Scenario uno: sei in macchina, la tua bella auto, quando sul bordo della strada scorgi una bambina con la gamba ferita e sanguinante. Cazzo, che fare? Sporcherai la tappezzeria, saranno almeno 200 € di spesa… Ma no, non puoi lasciarla dissanguare lì. La carichi senza pensarci troppo e la porti al pronto soccorso. Scenario due: torni a casa, nella buca delle lettere c’è una lettera dell’Unicef che ti chiede un contributo di 50 € per salvare venticinque bambini dalla dissenteria. Ci sono pure le solite foto scioccanti e fastidiose di bambini deperiti. La guardi, ci pensi un po’ e poi concludi: non ora, magari l’anno prossimo.
Un rapido calcolo è impietoso: 200 € per salvare una vita (anzi, una gamba…) contro 50 € per salvarne 25 (o sia 200 € per salvarne ben 100!). Eppure la prima spesa la concedi, la seconda no. Non c’è giustificazione che tenga. (Sai benissimo che il prossimo anno con le 50 € ci andrai al ristorante con l’amante.) Perché ci comportiamo così? Semplice: ci siamo evoluti per aiutare il prossimo – i vicini, i parenti, i presenti. Per il resto, lontano dagli occhi lontano dal cuore. La trovo una valida regoletta universale1 che spiega molte cose, dall’emarginazione dello straniero alla dieta carnivora dell’animalista.
Note:

Gli esempi (esperimenti mentali, ma mica troppo) di questo post (e di quelli che verranno…) sono tratti da Menti morali di Marc Hauser. Libro che sembra davvero interessante (anche se a tratti un tantino prolisso o noioso).
Un morto in casa ci ferisce a vita, centinaia che scopriamo essere morti in qualche posto lontano dalla nostra casetta sono un intermezzo di poco conto tra la pentola e lo scolapasta.
Certo. Però vedi, col morto c’è nulla da fare; coi feriti – coi bisognosi – sì. Ma anche per i cristiani, quel che importa è amare il prossimo (e spesso neanche quello…).
Nella prima ipotesi, cercherei di salvare la bambina anche a costo di sporcare l’automobile. Per fortuna porto sempre un plaid a bordo.
Ciò in quanto la bambina ferita rappresenta un fatto eccezionale e a me basterà portare la bambina all’ospedale, in quanto dopo saranno i suoi genitori a prendersi cura di lei.
Nella seconda ipotesi non darei nemmeno un centesimo per le seguenti ragioni.
Partendo sempre da un punto di vista biologico, sono fermamente convinto che la ricchezza di un uomo può senz’altro identificarsi principlamente con il numero di volte che egli sia riuscito a riprodursi.
Più figli avrà generato e più sarà ricco, in quanto la sua progenie garantirà maggiormente la sopravvivenza del suo seme. Meno figli avrà generato e meno possibilità avrà il suo seme di sopravvivere.
Ciò posto è evidente che se egli vorrà garantire la sopravvivenza del suo seme dovrà, non solo mettere al mondo quanti più figli gli sarà possibile generare, ma garantirne la loro sopravvivenza fin tanto che non si riproducano a loro volta.
Sappiamo bene quanto costa mettere al mondo e crescere un figlio al giorno d’oggi. Per questo motivo l’occidente, in virtù di una scelta pragmatica e ragionata, ha un tasso di crescita vicino allo zero. Conseguentemente ogni coppia mette al mondo in media un figlio e mezzo, perché questo è quello che può permettersi.
Nel terzo mondo, invece, mettono al mondo tutti i figli che vogliono, incuranti degli oneri che comporta il crescerli.
Anche questa è una scelta, se vuoi, ancor più pragmatica di quella occidentale, in quanto dal punto di vista biologico ogni individuo sarà più “ricco” per aver garantito maggiormente la sopravvivenza del suo seme.
Ciò che non torna è il fatto che poi si pretenda sia l’occidente a mantenere la progenie del terzo mondo.
