Per qualche giorno, per poche ore, ho fatto ritorno alla terra, nel tentativo di ripristinare sintonie interrotte. L’accoglienza è stata quella che può essere riservata a un ormai cittadino: oh che umidità, ma che freddino, e quant’è scomodo il letto – lo stesso letto che, nelle mie nuove abitudini, aveva preso forma di una cosa con spalliera bassa e ondulata e retrostante muro liscio, forme che la mia mano, con sommo stupore, la notte non ritrovava.
Tuttavia la terra presto m’ha riconquistato. Scendo nella vigna, tra umide erbe. Mi seggo a livello del terreno; la consorte è al mio fianco. L’aria è novembrina, sonnolenta; bassa e tremolante la luce del sole. Ultimi stanchi raggi prima del tramonto; ci affrettiamo a tornare al camino, con le tasche piene di marroni pronti da arrostire. L’indomani, al ritorno in città, imprechiamo contro la puzza di fumeri che aleggia nell’aria. Solo dopo qualche ora capiamo che siamo noi ad emettere quell’odore di terra.

sigh…
Non è la campagna in sè che vi fa stare meglio che quando vi trovate in città, bensì la lontananza dagli uomini che la cmpagna offre. Per il resto meglio le comodità cittadine…
Effettivamente a volte pensiamo che una casa coi comfort cittadini trapiantata in campagna sarebbe la soluzione ideale; ma non è così semplice. Per quanto matrigna, la natura ci attrae (per dirne una: nonostante la sua scomodità, un camino è meglio dei termosifoni – nonché, almeno per noi, meno dispendioso…). Ad ogni modo, va da sé che il fattore “assenza di forme viventi (sub)umane” ha una gran parte nel fascino dell’abitare in campagna…
:’(
Con te ci rivediamo a fine anno, ok? (Avrai molto da dirci, vero?)