C’era una volta Tommy David – «un nickname, un personaggio, un sito, una fantasmagoria anglofona e una visione del mondo». Nasceva mezza dozzina d’anni fa, assieme alla mia voglia di tenere un blog.
Per una preistoria del blog
Scrivere un blog, allora, era cosa ben diversa da oggi: il blog era la diretta evoluzione del diario privato, adolescenziale direi, con l’aggiunta del vezzoso privilegio di poter essere letto – di esibirsi – per pochi intimi. Si scriveva dei propri fattacci, si descrivevano le proprie azioni, si dissezionavano le proprie emozioni: non c’era rischio, o quasi, di venir letti dai genitori, dai superiori, dai professori, dai censori, dagli esattori. Le grandi piattaforme italiane – Splinder, Il Cannocchiale – erano sorta di condomini pieni di monolocali del Grande Fratello, in cui gli spettatori coincidevano con gli attori. A poco a poco questo uso “intimistico” lasciò spazio a un utilizzo più sociale del blog. Furono gli anni dell’esplosione del fenomeno: tutti avevano un blog, di conseguenza (tutti si chiamavano con) un nick. Gli argomenti, per fortuna, andavano diversificandosi; nacquero i primi blog a tema; ci si cominciò a svincolare dalle piattaforme e apparvero i primi blog su spazio personale, che dallo pseudonimo mutuavano il dominio.
Autocritiche dovute
In quegli anni di fermento internettiano, in cui la platea era l’Italia meno laida, io stetti con la consorte in ritiro al bosco, a meditare vivendo e a tentare di laurearmi in tempo. La connessione alla rete – internet, ma anche di blog – mi mancava; continuavo saltuariamente a scrivere di me, della natura e di altre piccole cose, ma sempre senza coordinazione alcuna con quei moti che, data la mia lentezza, mi sfuggivano. Misi a nudo, anche abbastanza sconsideratamente, gran parte di me stesso – non certo la migliore – ancora velato dalla pia illusione della maschera, quello sciocco nomignolo che americanizzava il mio nome-e-cognome. Credo facessi una ventina di visitatori al dì – perlopiù attratti dalle immagini – e non contavo più d’una decina di lettori (quella volta al mese in cui pubblicavo). Frattanto emergeva Sitosophia, questa creatura mezza mia che però, ahimè, allevavo solo a distanza: eppure solo ora mi accorgo che in quel periodo scrivevo cose più sensate colà che “qua”.
La (ri)nascita dello studioso
Mi (ri)laureai; solo nel periodo immediatamente precedente quel mio blog cominciò a contemplare qualcosa di “serio”: penso ai post in cui proponevo brani e brandelli della tesi che stavo scrivendo. In mezzo, ancora tanto diario (molto poco caro però, né carino); frattanto l’era Facebook era alle porte. La fine degli anni universitari risvegliò in me l’interesse per gli studi, sempre soffocati da una Facoltà non all’altezza1 e da un’Università che s’era ormai avviata alla fine (il sistema dei CFU era tremendo; la preparazione dei docenti incrinata; l’intierezza del sapere – cosa alla quale aspira ogni buon filosofo – persa per sempre). Cominciai a leggere quelle opere che avevo sempre voluto, e da cui per mancanza di tempo2 m’ero fino allora astenuto. Intanto abbandonavo la (vita di) campagna – nonostante le mie illusioni, definitivamente.
Città, rete, politica
Cominciava per me la vita di città – per quanto angusta – con i suoi handicap naturali e le sue artificiose pretese lavorative. Iniziai più compiutamente a vivere meditando (miracolo del lavoro, e quando manca e quando basta a stento!). Ebbi nuovamente una connessione, sebbene assai precaria all’inizio; intanto Facebook stava fagocitando tutto (molti dei miei blogger preferiti smisero di scrivere già allora). Presi a leggere Proust – al solo citarlo, il livello dei miei scritti si alzava considerevolmente. Nella nuova dimora (ultima fino a prova contraria), poi, ebbe inizio la full immersion nella realtà virtualizzata, nella grande illusione del fare tutto in tempo reale (peccato per lo spazio irreale, circostanza non colta dai più…). Provai a scalare qualche classifica da blogger, ma vi tentai essenzialmente con la quantità: mi imposi la regola di pubblicare un post al giorno e infarcii quell’antro di qualche spunto (dis)gustoso e di tante idiozie (di cui la robaccia tecnica di svariata origine – chitarristica fotografica computerizzata – era poi la miglior parte). Iniziò l’anno nuovo – il presente.
