13 risposte a Educare (a)i diversi

  1. Cateno scrive:

    Ahahah! Sostengo che l’unica cura sia paventare ulteriori mazzate a chi mazzia il diverso.

  2. Infatti. Dicono che violenza generi violenza; a me pare però che solo ulteriore violenza possa smorzare la prima violenza. (Insomma, è sempre conveniente rendere pan per focaccia…) :-P

  3. antonio scrive:

    Come potrei non concordare? Chi considera il diverso diverso merita senza dubbio mazzate, proprio perchè diverso da chi la pensa come noi.

  4. Perfetto. Vedo che il gruppo dei filosofi è compatto contro i non filosofi: agli uni la botte, agli altri le botte. :lol:

  5. alex scrive:

    il meccanismo in-group/out-group ha effettivamente una funzione di tutela del proprio piccolo gruppo in situazioni in cui gli altri gruppi potrebbero considerarti una preda da mangiare.

    sono cambiati i tempi. l’evoluzione biologica, che ha selezionato cervelli che ragionavano così, è lenta, quindi serve quella culturale.

    su questo si innerva la distinzione che ci fa parlare del normativo. il normativo può prescindere dal descrittivo.

    sono troppo serio.

  6. Guarda che io sono un sostenitore della “teoria della patina“… ;-)

    (In breve: l’evoluzione culturale può anche essere più veloce, ma arriva per ultima – e quant’è facile scalfirla!)

  7. antonio scrive:

    Parole sante!

  8. renzo scrive:

    Be’, se portiamo alle estreme conseguenze il discorso di lorenz per come lo interpreti tu, si arriva alla curiosa conclusione che tu sei un immigrato gay. Se invece si crede ad Ossidia, i tuoi vincoli culturali ti consentono di reprimere l’atavica repulsione verso i “diversi”.

  9. Aspetta aspetta aspetta. Mi sfugge la catena logico-causale che conduce al mio presunto essere “immigrato gay”… :-D

    Interessante invece parlare di vincoli culturali (talvolta lo sono davvero!). Che essi però, da soli, possano consentire di reprimere del tutto gli “atavici impulsi” continuo a dubitarne grandemente…

  10. Ossidia scrive:

    Hai (ovviamente) banalizzato quello che ho detto: non ho parlato di educazione ma di razionalizzazione. Sapere che la paura del diverso dipende da un meccanismo innato che ci siamo portati dietro perché fu vantaggioso nella formazione di società primitive, può farci capire che si tratta di un bagaglio che non ci serve più, il cui uso non è più giustificato. Il fatto è che per fare un ragionamento del genere c’è bisogno di tempo e lucidità mentale, cose che la maggior parte della gente non ha.
    E comunque non sottovalutiamo l’importanza di un altro istinto sociale “atavico”: l’empatia.

  11. Più che banalizzare, ho reinterpretato le tue parole. Come si potrebbe diffondere la cosiddetta “razionalità” se non con l’educazione (o istruzione che dir si voglia)?

    Non definirei comunque quell’istinto come “un bagaglio che non ci serve più” – almeno non così frettolosamente. Ma ne riparleremo più in là.

    Sull’altro istinto basilare – l’empatia, l’amore, la socialità o quel che vuoi – dico solo una cosa neanche troppo originale: non potrebbe esistere senza l’odio. Un uomo amico di tutti è amico di nessuno…

  12. Fabristol scrive:

    Interessante. Ed è un po’ quello che ho sempre pensato anch’io: il razzismo è istintivo, naturale, biologico in tutte le specie. Lo si può eliminare solo con educazione, razionalità ecc. Basta andare all’asilo o in prima elementare. I bambini diversi vengono scherniti, derisi, picchiati, allontanati. E il processo di massa del seguire la stessa moda e di assomigliare come cloni è l’altro lato della medaglia.
    Comunque esiste anche un processo inverso: molti, tanti sono affascinati dal diverso, dall’esotico, dall’inusuale. Insomma l’essere umano è diviso tra un istinto atavico al respingimento del diverso perché minaccia il gruppo e l’attrazione per il diverso che potrebbe invece beneficiare l’individuo e il gruppo con nuovi geni e nuove tecnologie.

  13. Penso che sia soprattutto un frutto dell’evoluzione – un fattore che accresca la sopravvivenza. E’ questo che lo rende così tenace ed onnipresente, al punto da farmi dubitare grandemente che “educazione e razionalità” possano eliminarlo (al massimo possono smorzarne gli effetti, smussare gli esiti più crudeli o cruenti…).

    Interessante invece l’osservazione sul processo inverso – sul fascino del diverso. Effettivamente l’apertura all’alterità (anch’essa naturale, ma fino a che punto?) può essere uno dei fattori che possono mitigare il respingimento del diverso. Forse però, appunto, c’è un limite a quest’apertura. Al solito quel che ci importa è l’equilibrio…

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