E allora, caro amico, mentre nella prima ipotesi si è in presenza di un fatto eccezionale, nella seconda si tratta di una scelta fatta da colui che mette al mondo figli senza avere le risorse per crescerli.
Non sarò certo io a mantenere e crescere i suoi figli e non sarò certo io a garantire la sopravvivenza del suo seme.
Salvox, ti ringrazio per il commento. Contribuisci alla casistica che sto raccogliendo con le tue motivazioni razionalizzate. Lascia stare però lo stratagemma del plaid: la spesa di 200 € fa parte dell’esperimento (altrimenti soccorrere la bambina gratis, o sia senza perdite, sarebbe troppo facile!).
Hauser, nel prosieguo del libro, tenta di analizzare le varie differenze tra i due casi. Quella della distanza spaziale (nonché temporale) è solamente la prima, anche se probabilmente è anche quella che salta più all’occhio. Vi è poi la differenza dell’aiuto richiesto: fisico nel primo caso (le 200 € sono una conseguenza dell’atto), finanziario nel secondo. L’urgenza: alta nel primo, media nel secondo. L’impegno richiesto: personale nel primo caso, impersonale nel secondo. La responsabilità diretta del mancato aiuto: alta nel primo, bassa o nulla nel secondo. E via dicendo. La cosa importante da sottolineare, tuttavia, è che l’insieme di queste motivazioni (a cominciare da quella biologica, frutto della nostra evoluzione, che mai prima del Novecento ci aveva messo direttamente a contatto con mondi lontanissimi) contraddicono il risultato che si potrebbe prevedere in base a un’analisi costi-benefici (la quale porterebbe a privilegiare il secondo caso).
Riguardo a tutta la problematica che sollevi sulla sopravvivenza del proprio “seme” (io avrei detto geni; cosa meno maschilista peraltro…), che dirti. Biologicamente concorderei sui figli come ricchezza; pragmaticamente (e filosoficamente) no, però! Non scendo tuttavia nella fattispecie di ciò che accade, paradossalmente – o sia che i poveri facciano più figli dei ricchi (forse per la folle equivalenza figli=ricchezza, forse per la cultura, forse per il loro essere proletari e niente più…). Devo rifletterci meglio.
P.S. Comunque, sull’”eccezionalità” dei casi proposti, guarda che supponevamo per entrambi la clausola dell’una tantum. Mica mandare una volta dei soldi all’Unicef ti obbliga a farlo per il resto della vita! Invece, su forme alternative di aiuti umanitari – o sia di moralità – ti rimando a questo post di Alex, davvero molto interessante. Ti accenno soltanto una cosa: al posto di beneficenza gratuita – senza alcun ritorno economico – sono previsti dei prestiti. Leggilo.
p.s.: ho utilizzato il termine seme, anziché gene, per essere ancor più pratico nell’esplicazione del concetto.
l’esempio analogico lo trovi già negli utilitaristi. il bambino che affoga di peter singer è paradigmatico: ti butti a salvarlo anche se hai addosso un valentino, e chissenefrega.
adam smith diceva che ci preoccupiamo più per un nostro pollice schiacciato che per un cinese morto, o qualcosa del genere. e smith è quello dell’etica della simpatia. il punto è proprio riconoscere il prossimo, che ci è vicino. e concordo sulla spiegazione: durante i millenni d’evoluzione, quando non eravamo ancora 6 miliardi, i contatti erano pochi, e se dovevi aiutare qualcuno era uno di famiglia, uno che ti somiglia.
l’argomento analogico utilitarista, riusato da hauser (che non dice niente di nuovo in genere, nemmeno sulle questioni più scientifiche) per spiegare le sue cose, funzionerà in futuro. il cerchio si sta espandendo.
Fatto non toglie che stiamo parlando di casi attuali quindi, anche se sconosco il saggio, potrebbe anche andare bene. Ma cosa accade quando il tizio che torna a casa trova la lettera e invia i soldi e questo tizio è la stessa persona che per i meno fortunati del quartiere non alza un dito? Che dinamiche dovrebbero rendere il caso differente? Eppure il quartiere drovebbe essere più familiare, più vicino, più personale. Ho visto anche questo.
in ottica utilitarista, dove questo esempio è nato, non è un problema: se quelli più lontani stanno più male di quelli più vicini, bisogna aiutare quelli più lontani (anche se stanno male pure quelli vicini). è una questione semplicemente quantitativa.
