Al Dell’Ombra
Nel noto L’idea pericolosa di Darwin Daniel Dennett, per spiegare la sua concezione del darwinismo, ricorre a delle metafore di natura meccanica. Egli parla di “skyhook” (ganci “appesi al cielo, sospesi”) e di “crane” (gru). Il suo intento è quello di mostrare e dimostrare la gradualità del processo evolutivo e l’innalzamento filetico lungo una scala di crescente complessità. L’oggetto del contendere, infatti, è il come dell’evoluzione, come fa ben rilevare Dennett:
«Le dispute che impazzano all’intorno consistono per la maggior parte, se non tutte, di varie contestazioni della pretesa di Darwin di condurci da qua (il magnifico mondo in cui viviamo) a là (il mondo del caos, il regno della più totale mancanza di progetto) nel tempo disponibile senza invocare alcunché oltre alla meccanicità priva di mente dei processi algoritmici da lui proposti».
Con il concetto di “skyhook” Dennett denota un qualcosa di miracoloso – un gancio appeso al cielo, ovvero sospeso nel nulla, che permetta prodigiosamente un innalzamento. È chiaro che tale metafora è da riferirsi a quanti connotano l’evoluzione come un evento inspiegabile senza un aiuto soprannaturale – non a caso «il concetto di gancio appeso al cielo discende forse da quello di deus ex machina». Dennett è molto critico verso una tale concezione dell’evoluzione, tipica ancora oggi ad esempio di animi religiosi che non riescono a conciliare le narrazioni mitiche bibliche con la storicità paleontologicamente comprovata dell’evoluzione1:
«Per più di un secolo gli scettici hanno cercato di trovare una dimostrazione del fatto che l’idea di Darwin non può funzionare, quanto meno non in tutto e per tutto; hanno confidato nell’esistenza di questi ganci magici, ricercandoli e invocandoli come eccezioni di quella che a loro giudizio è la tetra visione dell’algoritmo di Darwin che continua a girare in eterno».

Abbandonando qualsiasi spiegazione che invochi il miracolo – o l’intervento divino – per rendere conto dell’innalzamento qualitativo e quantitativo dell’evoluzione, resta da spiegare quale sia la modalità del progressivo processo evolutivo. La metafora prediletta da Dennett, l’abbiamo anticipato, è quella di gru:
«Le gru sono in grado di svolgere quel lavoro di innalzamento che potrebbero fare gli immaginari ganci appesi al cielo e lo fanno in modo onesto, senza che vi sia bisogno di dare per scontato alcunché. Sono tuttavia costose; le si deve progettare e costruire, assemblando pezzi già disponibili, e piazzare su una solida base. I ganci appesi al cielo sono sollevatori miracolosi, privi di sostegno e insostenibili. Come strumenti per innalzare, le gru non sono affatto da meno e hanno il netto vantaggio di essere reali».
In altre parole: come una gru, poggiando su una base concreta – ciò che è già stato costruito –, permette sollevamenti verso l’alto senza bisogno di impossibili ganci sospesi al nulla, così la selezione naturale, senza la necessità di postulare interventi sovrannaturali – divini o miracolosi che siano –, riesce a rendere conto dell’aumento di complessità, dell’«“innalzamento” che si deve realizzare nello “spazio dei progetti” per creare i magnifici organismi [...] che si incontrano nel mondo». Detto più chiaramente, e nell’ormai noto stile dennettiano:
«Darwin ha offerto una spiegazione del processo di innalzamento meno raffinato, più rudimentale e più stupido che si possa immaginare – il cuneo della selezione naturale. Compiendo passi piccolissimi – quanto più possibile – il processo può traversare, nel corso di eoni, queste distanze enormi. Questo è quanto sostiene Darwin. In nessun punto è necessario qualche cosa di miracoloso, proveniente dall’alto. Ogni passo si è realizzato grazie a una salita semplice, meccanica e algoritmica da una base di partenza costruita con gli sforzi compiuti con altre salite precedenti».
È il trionfo dell’automatico gradualismo – e l’ennesima, indiretta critica alle teorie saltazioniste, ivi compresa la teoria degli equilibri punteggiati.
