Amici perniciosi

Come sempre l’incomprensione, e dunque la guerra, sono caratteristiche umane, troppo umane ma, come accade ormai da due mesi, talora Proust, con un tempismo che ha del meraviglioso, come l’intera sua opera che mi rammarico di non aver cominciato a leggere prima, accorre in mio soccorso con una consolazione portentosa, balsamica, dolce come biancospini, fragrante come maddalenine, puntuale come scampanio di festivi campanili estivi, confortante come sciabordio di spuma marina, lassù a Balbec, laddove il Nostro era solito recarsi, e ove ritrova Bloch, l’amico ammirato e sottilmente avversato, fonte di perplessità, non esente da critiche fraterne ma mai ingiuste1.

autoritratto di Tissot

Primo round: io e l’omonimo.
DAVIDE T (speranzoso) – Ma insomma, lo pubblic(izzi)amo2 Filosofando su Sitosophia o no?
DAVIDE D (categorico) – Io dico di non farlo. Assolutamente. Se fate pubblicità su Sitosophia, esco da Filosofando.
DAVIDE T (affettuosamente offensivo) – Sei sempre il solito scassaminchia a compartimenti stagni.

Proust mi tende una mano (e con l’altra mi respinge).

«Non c’è amico che non abbia i suoi difetti, al punto che, per continuare ad amarlo, dobbiamo sforzarci di consolarcene – pensando al suo talento, alla sua bontà, alla sua tenerezza – o magari di non tenerne conto, dispiegando a questo scopo tutta la nostra buona volontà» (II, 384).

È lo sforzo che non mi riesce. Il signor Proust dimentica che spesso una macchia deturpa l’abito – come un unico neo invalida un corpo altrimenti stupendo. O forse la pensa diversamente. Ecco come continua.

«Purtroppo, la nostra compiacente ostinazione a non vedere il difetto dell’amico è superata da quella con cui egli vi indulge, vuoi per propria cecità vuoi per quella che attribuisce agli altri. Infatti non lo vede, o crede che non si veda. Poiché il rischio di dispiacere agli altri dipende soprattutto dalla difficoltà di valutare che cosa passi o non passi inosservato, bisognerebbe almeno, per prudenza, non parlare mai di sé, trattandosi di un argomento sul quale si può scommettere che il punto di vista altrui non coincide mai con il nostro» (II, 384-5).

Ora, io penso che i filosofi hanno una bruciante coscienza di sé stessi, fiammeggiante di quel fuoco che rischiara e consuma. Ma niente più dell’abito abitudinario è ciò che ci protegge e affanna, copre e scopre, riscalda e accalda. E questo, si sa, tanto più è sotto gli occhi tanto meno risulta visibile al cervello, il quale vi si accomoda perfettamente. Il vizio è l’ozio supremo – e in quanto tale non si schioda da noi, anzi c’inchioda alla croce che portiamo. E il vizio alberga ove abita l’abitudine incompresa agli occhi altrui.

studio di Tissot

Secondo round: l’omonimo e me.
DAVIDE D (formalissimo) – Io, dalla mia posizione solo apparentemente privilegiata, ho sentito pochissimo dei primi due interventi – dei quali imploro qualcuno dei convenuti a illustrare i contenuti – mentre ho potuto ascoltare molto meglio gli altri due. Il Prof. Biuso bla bla bla bla. Il Prof. Raciti slurp slurp slurp.
DAVIDE T (sottilmente rompiballe) – Che resoconto parziale.
DAVIDE D (compiaciutamente sibillino) – Isotropico, naturalmente.
DAVIDE T (cercante chiarezza) – Perché parli difficile?
DAVIDE D (ammassando piacevole oscurità) – Non è difficile: è sintetico. Cioè non analitico…
DAVIDE T (declamante in nome di quel poco che sa di storia della filosofia) – Se fosse stato sintetico avrebbe aggiunto (kantianamente) della conoscenza che non avevo. Ma tu, sempre kantianamente, agisci analiticamente — dalle parole vuoi trarre fuori concetti. Ed è un giochetto futile. [Alzando il tiro – mancino.] Uhm. Mi correggo. Sei sintetico proprio nella pretesa di trarre, dalle parole, dei concetti che non vi sono contenuti. Pardon, avevi ragione tu.
DAVIDE D (giocando con le parole) – Infatti le parole concepiscono concetti.
DAVIDE T (nondimeno giocante) – Io avrei detto – concupiscono.

La pagliuzza nell’occhio altrui.
Forse il mio è stato semplicemente un «denunciare negli altri la presenza di difetti perfettamente analoghi ai nostri» (II, 385).

«Ora, è sempre di questi difetti che parliamo, quasi fosse un modo per parlare di noi, deviato, e tale da sommare il piacere di confessare a quello di assolverci» (II, 385).

Mi è sorto il dubbio: non è che in quest’ultima uscita mi sono incazzato perché anch’io, talvolta, indulgo a parlare in maniera oscura, compiacendomene per giunta3?

ritratto di Tissot

Epilogo: pace sia.
Scusami, mio caro omonimo e collega in filosofia. Perdona le mie intemperanze. Ma cerca tu per primo di essere meno rigido4, e di lasciar perdere quella futile e fuffosa separazione tra pubblico e privato e altre menate del genere. La maschera è labile. Il vizio è ingombrante. Tranquillo, ti si apprezzerà ugualmente. (Forse.)

Conclusione: ancora una volta Proust sapeva già tutto.

«Allora tentò di scusarsi, ma nel modo tipico della persona maleducata, sin troppo felice, quando ritorna sulle proprie parole, di cogliere l’occasione per renderle più pesanti» (II, 387).