La questione si complica, vedo!
Alex, io sono tra quelli convinti che l’evoluzione biologica sia troppo ingombrante, e quella culturale troppo veloce e recente (dunque in gran parte ininfluente). Non sono convinto che il cerchio si espanderà; tuttavia propongo un esperimento mentale. Un nostro amico blogger – virtuale, mai incontrato – sta male. Lo aiuteremmo, nel limite delle nostre possibilità? Io direi di sì. Dunque lo riconosciamo come prossimo, pur essendolo “solo” al di là del cavo.
Israfel, il caso che poni è emblematico. Tenderei a spiegarlo col vecchio discorso della “coscienza pulita” (o sia il senso di colpa da alleviare), più che con l’utilitarismo. Oltretutto l’aiuto finanziario, in certe occasioni, può essere più “leggero”. Altro esperimento mentale: siamo più propensi a dare un euro alla zingara al supermercato o a invitarla a magiare un piatto di pastasciutta (che ha più o meno quel valore) con noi? Preferiamo il primo – meno implicazioni, meno noie.
“L’eccezione” spiega il tutto, vedere una zingara al supermercato è diventato quotidiano è un’immagine consueta, come il quartiere dietro casa.
E’ abbastanza consueto anche vedere foto di bambini moribondi… Comunque la regoletta dell’eccezione – diciamo: la straordinarietà dell’evento – me la segno. (In effetti Hauser parla anche della alternative all’aiuto da parte dell’agente, considerate improbabili nel primo caso, ma non nel secondo…)
Però ti lancio un altro punto di riflessione: non è che l’eccezionalità giustifichi anche le più atroci torture? (Per converso, l’abitudine è prodromo della pace…)
Peccato che, magari, per puro caso, hai un conoscente che è un alto funzionario Unicef e che s’è appena fatto una tenuta di 5.000 ettari in Serbia e che una volta, in vena di confidenze, ti ha pure raccontato come girino quei soldi che tu doni con tanto amore e tanta fiducia ….
Lessi Hauser ormai un paio di anni fa. Non ho un ricordo “vivo” di quel libro. A suo tempo ne riconobbi comunque il rigore ed il tentativo di affrontare con metodo le problematiche che altrove vengono lasciate “alla sensibilità” dei lettori.
Sul caso specifico concordo con l’analisi del tuo ultimo commento. Dove però mi intriga l’idea che siamo disposti ad accettare l’intervento di parti “istintive” e “poco razionali” quando si tratti di eventi “inattesi” o comunque probabilisticamente poco frequenti. Estremizzando, se qualcuno si commuove ogni volta che vede un bimbo con la pancia sporgente e le mosche in volto e si trova in un campo profughi in Ruanda probabilmente non riuscirebbe ad attraversare neanche una strada. Se invece non lo nota in centro a Roma o Milano lo chiameremmo cinico. Anche questo potrebbe essere considerato “razionale” ovvero dedicare la propria attenzione a problemi proporzionati alla nostra capacità di intervento… ma la storia è ovviamente molto più complessa.
Un Sorriso
A parte le considerazioni di cui sopra, che sono giuste, forse influisce in una certa parte anche la possibilità che il favore venga riconosciuto come tale. Salvare qualcuno “fisicamente”, dalla strada, renderà molto riconoscente il salvato. Magari il nostro cervello pensa che c’è una buona probabilità di ottenere qualcosa in cambio.
Se diamo 50€ a bambini che non solo non vedremo mai, ma che non sanno neanche che esistiamo e che facciamo questi favori, cosa ce ne cale? : D
(quindi forse è da aggiungere all’elenco delle variabili anche “possibilità di reciprocità”)
Lector: è vero, anche l’incertezza della reale destinazione dei soldi (di cui una parte devono necessariamente essere usati per diffondere gli appelli) è un fattore a sfavore del secondo caso. Però consideriamolo pur sempre un esperimento mentale “ideale” – o, con Hauser, argomentiamo che comunque l’Unicef ha una buona probabilità di destinazione corretta del denaro donato.
