sono mai andato e ritengo che non influisca sulla mia vita”, allora il problema è comunque opposto, non sono io ad astenermi, semplicemente non ho diritto di voto. Se lo avessi potremmo discuterne…..
    Se il punto è “non mi riguarda” perché ne posso fare a meno … non credo che tu possa fare a meno dell’acqua o dell’energia….
    Se il punto è che il più pulito c’ha la rogna, allora tra votare e non votare l’effetto è che comunque ti becchi la rogna, ma le mire continuo a non vederle.
    Altro ?

    Un Sorriso

  19. Ci siamo: il problema è crederci. Onestamente non credo né nel sistema politico attuale né nei politici che esso genera (basta dare un’occhiata dalle parti del PD, i ‘meno rognosi’!). Ergo non voto, così come tu non ritieni opportuno esprimere la tua preferenza per le teste ecclesiastiche…
    Il problema è anche l’influenza, certo. Credo sinceramente che votare questo o quello non cambi molto l’influsso che la realtà politica avrà sulla mia vita. Al massimo ci libereremmo dei personalismi e di tutto un nugolo di leggi che avvertiamo come ingiuste perché a palese favore di uno soltanto. E poi di corsa a lamentarci – stavolta sentendoci anche vagamente colpevoli della sciagura che ci siamo procurati!

  20. Pensavo di aver espresso un concetto diverso :-(
    Non ho mai votato per le gerarchie ecclesiastiche perché non ho diritto di voto, non perché non sono un credente. Non penso possa essere considerato astensionismo.

    Però continui a far orecchie da mercante.
    mi ripeto:

    Quali sarebbero le mire palesate dall’astensionismo “attivo” sui referendum ?

    Un Sorriso.

  21. P.S. la prossima volta che metti un link su “scilipoti o simili” dovresti aggiungere un disclaimer…. altrimenti interverrà qualche comitato moralista a perseguire la diffusione di informazioni contrarie alla pubblica decenza. meglio questo !!

  22. In particolare :

    Un borghese piccolo piccolo segna una sorta di resa, di sconfitta. Monicelli comprende che ridere dei vizi degli italiani, ridicolizzarli e sbeffeggiarli, equivaleva ad una manifestazione di fiducia, ad un atto d’amore e ad una speranza sincera nelle loro capacità umane. Dinanzi alla trasformazione della società, rappresentata dalla trasformazione subita da Giovanni Vivaldi, il regista però getta la spugna e afferma l’irrappresentabilità degli italiani, per perdita irreversibile di tutti i caratteri positivi. In sostanza, non c’è più nulla da sperare, da credere, da ridere.

    Il Grassetto è MIO.
    … e se lo pensava Monicelli !!!

  23. Il più Cattivo: lo so che non hai diritto di voto ecclesiastico. Ma se lo avessi? Voteresti il vescovo ‘meno peggio’ o, coerentemente e dignitosamente, te ne laveresti le mani – ché tanto nulla cambierebbe?

    Sui referendum la situazione è più complessa. Come avrai intuito, in linea di principio non sono contrario; semplicemente l’ultimo non mi convinceva troppo. Ad ogni modo le riserve in questo caso sono d’altro tipo – e la lettura del Boniolo che tu stesso mi consigliavi me le ha confermate: su diversi argomenti è meglio che si pronuncino gli ‘esperti’ del campo. (Che senso ha avuto interpellare le masse per sapere se fossero favorevoli, anzi interessati, alla procreazione assistita?).

    Quanto al film, è stato uno dei più amari e dolorosi che abbia mai visto…

  24. Astrolabio scrive:

    se sei in cerca di una linea d’azione posso suggerirti di dare un’occhiata agli scritti di edward konkin III che propone di ignorare semplicemente lo stato, una volta che si sia raggiunta la massa critica di gente che lo ignora dovrebbe collassare, ovviamente ti beccherai del berlusconiano, finiresti per fare cose come evadere tasse o vendere libri scontati, roba da parassiti della società, ma almeno, argomenta ek III, tu ti sarai liberato, avrai disinnescato nel tuo piccolo il meccanismo descritto da etienne de la boetie.
    http://it.wikipedia.org/wiki/Samuel_Edward_Konkin_III
    http://www.blackcrayon.com/library/mll/nlm/

  25. E io lo ignorerei pure (non Konkin, ché anzi vorrei approfondire, ma lo Stato). Ma come ignorare manganelli e fucili? :-(

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