Menzogna e merito in Platone

Ho voluto essere clemente con il Platone censore, lo ammetto. Peggio della censura, infatti, è la menzogna, benché a fin di bene. Una frase come questa non può non farmi saltare sulla sedia1:

«Se c’è qualcuno che ha diritto di dire il falso, questi sono i governanti, per ingannare nemici o concittadini nell’interesse dello stato» (Resp. III, 389b).

Ora, è vero che la società non si regge sull’immancabile veridicità di chi parla; tuttavia qua il diritto di mentire pare essere appannaggio (dei custodi) dello stato. Dopo averci fatto sorbire una prima trattazione sull’educazione dei cittadini2, Platone torna sulla “nobile menzogna” (Resp. III, 414b) che sta alla base dell’ordinamento statale. Sentiamola.

«Voi, quanti siete cittadini dello stato, siete tutti fratelli3, ma la divinità, mentre vi plasmava, a quelli tra voi che hanno attitudine al governo mescolò, nella loro generazione, dell’oro, e perciò altissimo è il loro pregio; agli ausiliari, argento; ferro e bronzo agli agricoltori e agli altri artigiani» (Resp. III, 415a).

Dunque per nascita gli uomini non sono tutti uguali, alla faccia di chi ciancia di comunismo in Platone4, ma sono almeno suddivisibili in tre tipi. Tipi e non specie, giacché «v’è caso che da oro nasca prole d’argento e da argento prole d’oro, e così reciprocamente nelle altre nascite» (Resp. III, 415a-b). Solamente con un’attenta osservazione e dunque con l’educazione – questa sì uguale per tutti, almeno nella prima fase – si potrà capire di che pasta è fatto il proprio figlio e, in base all’attitudine, spingerlo tra gli artigiani o innalzarlo agli onori e ai compiti di guardia5. Nulla da obiettare in tutto ciò: siamo in piena meritocrazia, in queste pagine6. La mitica menzogna dunque sottolinea le naturali differenze degli uomini non solo tra loro, ma anche rispetto ai parenti; inoltre è funzionale al divieto, per i guardiani delle prime due classi (rispettivamente governanti e guerrieri), di possedere oro e argento, avendone già a sufficienza nell’animo7 e, di più, di possedere sostanze personali, a meno che non siano assolutamente necessarie8. Così finisce il terzo libro. Il quarto libro si apre con il dubbio di Adimanto se in un simile regime i governanti (e non solo) possano essere felici; ne parleremo altrove, perché mi preme concludere l’articolo con la questione sollevata all’inizio del quinto libro: se anche le donne possano governare. Sentiamo cosa risponde Socrate – cioè cosa teorizza Platone.

«Non c’è alcuna ragione di concludere che, relativamente al nostro argomento9, la donna differisca dall’uomo; ma continueremo a credere che i nostri guardiani e le loro donne debbono attendere alle stesse occupazioni. […] Nell’amministrazione statale non c’è occupazione che sia propria di una donna in quanto donna né di un uomo in quanto uomo; ma le attitudini naturali sono similmente disseminate nei due sessi, e natura vuole che tutte le occupazioni siano accessibili alla donna e tutte all’uomo, ma che in tutte la donna sia più debole dell’uomo» (Resp. V, 454e, 455d-e).

Ora, il femminismo in Platone, reale o fittizio che sia, ha suscitato molte discussioni: ora appellandosi alla chiusa di quel passo10 ora alla comunanza degli accoppiamenti11, si è voluto misconoscere a Platone l’indubitabile merito di aver aperto la politica12 davvero a chiunque sia veramente capace, uomo o donna, nato da politico o da contadino. In ciò, pur col suo spirito aristocratico13, Platone si dimostra assai più ‘democratico’ di quanti dicono di esserlo, dicono.


Note:
  1. Benché legga per lo più a letto.
  2. Sulla quale Platone tornerà nel VII libro; per questo ho preferito non parlarne adesso, benché avessi quasi pronto un articolo su Platone come educatore
  3. Poiché tutti “nati dalla terra” – cfr. Resp. III, 414e.
  4. Vi sono, invero, degli aspetti comunistici, o piuttosto comunitari; ne parleremo forse più in là.
  5. Cfr. Resp. III, 415b-c.
  6. A differenza che in questi lidi. Ma forse la colpa non è nemmeno dei padri…
  7. Cfr. Resp. III, 416d-e, e leggiamo pure Resp. III, 417a: «Anzi a essi soli tra i cittadini del nostro stato non è concesso di maneggiare e di toccare oro ed argento, e di entrare sotto quel medesimo tetto che ne ricopra; né di portarli attorno sulla propria persona né di bere da coppe d’argento o d’oro. E così potranno salvarsi e salvare lo stato» – amaro pensiero verso i tempi sempre troppo corrotti.
  8. Cfr. Resp. III, 416d. Riemerge qua, forse, il comunismo – ma è un comunismo di casta.
  9. Le arti e le occupazioni; è ovvio infatti che la donna fisicamente – sessualmente – differisca dall’uomo, visto che «la femmina partorisce e il maschio copre» (Resp. V, 454d)…
  10. Dando a ἀσθενέστερον un senso affatto negativo – da impotente. Purtroppo Platone non chiarisce bene in cosa consista questa ‘debolezza’, questa inferiorità di potenza propria delle donne. A me pare che si riferisca al vigore fisico e a nient’altro (cfr. Resp. V, 456d).
  11. Stavo per scrivere “delle donne”, ma è chiaro che come le donne sono in comune, così pure gli uomini…
  12. Almeno nella sua fantasia…
  13. Sempre nel senso dei ‘migliori’ – dei ricchi d’oro nell’animo.
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6 risposte a Menzogna e merito in Platone

  1. Cateno scrive:

    Sì, anche secondo me si riferisce alla minore forza fisica delle donne; altrimenti sarebbe in palmare contraddizione.

  2. Yanez scrive:

    Platone democratico, meritocratico, femminista, comunista, tutto quello che vuoi, ma assai eugenetista. Un saluto.

  3. Certo, Yanez. Sto omettendo di parlarne, per adesso. Magari in un articolo più in là raccoglierò tutte le chicche di quel genere – non necessariamente cattivo: vivano i geni, i buoni geni.

  4. Yanez scrive:

    Intanto mi leggo quelli vecchi…

  5. Adrianaaaa scrive:

    come da me detto non so quanto tempo fà sono qua a scrivere O___O??
    cosa?? non ne ho idea…

  6. Adrianaaaa: non è obbligatorio scrivere… (È preferibile leggere, invece.) ;-)

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