Il più Cattivo: Hauser, nel caso delle decisioni morali “istintive”, parla di “creatura humiana”, riferendosi alle teorie morali di Hume – basate sul sentimento più che sul calcolo. Mi sembra propenso ad accettare che spesso ci comportiamo così; è più restio invece a riconoscere un ruolo alle “creature kantiane” – quelle che approdano alla morale esclusivamente tramite la ragione.
Vaaal: questo è un ragionamento molto dawkinsiano – tu mi gratti la schiena e io ti salto in groppa! Certo, potrebbe essere un parametro da considerare. Hauser non ne parla esplicitamente per quei casi; tuttavia adesso – nella parte di libro che sto leggendo al momento – sta analizzando il gioco dell’ultimatum e riconosce esplicitamente che la reciprocità vi ha un grande ruolo – specie in certe culture in cui si attende che il dono venga ricambiato.
Non ho capito se stai facendo un elenco di variabili che possono influenzare il comportamento morale. La cosa mi sembra TREMENDAMENTE interessante, in effetti.
Se ti interessa, un altro fattore che sembra influenzare i comportamenti morali (portando il soggetto a comportarsi in maniera coerente con le sue convinzioni morali) è la presenza di uno specchio nel quale il soggetto possa osservarsi. Notevole, vero? : D
Sì, ormai sto cominciando a raccogliere anche le vostre ipotesi (tutte interessantissime, grazie!).
Forse, più che lo specchio, dovremmo indicare la possibilità di venire notati/scrutati/monitorati. L’esperimento mentale dell’invisibilità rimane tra i miei preferiti.
P.S. Stasera o domani comincerò la parte che tratta degli esperimenti morali sul treno e i binari (ecco un articolo dell’ottimo Maurizio che ripropone le parole di Dawkins).
Rendici partecipi magari con un nuovo post
E’ quel che farò nei prossimi giorni…
Tra Hume e Kant preferisco… Dawkins. In sostanza ritengo che l’influenza genica sia preponderante nella costruzione della morale, ma come scrive appunto Dawkins siamo i primi a poter reagire al determinismo genetico.
Ho sempre pensato che il buon Dawkins sia un inguaribile ottimista.
P.S. Oggi pomeriggio ho assistito ad una conferenza di David Caramelli… wow.
Se trovo la forza e la memoria proverò a scrivere un post sulle mie sensazioni e magari a ricostruire i contenuti ( e poi l’otimista sarebbe Dawkins)
Un Sorriso
Penso anch’io che la morale sia essenzialmente innata (anche Hauser, mi pare di capire). Ma concordo anche col fatto che siamo l’unica specie ad avere una via di fuga culturale – o, se preferiamo, extragenetica. Si tratta di capire quanto sia ampia questa possibilità… (Secondo me tutto sommato è angusta.)
P.S. Suvvia, trova forza e memoria per dirci dell’incontro.
… fatto! Sul mio blog troverai il “faticosissimo” post che avevo promesso.
Un Sorriso (pant…non sono più abituato a scivere sul mio blog, ma sembra più faticoso!!!)
si vede che sono stanco … arrivo a “scivere”!!!
@–>Tommy
Volevo semplicemente precisare che, nel caso dell’Unicef o di altra organizzazione, laica o religiosa che sia, non mi fido e perciò sono molto restio a contribuire. Se, invece, posso intervenire senza intermediari, qualora decida di farlo, lo faccio per convinzione.
Il più Cattivo: domani, a mente lucida, lo leggo.
Lector: per questo proponevo di aiutare la zingara fuori dal supermercato con un invito a cena, anziché partecipare alla colletta alimentare (che hanno fatto proprio oggi) gestita dallo stesso supermercato, comprando prodotti nel supermercato stesso e ivi lasciandoli…