Note:
  1. Scusate il periodaccio. Stavo prousteggiando – quantitativamente.
  2. Sì, Sim: tecnicamente – ma non foneticamente – manca la ‘h’. E la i forse andava dentro parentesi – ma non fonicamente.
  3. Ve ne è qualche esempio anche in codesto post. La cosa peggiore è che io resto convinto che quel che scrivo sia sempre chiarissimo, cristallino e corrusco. Forse è proprio vero che «per ciascuno di noi, c’è un apposito dio che gli nasconde il suo difetto e gliene promette l’invisibilità» (II, 386).
  4. Il rigore è vanesio, giusto?
Post simili:
Questa voce è stata pubblicata in www.davidetomasello.it e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

12 risposte a Amici perniciosi

  1. Triad scrive:

    Caro omonimo,

    fregiare le notre meschine querelles del manto proustiano credo sia eccessivo, immeritato. Almeno per me. E tuttavia ti sono grato di averne fatto strumento di chiarimento (o di vendetta?). Pace sia. E tuttavia non finché siamo in vita… Perché dell’affaire pubblico/privato non ho intenzione di disfarmi.

    Naturalmente ti ringrazio anche per gli epiteti amichevoli che qui mi accordi.

    Ti abbraccio cordialmente e freneticamente (coi polmoni, cioè),
    Davide D

  2. Nessun fregio né sfregio, mio caro. Solo ricerca di parallelismi, di chiavi interpretative eccetera.

    L’affaire di cui non vuoi disfarti, come un rifugio d’infanzia, è angusto solo quando pretendi che anche altri possano abitarvi confortevolmente. Tutto qui.

    P.S. In una etimologia filosofica potremmo far derivare “frenetico” direttamente da φρήν (cuore ma anche spazio dello stesso, quindi animo e petto); ma più correttamente viene da φρενιτιάω — essere fuor di sé (dunque dentro il dio). ;-)

  3. antonio scrive:

    Che il vizio sia l’ozio supremo è concetto farina del tuo sacco? Se così fosse mi complimeno, così come mi complimento per la compagnia che mi fai nel dileggiare l’educanda (di questo passo perderà la pazienza e il vizio della distinzione tra pubblico e privato!).

  4. Triad scrive:

    Se vizio, non lo perderò nemmemo.
    Interessante l’etimologia, grazie Tommy. Capisco quando dici che i miei schemi possano intersecare quelli degli altri. Ma è ovvio che una questione privata come una pubblica possa intersecare l’esistenza di quelli che mi stanno vicini (privati) e lontani (pubblici) ma solo in senso negativo: o sia per mancanza di un mio agire, non per il mio agire stesso. Questo significa che quel che non faccio ti può infastidire non quel che faccio. In questo caso il fatto che io non voglia pubblicità al sito in un altro sito mentre tu/voi sì. Eppure vi ho già detto che potete fare come più vi aggrada. Avevo già ceduto dinnanzi al fatto che la mia privata adesione ad un gruppo ha reso pubblica la mia volontà, cioè non più mia e solo mia, sulla cosa.

    Saluti,
    DD

  5. @antonio: la farina è del mio sacco, a differenza dei vermi che contiene.
    Per l’educanda verrà il momento in cui crolleranno le dighe. Ne vedremo delle belle.

    @Triad: suvvia, lascia stare la tua paranoia (equiparabile alla tua viziosa abitudine del login/logout schizofrenico) e torna — assieme al tuo consorte — ad ammannirci i tuoi detti colà.

  6. Triad scrive:

    Non lascio stare ma appena mi sentirò pronto inserirò delle nuove, non temere! :-)

  7. Vulga, vulga.
    Non c’è nulla di così prezioso da non essere concime, nel lungo periodo. ;-)

    P.S. Come ho letto da qualche parte, “si dice Arte ogni azione o produzione umana che qualcuno sia disposto a pagarvi almeno trenta euro”. Che c’entra? Ma soprattutto: perché dovrebbe (c)entrarci?

  8. Triad scrive:

    Infatti non ci centra, al massimo ci ferisce…

  9. Dunque ci sfiora? (Sfioriremmo ugualmente, anche se non ci deflorasse.)

  10. ferrigno scrive:

    Bedda matri, la facoltà di filosofia di Catania produce campioni mondiali di parola, non saprei in che altro modo definire questo gioco. Esiste un campionato? Non vi iscrivete? Ma riuscite anche a improvvisare, tipo free styler? :D
    Mecojoni!| Se riusciste a indirizzare questa capacità in qualche direzione utile, chissà che incredibili risultati!
    Ehm, ho il sospetto che non sia così facile.

    (all’ironia è mischiata un po’ di sincera ammirazione, come sempre ;)

  11. ferrigno scrive:

    (ah, e mi hai anche fatto venir voglia di leggere Proust, e poi ho una vera passione per i romanzi infiniti)

  12. la facoltà di filosofia di Catania produce campioni mondiali di parola

    Suvvia, non esageriamo. Massimamente produce concime per cocomeri (Arthur™). ;-)

    E comunque, pur schermendoci dallo scherno, pensiamo che non esista direzione più utile che questa (perché solo l’inutile è utile, ecc.). :-P

    Quanto a Proust: qualcuno (non ricordo chi; l’ho letto sulla quarta di copertina dell’edizione Einaudi in unico folle tomo, in libreria) disse che, dopo aver letto Proust, ogni altro romanzo sembrerà un raccontino. Inutile dire che concordo (pur essendo ancora a un quarto dell’opera). :-)

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Ricevi un avviso se ci sono nuovi commenti. Oppure iscriviti senza commentare.