Note:
- In realtà Dennett taccia come “ricercatori di ganci magici” anche evoluzionisti che hanno proposto un punto di vista meno ortodosso – o meno “iperdarwinista” –: su tutti, Stephen Jay Gould.
Per i soliti filologi: trattasi di un brano tratto (non senza riduzioni e manipolazioni) dalla mia ultima tesi. Chiaramente è un brano puramente compilativo – una mera occasione per leggere o rileggere Dennett, nonché Darwin.
Ecco uno dei migliori libri di filosofia che abbia letto negli ultimi anni. Per la capacità di offrire uno sguardo nuovo sul mondo, secondo me è paragonabile solo ai tre volumi del “Poscritto” di Popper.
ahhhh … l’iperdarwinismo…. Mi era sfuggito in fondo alla nota. Ricordo quando mi presentai come tale al Boncinelli che usò tale “scusa” (ovvero il criticare chi volesse definirsi iper in generale… chissà cosa ne avrebbe pensato il presidente della Coop che probabilmente era tra gli sponsor della manifestazione) per non affrontare il tema che ponevo con la mia domanda… domanda ? Quale domanda? Beh sarebbe il caso che ci facessi un post mio invece di contnuare a fare il “cuculo” in giro
Un Sorriso
MarcoT: già; ma per motivi storici ho apprezzato anche più l’ancor più radicale – se possibile – Il gene egoista. Credo che Dennett debba molto, anzi troppo, a Dawkins.
(A proposito, oggi ho (ri)cominciato L’evoluzione della libertà. Era il momento giusto.)
Il più Cattivo: eh, ma non puoi lasciarmi in asso proprio adesso che stavi per svelare la domanda rivolta a Boncinelli! (A cui preferisco Pievani, tuttavia.)
@tommy: mai pensato di piantare in asso nessuno….
Soltanto che mi chiedevo se la domanda (la cui risposta è probabilmente logn42) meritasse un post all’uopo o potessi fare lo scansafatiche anche stavolta… dai lasciami almeno il fine settimana…
P.S. Pievani (che non ho mai incontrato di persona) è per me un ottimo riferimento il sito pikaia.eu ancora di più. Boncinelli pur non essendo un pessimo elemento non mi convince.
Approfitto di un lettore di Dennett per qualche chiarimento.
A prima vista ho l’ impressione che l’ idea sottesa di “direzione” (piano, disegno…) sia ben più difficile da scalzare e che l’ (a)teologia che alcuni filosofi vogliono tessere intorno all’ idea darwiniana sia ancora lacunosa.
Come dare conto della “direzione” intrapresa dai processi? Il “gene egoista” architetta mille ingegnose strategie per perseguire i suoi scopi (diffondersi, riprodursi). Ma da dove trae quello “scopo” (o direzione) che rende così particolarmente felice la metafora dell’ “egoismo”?
Difficile essere convincenti quando si trovano insensate domande del genere che per molti sono le più urgenti (e naturali!).
Parlare di “caso” poi ha l’ aria di una rinuncia sulle questioni cruciali. Intendiamoci, nulla di male per chi trova del tutto normale che il naturalismo venga poi inquadrato da chi di dovere in una appropriata cornice metafisica, ma chi invece vuol farsi in casa la propria (a)teologia?
Broncobilly: in altre parole vorresti capire perché esiste l’istinto di sopravvivenza e riproduzione – o perché si sia evoluto. Mi sembra la domanda ultima e non ho risposta sensata, tranne quella volutamente arresa alla ricerca di senso proposta da Dawkins – secondo cui semplicemente a un certo punto si svilupparono queste “macchine viventi” con la strana capacità di produrre copie di sé stesse.
Dennett connota invece l’atteggiamento progettuale in termini soggettivi: il progetto sta solo nella mente dell’osservatore (per ulteriori dettagli leggi questo mio commento e magari anche il post a cui si riferisce).
Forse però non sto azzeccando esattamente la questione che sollevi. Credo che lo “scopo” del gene – quello che tu, se ho ben capito, ritieni inspiegabile o maldestramente spiegato – sia alquanto difficile da notare, e venga individuato solo per similitudine coi comportamenti di organismi più complessi, in cui l’egoismo è stato elevato a livello d’arte.