Sul(la) fine del blog
Smetto di tenere il ritmo forsennato di pubblicazione e di non trattenere nulla; parallelamente comincio un mio percorso di studi filosofico-politici e – quel che è più importante ai fini di questa nostra discussione, di questa mia prefazione – rimedito sul ruolo del blog. Tanto più in un periodo in cui sono tutti irretiti – sebbene nel solito Facebook – e molti dei blog, grandi e piccini, hanno ormai chiuso i battenti. Che non è più il caso di tenere un diario su internet, ora che mamma e maestra e Mastella e Mariastella possono leggerti, s’era capito. Che si deve stare attenti a ciò che si scrive – e a come – è chiaro ormai a parecchi. Che le quisquilie quotidiane trovino spazio privato, altrove – su Facebook su Twitter su Friendfeed su Gmail – è doveroso. Guardo al blog, adesso, come un raccoglitore di scritti. Pubblici. Dalla non solipsistica volontà – sebbene si scriva sempre di noi in fin dei conti, e solo per noi. Una carpetta da condividere con chi comprende le nostre visioni, i nostri interessi. E in fondo l’unico interesse sapiente è quello di conoscere sé stessi e gli altri. L’animale uomo, la sua vita naturale e la sua (mancanza di) cultura. Il resto è roba da tecnici.
N.B.: Spero, prometto e giuro che questo sarà il primo e l’ultimo scritto ombelicale di questa novella raccolta. A proposito: benvenuti, o bentornati, a tutti.
Note:
- Delle mie aspirazioni; molti ci si trovano bene, giacché si laureano.
- Di continuità temporale cioè, visto il numero e la frequenza degli (inutili) esami.
Due rilievi positivi: la frase che va da “le granid piattaforme italiane” a “con gli attori” crea un’immagine molto bella che ti invidio (se è tua) e ti rubo; non posso che concordare con la tua penultima proposizione, saggia come non mai.
Alcuni pensieri che qui hai messo per iscritto li condivido da un po’ di tempo.
Perlomeno penso che i frutti migliori, forse gli unici non assomiglianti a delle piante carnivore, si identifichino con ciò che resta di noi stessi dal peso di una lettura, o dalla sua leggerezza.
Dalla strutturazione di questo nuovo spazio, che riprende formalmente lo schema costitutivo di un libro, avverto (forse perché l’ho già dentro, come un tarlo) il richiamo prepotente ad un ritorno del pensiero che nasce dalla carta e che vive di scrittura.
Il mio augurio per te e per questa nuova avventura ha la forma della speranza che non ci libereremo mai dei libri.
Con affetto
Tecnicamente tema molto pulito e moderno.
Letterariamente completo e affettato.
Comunicazionalmente corretto e coordinato.
Bene, questo nuovo Blog è sicuramente un buon inizio di qualcosa di nuovo che con i ripetuti cambiamenti non vedi l’ora di trovare. Ti capisco.. sarà l’aria che abbiamo respirato ai Benedettini.
A presto!
Antonio: l’immagine non mi sembra troppo originale, benché – suppongo – mia; ovviamente è una critica nemmeno troppo velata a ciò che sta diventando internet (non a caso non faccio parola per descrivere Facebook: altro che GF!).
Ophelia: vedo che hai colto quanto non ho scritto espressamente – che la scrittura trae linfa dalla lettura (e anche viceversa, ma questo è un altro conto). È vero: dai libri non saremo mai liberi; potranno cambiare formato, ma mai forma – e sempre ci terranno in forma.
Antonio Patti LdF: sono orgoglioso del tuo parere comunicazionale. C’è voglia di qualcosa di nuovo, ma sempre vecchio; di diverso ma non troppo: il filosofo svela l’umano, che cambia a stento…
E’ bello vedere l’evoluzione di un blogger. Ben tornato, o meglio benvenuto!
Da un po’, per via della mia carenza organizzativa, leggo e studio, e con passione, tanti “lettori di professione” e altri lettori di puro ventre – alludo lontanamente a quanto scrive Giorgio Manganelli “Fortunatamente, il lettore e il recensore godono del diritto di scagliare il libro fuori dalla finestra” -. Queste letture hanno mutato la mia idea, forse troppo comune, del critico scrittore di professione, “parassita” degli Scrittori. In qualche modo questa tua nuova avventura, ma era, a mio avviso, così anche nella tua vecchia esperienza di blogger, mi ricorda questi attenti lettori che, di professione o meno, leggono prima di scrivere e scrivono perché leggono – in più tu sei estraneo alle politiche delle direzioni editoriali -. Mi spiace solo perdere ricette e appunti di bricolage.
Giuseppe: chissà se ho raggiunto la forma “più adatta”. Ben (ri)approdato!
Lex: le ricette non andranno perse (forse continuerò a postarne di là; forse avvieremo un nuovo progetto…); gli appunti di bricolage, se riguarderanno i libri, non spariranno. Sono fiero di essere estraneo a qualsivoglia politica editoriale: sono già talmente condizionato da tanti, troppi fattori – tra cui, l’hai capito bene, le mie letture. Non posso che aspettare che anche a te venga il pallino di esporti…
Mio caro Davide, sei “cresciuto” e si vede: la tua voglia di progredire, la tua progettualità che guarda al futuro e tuttavia non rinnega quel che hai lasciato alle spalle, darà buoni frutti. Auguri!
Cara Miryam, sbagli in due punti. Primo: più che “cresciuto” sono invecchiato – e come ogni vino, posso essere migliorato o posso essermi inacidito (sta a chi assaggia capirlo). Secondo: non è del tutto vero che non rinnego quel che lascio alle spalle; l’evoluzione m’ha fatto perdere orpelli, anche se non escludo la permanenza di strutture poco funzionali – ma sai com’è: in cauda venenum.
A presto (e attendo davvero il tuo grande passo, ché sei l’unica ringraziata con la pagina Facebook…).
Be’, diciamo che ho voluto interpretare uno stato di cose in cui comunque è intrinseca sia la tua menzionata “vecchiaia” sia l’abbandono dei succitati orpelli (alla fine siamo sempre il risultato di un percorso in cui nulla va perduto ma “riconvertito”, secondo i moti presenti e la maturità raggiunta. Poi, p.s. cresciuto non intendevo proprio nel senso anagrafico… ).
Ad ogni modo, come si suol dire nel comune gergo, “hai fatto un salto di qualità”. E fai bene a non affrettare esiti che ti si paleseranno indirettamente , proprio attraverso quei lettori, i soliti come i nuovi che ben ti auguro
Quanto alla piaga “feisbucchiana”…hai ragione, ma ti dirò in privato le mie remore nell’abbandonare questo spazio pseudo-sociale.
(Non devi abbandonare quello spazio; solo affiancarlo ad un altro più consistente…)
Eccomi qua.
Vedo che il mio sentimento sulla fine dei blog è condiviso da molti. Per non morire dobbiamo cambiare, non essere mai noi stessi, rivoluzionarci. Anch’io in questi giorni ho tentato di rivoluzionare un poco il mio blog: tolta la biografia, tolti i riferimenti ai vecchi blog, più controllo sul blog. Alla fine sei sempre tu…
Fabristol, c’è veramente molta stanchezza dalle parti dei blogger. Forse è la fama che non arride; forse sono questioni d’identità (per cui si preferisce rispolverare, o viceversa spazzare sotto il tappeto, il passato). Alla fine ho preferito essere più io – e tornare al punto di partenza, a quel nome che ci hanno dato alla nascita, è una bella rivoluzione.